Le elezioni di Israele al tempo del coronavirus danno Netanyahu in ottima salute

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tratto da:  ZEITUN Notizie e libri sulla Palestina

La gioia di Netanyahu (Reuters)

Lily Galili da Tel Aviv

3 marzo 2020 – Middle East Eye

La composizione del prossimo governo israeliano e le prospettive di altre elezioni sono poco chiare. Ma una cosa è certa: il primo ministro ha messo a segno un colpaccio

Le elezioni di lunedì, ai tempi del coronavirus, in cui migliaia di israeliani in quarantena hanno votato in seggi speciali anti-contagio, non sono state solo il terzo turno di votazioni. Sono state un referendum sul primo ministro Benjamin Netanyahu, accusato di corruzione e truffa, e sullo stato di diritto e sulla democrazia.

Netanyahu, che sarà processato il 17 marzo, ha vinto.

I risultati non sono ancora definitivi, ma, in base al 90% dei voti scrutinati, il Likud supera “Blu e Bianco” con 36 seggi a 32.

La sua alleanza di destra ultra-ortodossa ottiene 59 [al 99% dei voti scrutinati il blocco guidato da Likud scende a 58 e Blu Bianco sale a 33 ndt] dei 120 seggi al parlamento israeliano, la Knesset. Nel contempo il blocco di centro-sinistra è ridotto a 54 seggi, con il partito Laburista- Meretz che ha ottenuto solo sei deputati.

La sinistra sionista, per come la conoscevamo, è scomparsa. Abbandonata dagli ebrei israeliani, ora si deve alleare con i cittadini palestinesi di Israele per sopravvivere.

Benché l’Israele democratica e liberale abbia perso, in un certo modo gli israeliani hanno vinto. Con la più alta affluenza alle urne in 20 anni (circa il 72%) questa volta gli israeliani hanno mandato un chiaro messaggio e forse hanno persino evitato la cosa che più temevano: una quarta tornata elettorale.

Più che votare per un candidato, gli israeliani hanno votato per se stessi. I circa 250.000 elettori – ebrei e arabi – che avevano scelto di starsene a casa durante le elezioni di settembre questa volta sono andati alle urne. La maggior parte dei nuovi voti sono andati al Likud di Netanyahu, anche se un numero considerevole [di voti] è andato alla coalizione “Lista Unita” dei partiti palestinesi.

Stando così le cose, sembra probabile che questi nuovi elettori abbiano evitato di essere di nuovo chiamati al voto. Hanno anche garantito il fatto che la “Lista Unita” sia il terzo maggiore partito, passando da 13 a 14 seggi. [15 a fine scrutinio ndt]

Ma soprattutto hanno incoronato Bibi.

Sotto attacco

Se non importano la corruzione e la totale mancanza di limiti e di moralità del leader, allora questa scelta ha senso.

Se non importa che l’annessione delle colonie nella Cisgiordania occupata sia immorale e cambi la vita sia degli israeliani che dei palestinesi, allora Netanyahu è certamente la scelta giusta.

Se non importa il razzismo che si diffonde più rapidamente del coronavirus, questa scelta è pienamente giustificata. Mentre le acque si stanno calmando, gli strateghi concordano: la frase che Netanyahu ha ripetuto in continuazione – “Gantz non può governare senza Tibi”, in riferimento ad Ahmad Tibi, il leader della “Lista Unita” – si è dimostrata estremamente efficace.

Tibi è stato usato da Netanyahu non solo come slogan, ma come simbolo della minaccia collettiva che il primo ministro accusa ogni arabo di rappresentare per lo Stato ebraico.

Benny Gantz, il principale sfidante di Netanyahu e capo del partito “Blu e Bianco”, ha scelto di essere messo in un angolo, impegnandosi a formare un governo solo di ebrei e definendo la “Lista Unita” un partner illegittimo.

Così facendo ha reso ancor più sfumato il confine tra il suo partito e il Likud e non ha fornito nessuna ragione per votarlo.

Netanyahu, giustamente definito il miglior personaggio nelle campagne elettorali della storia politica di Israele, ha condotto da solo la campagna elettorale più sporca, vergognosa e di livello più basso di sempre. Ha vinto.

Ciò dice molto di lui e ancor di più di quello che Israele è diventato.

Il processo democratico è servito come strumento per creare un Israele ancora meno democratico, più razzista e rancoroso. Ora è un Paese in cui gli arabi sono partner illegittimi, chi si oppone agli obblighi religiosi (come gli immigrati dai Paesi dell’ex-Unione Sovietica) è antisemita e chi è di sinistra e crede nella soluzione dei due Stati con i palestinesi è etichettato come nemico dello Stato.

Ogni istituzione democratica è sotto attacco.

Un percorso verso l’immunità?

Una delle prime questioni poste ai parlamentari del Likud durante la notte è stata se la vittoria di Netanyahu porterà al licenziamento di Avichai Mandelbit, il procuratore generale che lo ha messo sotto accusa. Questa domanda rimane senza risposta, benché alcuni analisti di destra siano ansiosi di dichiarare che a Netanyahu è stata concessa dal popolo l’immunità morale.

