Le condizioni per la prossima Intifada ci sono già

6 Dic 2013

A dicembre si celebra il 26° anniversario dell’inizio della Prima Intifada del 1987. Decenni dopo, la pace resta lontana e la lotta continua. Ne parliamo con l’attivista politico, professor Mazin Qumsiyeh.

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Mazin, il suo libro si chiama “Resistenza popolare in Palestina – Una storia di speranza”. Perché speranza? Non è invece una storia di disperazione dopo oltre 60 anni di occupazione?

Perché, come tutti i Paesi colonizzati, la Palestina non si arrende. Noi palestinesi abbiamo già vissuto 14 o 15 sollevazioni popolari. Tutte hanno portato a dei risultati, ma ne possiamo cogliere l’importanza solo con il tempo. Ad esempio, la prima sollevazione alla fine del XIX secolo convinse l’Impero Ottomano a cessare il suo sostegno al sionismo e a trasferire terre di proprietà palestinese a europei sionisti. Per questo il movimento sionista dovette trasferirsi da Vienna a Londra nel 1904. Quindi la resistenza ottiene qualcosa. Naturalmente, se la valutiamo in base ai risultati finali, è ancora pendente. Ma sono al 100% sicuro che il risultato finale della resistenza popolare sarà un successo e porterà la libertà al popolo palestinese.

Il termine “Resistenza popolare” è molto ampio. Quale tipo di azioni intende?

Prima di tutto dobbiamo capire che la resistenza è naturale come respirare o mangiare perché è sopravvivenza. E ne esistono centinaia di forme. Ogni popolo colonizzato prova ad utilizzare i mezzi che ha: l’intelligenza, la cultura, la religione o qualsiasi tipo di background. Le azioni possono essere il boicottaggio, le sanzioni, le petizioni, la disobbedienza civile. Resistenza è anche quello che noi chiamiamo “Sumus” (costanza), che significa restare sulle proprie terre, vivere le proprie vite, sposarsi, avere bambini. Il sionismo, come forma di colonialismo, cerca di separare il popolo palestinese dalla propria terra per creare una nuova realtà. Ecco perché restare qui è in sé un atto di resistenza. E naturalmente, non va dimenticata la resistenza armata, che è sempre stata una componente minoritaria della lotta perché la maggior parte della gente ha scelto strategie nonviolente. Noi resistiamo istintivamente, è biologico, un processo naturale. Ma il modo di resistere, di reagire allo stress e a queste condizioni anormali è individualistico e dipende dal background e dalle circostanza. Alcuni usano la forza, altri no. È difficile fare generalizzazioni.

Non è controverso dire che le circostanze possono giustificare forme di violenza?

Non voglio dire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Molte persone sono nel mezzo. E cosa significa nonviolenza? Se tiro una pietra ad un tank militare, è violenza? Alcuni considerano la grandezza della pietra, altri l’intenzione di fare male o meno. Nonviolenza e resistenza armata non sono antitetiche, la distinzione è sfocata e, secondo il diritto internazionale, un popolo oppresso ha diritto – e anche il dovere – di resistere con ogni mezzo.

Uno dei simboli della Prima Intifada è il ragazzo che lancia pietre, mentre nella Seconda si sono utilizzate di più le armi. Come sono cambiate con il tempo le forme di resistenza?

Non è vero che l’Intifada del 1987 fu nonviolenta e quella del 2000 violenta. Non si possono generalizzare. Non direi che la prima fu non armata, anzi, ci fu molta più nonviolenza tra il 2000 e il 2005. Penso che la principale forma di resistenza sia sempre stata la presenza sulla terra, la nostra testardaggine e il rifiuto di andarsene. È  così da 130 anni.

Questo mese si celebra il 26° anniversario dell’inizio della Prima Intifada. Qual era l’atmosfera nella società palestinese poco prima della sollevazione?

