LE FACCE DELL’ASSEDIO A GHOUTA EST

285

 

di  Robert Fisk

28 marzo 2018

Erano spaventati – traumatizzati potrebbe essere la nostra definizione medica – ma i civili di Douma a Ghouta Est erano vivi e stavano seduti tranquillamente sul autobus governativo che li aveva portati all’incrocio di Arbeen: i bambini con le loro madri, gli uomini anziani attenti, i più giovani – non ce ne erano molti – che guardavano fuori dai finestrini.

Quando siamo saliti da soli, con loro, con il taccuino in mano e la macchina fotografica, spostandoci tra i passeggeri, stavano seduti come comparse in un film, facce reduci da un assedio. Erano silenziosi perché avevano paura del futuro? O perché stavano ancora cercando di inquadrare le loro sofferenze del passato?

Eravamo tutti consapevoli delle solite voci; che quei jihadisti armati che avevano rifiutato le condizioni dei Russi per lasciare  i villaggi e i campi assediati di Ghouta avrebbero bombardato i rifugiati per scoraggiarli dall’attraversare. Sciocchezze. Oppure era quello che pensavamo fino a quando un mortaio ha sibilato al di sopra degli autobus e si è schiantato nelle macerie ridotte in polvere a 30 m. di distanza. I rifugiati –infatti erano tali ora dopo i tunnel di Ghouta – hanno voltato la testa come uccelli verso la nuvola di fumo che si innalzava nel cielo, e i soldati siriani che erano fuori, sono corsi verso gli autobus. Un generale è salito a bordo. “Fate muovere questi autobus!” ha gridato.

Sull’autobus – e nelle ore successive – abbiamo cercato di mettere insieme la stori di Ghouta Est e presto ci siamo resi conto che ci sarebbe voluto un anno, forse un decennio, per comprendere l’uccisione e il cinismo e la sofferenza degli innocenti che ci sono dietro questa battaglia epica. C’erano cose che notavamo che non si accordavano molto con la narrazione;  questa gente diceva di vivere nei tunnel, ma i passeggeri e le migliaia di rifugiati che abbiamo incontrato in seguito, chiaramente non stavano morendo di fame. Le facce erano floride, i loro vestiti erano puliti. La maggior parte di loro, però, aveva perduto parenti o amici.

Non faremo cenno qui a al gran numero di combattenti islamici che dovevamo vedere venir fuori dalle macerie in base all’accordo di pace russo  – un vaso esercito paragonato ai pochi combattenti che ci eravamo aspettati, che venivano fuori a centinaia: uomini barbuti che non avevamo mai visto in quei mortificanti video di civili sofferenti che ci arrivavano dall’assedio per molte settimane. Come mai non li avevamo visti prima? Alcuni avevano ancora le loro armi. Ma questo, come dicono, è per domani. I civili devono venire per primi.

Un uomo con una barba corta grigia che poteva avere 65 anni, ma che ne aveva soltanto 48, ha detto che suo figlio di 18 anni era stato rapito da “terroristi” – alcuni di questi rifugiati avevano già adottato il linguaggio del regime – e che non gli era stato permesso di andare con lui. Una donna vestita di nero che si chiamava Nisreen,  ha parlato, però del bombardamento di Douma – non ha parlato di aerei –  e ha detto che sia suo marito che suo figlio di 12 anni erano morti primo bombardamento di Goutha est, più di due anni fa.

Gli autobus si allontanavano a forte velocità da questa linea del fronte e li seguivano attraverso le fangose stradine a sud delle città di Adra, fino a dove un ex campeggio di vacanze di bambini ora ospitava 15.000 civili che erano già riusciti a fuggire da Ghouta. Era un istituto leggermente trasandato, ma c’erano fiori e tende dell’ONU e mucchi di pane. Malgrado la propaganda non era un campo da mostrare ai visitatori – ci è voluto molto tempo per percorrere la strada per arrivarci. C’erano mucchi di pane  e tende dell’ONU e uomini che vendevano il caffè, e la maggior parte sembrava entusiasta di parlare con noi – fino a un certo punto.

Una donna con un foulard chiaro ha detto che, certo, aveva perduto tre membri della sua famiglia a Douma. Suo padre era morto per mancanza di medicine e suo nipote e e la figlia di sui cugino erano stati uccisi da quello che ha chiamato “fuoco incrociato”. Avrei sentito parlare ancora di questo “fuoco incrociato” mentre le ore passavano. L’uomo che aveva parlato di questo sull’autobus, e un’altra persona che faceva il caffè su una cucina a gas, parlavano di altro “fuoco incrociato” tra i combattenti di Faylaq al-Rahman e quelli di Jaish al-Islam. Se si credesse a questo, allora ci devono essere state un sacco di sparatorie intestine tra gli jihadisti quando i Siriani e i Russi facevano piovere il fuoco su di loro.

Quando ho chiesto a un’altra donne se sapeva che c’erano stati dei civili uccisi nei bombardamenti siriani e russi di questo mese, una signora  siriana di una ONG che parlava sufficiente inglese da essere sgradevole, ha domandato: per chi lavorate? ‘Independent’? NON independenti!” Lentamente, però le storie sono state raccontate. C’era un uomo, in una sedia  rotelle, Alaa Younis con una pallottola nel collo che era stato paralizzato dalla vita in giù, dopo un’altra sparatoria, ha detto suo padre Mohamed. E’ arrivata poi un’altra donna che questa volta parlava di bombe “che cadevano sulla strada e tutte le case erano crollate nelle strade.”