Martedì mattina il deputato del Likud Miki Zohar, ardente difensore di Netanyahu, ha annunciato alla radio che i risultati dicono forte e chiaro che il primo ministro non affronterà un processo. Queste dichiarazioni non hanno alcun valore giuridico, ma sono realmente pericolose.

Il sistema giudiziario israeliano consente a un primo ministro accusato di corruzione e truffa di rimanere in carica fino alla condanna definitiva, ma la questione se sia legale sceglierlo per formare un governo rimane irrisolta.

Si tratta semplicemente di una situazione senza precedenti nella storia del Paese, potenzialmente esplosiva per la società israeliana.

Per il blocco di destra e ultra-ortodosso di Netanyahu, e per i suoi elettori, le elezioni di ieri sono state un referendum su questo problema ed ogni interferenza giuridica potrebbe persino portare a una risposta violenta.

Nonostante l’evidente vittoria di Netanyahu, il futuro rimane complesso. I 59 [ 58 ndt] seggi del suo solido blocco non sono sufficienti per formare un governo. A Netanyahu ne sono necessari altri, e in fretta.

Da ieri Israele si muove su due strade: quella politica, nel tentativo di formare un governo funzionante, e quella dei problemi giudiziari di Netanyahu. In due settimane, con l’inizio del processo, i due percorsi si incroceranno.

Netanyahu è impaziente di formare il suo governo prima del 17 marzo in modo da arrivare in tribunale come primo ministro e non solo come politico incaricato di formare un governo. Questo obiettivo sarà difficile da raggiungere. Molti fattori potrebbero interferire in questo processo. Quello più immediato è il voto dei soldati che sarà conteggiato e preso in considerazione solo mercoledì sera. Vale 5-6 seggi e può fare una grande differenza. Nel voto di settembre la maggioranza dei soldati aveva scelto “Blu e Bianco”.

L’altro fattore ignoto è di nuovo Avigdor Lieberman, capo del partito “Yisrael Beitenu” [Israele casa nostra, partito di estrema destra laica votato soprattutto da ebrei dell’ex-Unione Sovietica, ndtr.]. Come dice il proverbio, non è finita finché non canta la grassona, e con i suoi sei seggi Lieberman è meno grasso che a settembre, quando ne aveva ottenuti otto, ma molto dipende ancora da lui.

Se sceglie di unirsi alla coalizione di destra perde la faccia, ma garantisce la creazione di un solido governo di destra. Per farlo deve superare il suo disprezzo per Netanyahu, le sue idee contrarie agli ortodossi e smentire tutte le sue promesse elettorali.

Lunedì notte, nella prima dichiarazione dopo gli exit-poll, è sembrato cauto. “Riguardo al blocco ortodosso-messianico scegliamo di attendere i risultati finali,” ha affermato nel suo quartier generale tutt’altro che in festa. “Siamo un partito di principi, non ci allontaneremo di un millimetro da quello che abbiamo promesso nella nostra campagna.”

Quello che hanno promesso è: niente Bibi, niente arabi, niente alleati ortodossi. Finché non importerà un elettorato israeliano del tutto nuovo, non potrà stringere nessuna alleanza senza infrangere le sue “promesse”.

Costruzione di una coalizione

Confuso? Proprio così. Una previsione contraddice l’altra.

In alcune interviste prima del voto, Netanyahu ha insinuato – ammiccando – che si aspetta disertori da altri partiti che gli consentano di formare una coalizione stabile di 61-62 seggi. Dopo gli exit poll, i collaboratori di Netanyahu hanno continuato a riproporre questo scenario.

Teoricamente ci sono tre possibili riserve di voti: deputati scontenti in fondo alla lista di “Blu e Bianco”, membri del partito di Lieberman e Orly Levy, che una volta era di Yisrael Beitenu e ora è alleata del partito Laburista e del Meretz. La sua storia politica la indica come l’anello più debole. Finora nessuno di questi scenari sembra particolarmente realizzabile.

L’altra possibilità è un governo di unità.

Parlamentari e ministri del Likud la ritengono possibile. Politicamente avrebbe senso. Non ci sono reali differenze ideologiche tra i due principali partiti, a parte il fatto che “Blu e Bianco” si è impegnato a non stare con Netanyahu finché è imputato di truffa e corruzione.

Meir Cohen, un parlamentare di “Blu e Bianco”, martedì durante un’intervista radiofonica ha insistito che non ci saranno disertori e che un’alleanza con Netanyahu è da escludere.

Dato che Netanyahu è riuscito a perfezionare il concetto “L’etat c’est moi” [Lo Stato sono io, frase attribuita a Luigi XIV di Francia ed assurta a simbolo dell’assolutismo monarchico, ndtr.] è difficile separare il suo destino da quello del futuro governo.

Realisticamente 60-61 seggi sono sufficienti per governare, ma non per salvare Netanyahu dal primato del sistema giustiziario. A questo punto la sua mossa migliore sarebbe la legge francese sull’immunità concessa a chi governa che rimanda il processo fino al giorno dopo la fine del mandato.

Ha bisogno di una maggioranza più ampia per far approvare quella legge. Se non ci riesce, insisterà per essere primo ministro e al contempo essere processato.

Suona come una quarta tornata elettorale? Probabilmente no, benché non si veda ancora un’altra soluzione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 

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