Nei miei studi ho trovato delle caratteristiche comuni prima di ogni sollevazione. Non penso ci sia una data specifica. La caratteristica più comune di ogni fase pre-sollevazione è una fortissima frustrazione tra la gente per la strada. La seconda è un generale congelamento del cosiddetto processo di pace. Questo congelamento dà alla gente la sensazione che non ci sia alcuna speranza. Terzo, la disconnessione della leadership palestinese dalla realtà. Questi tre elementi cruciali sono i componenti del periodo che precede una sollevazione popolare.

Inoltre, gli occupanti in genere diventano più arroganti, opprimono sempre di più fino a quando la gente non ce la fa più a sopportare. Se metti un cane all’angolo e lo picchi con un bastone una o due volte, forse non reagirà. Ma dopo un po’ ti morderà.

Pensa esistano dei prevedibili intervalli tra due sollevazioni?

È naturale avere una sollevazione ogni dieci anni, più o meno. La ragione di questo intervallo è generazionale. I giovani sono più inclini a seguire certi ideali e spesso sono troppo giovani per ricordare l’Intifada precedente. Quando sentono il bisogno di cambiare le loro condizioni, si ribellano. Quasi tutte le rivolte sono state guidate dagli studenti, da giovani tra i 16 e i 25 anni.

Nei mesi passati due soldati israeliani sono stati uccisi in Cisgiordania. Alcune persone sono preoccupate di un possibile aumento delle violenze e prevedono una terza Intifada. Cosa ne pensa?

Le condizioni per una sollevazioni ci sono. Israele non è stupido, hanno studiato questi cicli e pensano di poterli gestire. Ma non ci riusciranno perché i palestinesi hanno imparato come resistere meglio. Sono molto ottimista: il sionismo sarà sconfitto, forse non dopo la prossima sollevazione, ma in quella successiva. Secondo me, colonialismo e sionismo non possono resistere nel XXI secolo perché, se si guarda alla storia delle lotte anticoloniali in altri Paesi, si vede che sono sempre stati sconfitti. Penso che quello che è successo in Sud Africa con la fine dell’apartheid accadrà in Palestina: avremo uno stato unico laico e democratico. E lo otterremo con la resistenza.

La gente è stanca di lottare?

Sì, siamo in uno stato di depressione. Ma è normale nei periodi tra due sollevazioni. Il problema è che la gente esagera sempre i propri sentimenti. Sono sicuro che in due anni, quando saremo all’apice della rivolta, la gente sarà entusiasta. Oggi ci sono poche azioni di resistenza. Alcune in Nilin, Bi’lin, Al Ma’sara, ma sono poche.

I Comitati Popolari di Resistenza hanno una strategia nazionale?

No. ma non c’è mai stata una strategia di liberazione nazionale in nessuna lotta anticoloniale. Non c’era in Sud Africa ad esempio. E la gente che si aspetta da noi una strategia confonde il comportamento umano. Siamo milioni di persone che agiscono in milioni di modi diversi. Una strategia collettiva è la somma di strategie individuali.

È possibile mettere insieme un milione di palestinesi in una sola manifestazione? C’è un sentimento di coesione sociale così forte?

Ci sono tre gruppi che coordinano le comunità locali. Uno è Fatah, uno è la sinistra e il terzo è stato creato dal primo ministro. Ogni gruppo è sconnesso dall’altro, seppur si dicano uniti. Ho chiesto alla gente: Potete farlo? La loro risposta è stata: No, non ancora.

“Non ancora” significa che un’Intifada è possibile?

Quando una rivolta è al suo apice, si genera una nuova generazione di leader. Non saranno coloro che erano attivi prima. Si tratterà di persone di cui nessuno sapeva nulla prima, giovani e energici. E questi leader sono naturalmente abbastanza intelligenti da capire che aiuta cominciare a fare rete con altri che la pensano come loro. È molto diversa dalla leadership che lavora tra due sollevazioni popolari. Ogni rivolta cambia l’intero orizzonte politico.

Carolin Smith
Alternative Information Center

Inviato da aicitaliano il Ven, 06/12/2013 – 12:13

 

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