E poi, verso di noi, sorridente, ma con quella doveva essere la faccia più triste della Siria, è arrivata Sana el-Boukeri, di 53 anni. Aveva gli occhiali, era vestita di nero e voleva parlare. Sì, era stata a Douma durante i bombardamenti. Quatto mesi prima, suo marito Jamal el-Din e suo figlio Mahmoud, di 13 anni erano in strada quando sono arrivate le bombe, e sono stati uccisi. Sana non piangeva, semplicemente ci guardava per vedere se la comprendevamo e ovviamente voleva parlare. Ha scosso la testa molte volte.

E poi è venuto fuori che era una visione storica della terribile guerra della Siria. Ha detto, infatti, che l’altro suo figlio era un soldato di 18 anni e che combatteva nell’unità dell’esercito siriano comandata dal Generale Soheil Hassan, la “Tigre”   e anche di Putin – così si dice – che, a quanto pare, non ha mai perduto una battaglia e che era personalmente sul fronte a Ghouta Orientale. Questo figlio, però, ha detto, era stato ferito una settimana prime e lei  da allora non ha avuto alcun contatto telefonico con lui. E così, mentre un figlio era stato ucciso in un bombardamento, l’altro stava combattendo per il governo, forse a un miglio di distanza. Sana era in piedi davanti a noi, ondeggiando leggermente, con i suoi occhiali che riflettevano il sole, e ogni tanto guardava gli altri rifugiati per vedere se comprendevano la sua storia.

C’erano altri gruppi seduti sull’erba o all’ombra degli uffici di cemento marrone del campo. “Abbiamo vissuto nei tunnel per settimane,” ha detto un uomo. “Loro [i combattenti] non ci permettevano di abbandonare i tunnel. Vivevano lì con noi. Ci rubavano gli aiuti che arrivavano per noi dall’esterno.” Ma , prima di tutto, perché stavano nei tunnel? La risposta era ovvia: per evitare le bombe russe e siriane. No hanno, però, parlato di questo. Parlavano del prezzo del pane – 8 sterline britanniche per 800 grammi e di come il costo di un pacchetto di 10 sigarette era aumentato da due dollari a 80 dollari. Questo non era, però, sicuramente, il costo di questo assedio devastante.

Quando nuovi rifugiati sono arrivati al campo, non ho visto nessun uomo dell’intelligence, la “muhabarrat”: gli agenti segreti del regime, con i calzini bianchi e le giacche di pelle, pagati per “fiutare” i sovversivi – controllando gli autobus in arrivo. Neanche andando in giro per il campo, anche se potevano esserci stati delle spie disponibili. Molte delle persone di el-Ghouta, però, avevano parenti al cento di Damasco che se ne andavano liberamente quando i genitori li chiamavano. Non c’era violenza, né grida. Questo non dà a chiunque un nuovo inizio. In effetti, Ibrahim Hassoun, il maestro che gestisce il campo – sì, c’è un ritratto di Bashar al-Assad su una parete – ha insistito che gli uomini che ammettevano di aver combattuto per gli jihadisti, erano liberi di andare a Damasco se promettevano di lasciare per sempre le loro armi. “Ora ci sono di nuovo i civili – il presidente ha detto che devono essere liberi di vivere di nuovo  la loro vita normale.”

I gruppi di opposizione, però, hanno dichiarato che gli uomini rifugiati temono che saranno reclutati nell’esercito siriano se lasciassero le loro case a el-Ghouta. Ibrahim Hassoun ha ammesso che là c’era un ufficio dove tutti gli uomini di età compresa tra i 25 e i 50 anni devono andare, entro 15 giorni dal loro arrivo per essere interrogati dalla “sicurezza nazionale”.

“Sì, potete andare là – potete vedere gli uomini che aspettano. Potete vedere le stanze.

Questo, quindi, era la riprogrammazione? Oppure quella che chiamiamo “deradicalizzazione”? Ci siamo avviati verso l’edificio della sicurezza – aperto dalle 8 di mattina alle 8 di sera – e là fuori c’era un gruppo di uomini seduti per terra, vicini, che aspettavano il loro turno alla scrivania con il computer all’interno e l’uomo dietro. Alcuni sorridevano alla macchina fotografica, parecchi – ovviamente – nascondevano la faccia, uno teneva in mano una carta d’identità. Abbiamo salito i gradini e abbiamo sbirciato nell’ingresso. C’era una fila di scrivanie, giovani uomini dietro le consolle dei computer e altri seduti di fronte. Non ci aspettavano. Non c’erano celle, né stanze per gli interrogatori – abbiamo controllato l’edificio. Gli uomini che stavano fuori erano nervosi, spaventati potrebbe non essere una parola troppo forte. Sapevano che cosa era successo a Ghouta Est, ma quanto avrebbero raccontato?

Mr Hassoun era pieno di rassicurazioni. Le strutture mediche erano buone al campo – questo sembrava essere vero – 12 donne rifugiate, incinte, hanno dato alla luce i loro bambini, un’altra aveva partorito in un campo che ospita 10.000 donne e bambini e 5.000 uomini. Ha elencato i villaggi da cui provenivano nelle dozzine di metri quadri della Ghouta: Jobar, Beit Sawa, Hosh Nusri, Taube, Zibidin…”I feriti gravi vengono trasferiti nei loro ospedali, altri possono essere curati qui. I combattenti che sono arrivati qui, ora sono civili. Un funzionario prende i loro nomi, ma non saranno arrestati.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-faces-of-the-siege-in-eastern-ghouta

Originale : The Independent

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

LE FACCE DELL’ASSEDIO A GHOUTA EST

http://znetitaly.altervista.org/art/24674

Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

Lascia una risposta

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.