Le arance di Tel Aviv

di Francesca Borri

Quindici mesi di administrative detention: per Israele, Adly Yaish è un terrorista. Imprenditore, una vita nel volontariato, è oggi sindaco di Nablus. Con Hamas – nella sola città in cui gli ebrei hanno cittadinanza palestinese…

“E la risposta, naturalmente, è stata il carcere. Quindici mesi, così, senza mai neppure un’accusa. E come me, altri sette consiglieri: su quindici significa paralizzare un’amministrazione: a volte non è necessaria la ferocia del Piombo Fuso, per impedirci di dimostrare che siamo perfettamente capaci di autogoverno e indipendenza, libertà: che non abbiamo niente meno di voi. Perché in fondo, l’idea di un certo Occidente è che Israele, qui, sia l’unica democrazia del Medio Oriente: ma Nablus è la più antica municipalità della Palestina: si elegge un sindaco dai tempi del Mandato britannico.

Al contrario: è con Israele nel 1967, che è cambiato tutto. Perché l’obiettivo, l’illusione all’inizio era la normalizzazione: convincerci ad adeguarci all’occupazione e alla subordinazione in cambio di benefici materiali, fino a diluire l’identità palestinese nell’identità araba. Attraverso il vecchio divide et impera: e cioè una rete di fidati notabili che non avevano il compito in realtà di curare i nostri interessi, governare, ma interporsi intermediari con Israele, mendicare favori.(…) Israele reagì destituendo i sindaci, uno a uno. E lasciandoci in definitiva senza governo immagini, una città come Nablus: 350mila abitanti, senza governo: per trent’anni. Eppure proprio da qui il radicamento della democrazia: perché associazioni e sindacati sono stati la nostra sopravvivenza, prima che resistenza. L’arabo ha una parola bellissima, intraducibile – sumud, la fermezza, la determinazione. Un’occupazione non è qualcosa di eroico, in bianco e nero: è prevalentemente quarant’anni di grigio, violazioni spesso in minuscolo ma quotidiane, ripetute è asfissia, la strategia di corroderti la vita fino a costringerti esausto a trasferirti altrove. E allora, la resistenza più vera non è combattere, schiantarsi contro un nucleare ma rimanere qui: semplicemente, non andare via: e cioè organizzarci da soli. Abbiamo coltivato la democrazia mentre l’unica democrazia del Medio Oriente la aboliva: e però alla fine, quando dopo l’Intifada e Oslo abbiamo riconquistato pluralistiche e regolari elezioni, la risposta di Israele è stata il carcere, e la vostra l’embargo. Certo, diversamente dagli americani avete poi aggirato l’ostacolo Hamas: usando i conti dell’Autorità Palestinese invece che della municipalità, o pagando direttamente le ditte a cui appaltiamo i lavori… Ma significa abdicare a un ruolo politico e confinarsi all’aiuto umanitario. E invece non abbiamo bisogno di elemosina, qui, ma di giustizia e libertà. Nelle sue università, a quelli come noi raccomandano di non regalare pesci, ma insegnare a pescare: ma sappiamo pescare da sempre: dovete solo restituirci l’amo. Non riconoscere Hamas significa non accettarci come popolo, negare il nostro diritto all’autodeterminazione, alla scelta. Anche alla scelta sbagliata”.

“Sono un ingegnere, laureato in Gran Bretagna, un imprenditore, e la mia vita si riassume in Khalil Gibran: è bene dare quando viene chiesto, ma ancora meglio capire, e dare quando niente viene chiesto. Perché sono musulmano praticante, e uno dei pilastri dell’Islam è il condividere con gli altri la ricchezza avuta da Dio: non come concessione di generosità, ma come un obbligo che deriva dal nostro essere non individui ma persone, parte di una società – come responsabilità. Di Hamas, come tanti, ho sempre ammirato il rigore morale, e la trasparenza e efficienza dimostrate in anni di impegno sociale, il pragmatismo – Hamas non ha mai proposto una teocrazia: se non altro perché nell’Islam sunnita il clero non esiste. Ma mi sono candidato con una lista civica, ‘Nablus For All’: votata dal 68% dei cristiani e dal 75% degli ebrei, con preferenze complessive per il 74%: perché Oh Humankind, dice il Corano, women and men, we created you in different tribes and nations to learn from each other: la diversità è valore. E perché questa città è molte città insieme – come tutta la Palestina, molteplice: come tutto il mondo. Nablus è la sola città in cui gli ebrei non vivono trincerati in insediamenti, ma al contrario, con cittadinanza palestinese e diritto di voto. I samaritani discendono da quei pochi ebrei che  camparono la deportazione quando il regno settentrionale di Israele, la Samaria, appunto, fu travolto dagli assiri. E vivono con noi senza il minimo problema. D’altra parte, pensi la parabola del buon samaritano: all’epoca, samaritano era sinonimo di eretico, perché gli ebrei rimasti qui si erano mescolati ai pagani: per cui il messaggio è che è vero credente chi compie azioni giuste, chi ama il prossimo – indipendentemente dal tempio che sceglie. Voglio marcare questo: non viviamo in pace, nel senso – in assenza di guerra e violenza: viviamo in armonia. Qualcuno prega il venerdì, qualcuno il sabato, altri la domenica: tutto qui: e non è abbastanza per assassinarci. Scriva: non gli uni accanto agli altri: gli uni insieme agli altri – come chiedeva Martin Buber, uno dei fondatori di Israele. Per questo ‘Nablus For All’: perché questa città è di tutti, indipendentemente dalle differenze.(…) “Edward Said disse subito che era la nostra Versailles: ma pochi avevano intuito la vera natura del cosiddetto processo di pace: Oslo ha semplicemente ristrutturato l’occupazione, con un’Autorità Palestinese a cui subappaltare la sicurezza. E una comunità internazionale a cui subappaltare la nostra sopravvivenza. Perché raccogliamo qualcosa come fornitori di servizi pubblici, qualcosa dalle tasse: ma per il resto, galleggiamo a stento di donazioni. E questo chiarisce perché la fine dell’occupazione deve essere la condizione, non l’esito del negoziato. La nostra parola è sumud: perché non è solo fermezza, determinazione ma anche la fedeltà, la lealtà a se stessi e i propri valori e ha qualcosa, dentro, del movimento – perché è la coerenza, anche, e non l’immobilità, allora, ma al contrario, il dubbio, l’interrogarsi costante a fronte di quanto cambia, e ci chiede di cambiare per rimanere noi stessi – rimanere qui. Lavoriamo moltissimo per i bambini, per creare spazi, respiro – immaginazione. E abbiamo un bellissimo giardino, adesso, su in collina. Non voglio che i bambini, qui, crescano dietro un Muro: che a quattro anni raccontino la meraviglia delle arance di Jaffa. Non voglio che crescano guardando un Muro, ma come tutti gli altri bambini del mondo: guardando l’orizzonte, oltre quella collina – Tel Aviv, il loro vicino”.

da Peacelink

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