Le forze israeliane tornano al sistema di numerazione disumanizzante nella scia di omicidi a Al Khalil (Hebron)

367

26 Marzo 2016 | International Solidarity Movement, i al-Khalil team | Al khalil (Hebron), Cisgiordania, Palestina occupata
Dopo aver chiuso completamente lo Shuhada checkpoint per i palestinesi nei territori occupati di al-Khalil (Hebron)  giovedì 24 marzo 2016, le forze israeliane hanno fatto ritorno alla pratica di “numerazione”dei  residenti palestinesi al fine di limitare l’accesso ai quartieri adiacenti. I soldati ora bloccano tutti i palestinesi senza numero e, talvolta, anche quelli già registrati come residenti, dalla data di entrata in zona militare chiusa.

IMG_0218-450x600

cancello al checkpoint Shuhada

Il quartiere di Tel Rumeida e la piccola striscia di Shuhada Street, che rimane accessibile per i palestinesi dopo la chiusura di tutto il resto della strada a seguito del massacro del 1994 alla Ibrahimi Mosque, sono stati dichiarati una zona chiusa militare dal 1° novembre 2015. I residenti palestinesi – in contrasto con i coloni estremisti sionisti che vivono negli insediamenti illegali vicini – sono stati costretti a registrarsi con le forze israeliane come residenti, e a ognuno è dato un numero utilizzato per identificarlo. La zona militare chiusa è stata progettata deliberatamente per includere i quartieri palestinesi, escludendo gli insediamenti illegali, facilitando in tal modo il movimento dei coloni sulle strade che collegano gli insediamenti all’interno del centro della città di al-Khalil, con l’insediamento illegale di Kiryat Arba alla periferia della città, le strade che solo coloni e  forze israeliane sono autorizzati a percorrere.
Le forze israeliane hanno completamente chiuso il posto di blocco il 24 marzo, vietando ai palestinesi di entrare, dopo che i soldati hanno sparato e ucciso Abed al-Fattah Yusri al-Sharif e Ramzi Aziz al-Qasrawi, entrambi di 21 anni, sommariamente procedendo all’esecuzione di al-Sharif con un tiro alla testa dopo che già giaceva incapace di muoversi (avvertimento: filmati e grafica compresa l’esecuzione in video ripreso dai palestinesi volontari di B’Tselem).

Durante tutta la giornata, i palestinesi che cercano di tornare alle loro case hanno avuto negato il passaggio attraverso il checkpoint dagli israeliani, a volte costringendo la gente ad aspettare per più di venti minuti solo per dire loro che non gli sarebbe stato consentito il passaggio – anche se sono stati ufficialmente registrati, e sono residenti numerati. A una donna anziana è stato ripetutamente detto dalle forze israeliane di ‘aspettare’ quando cerca di dirigersi a casa sua attraverso il posto di blocco; solo dopo aver atteso per più di venti minuti  finalmente le hanno detto che nessuno  sarebbe potuto passare quel giorno. Doveva retrocedere e andarsene  dopo essere rimasta al di fuori del posto di blocco per quasi mezz’ora. Guarda questo video preso dal gruppo attivista locale di Youth Against Settlements della vecchia signora con l’accesso negato.
A partire da sabato 25 marzo, le forze israeliane sono ritornate alla pratica della ‘numerazione’ dei palestinesi, controllando il numero di chiunque tenti di attraversare il posto di blocco con un elenco di numerazione di residenti che sono stati registrati in precedenza. Molti palestinesi sono stati costretti ad aspettare per ore al di fuori del posto di blocco, solo per vedere negato l’accesso alle loro case – anche se si erano registrati e quindi esistevano come un numero sulle liste dei soldati. I soldati erano estremamente aggressivi, urlando ai palestinesi nella  ‘stanza’ chiusa all’interno del posto di blocco, a voce abbastanza alta per essere chiaramente udibile a chiunque fosse in attesa fuori. Quando i palestinesi hanno cercato di trovare riparo dalla pioggia battente in prossimità del check point, i soldati sono usciti dal posto di blocco, gridando e urlando loro di tornare indietro. Tutti i soldati avevano rimosso il bottone arancione che funge da sicurezza sui loro fucili d’assalto-su ordine emesso dal governo israeliano – una pratica che sembra essere diventata la politica comune in tutta  al-Khalil occupata.

Quando una donna e i suoi quattro figli hanno cercato di passare lo Shuhada check point, i tre figli più piccoli sono stati inizialmente ammessi. Quando i soldati israeliani hanno perso tempo con la madre e la figlia maggiore all’interno del posto di controllo,  continuamente urlando contro di loro, la ragazza dall’altra parte del checkpoint ha cominciato a piangere mentre lei era in attesa sotto la pioggia perchè  alla madre fosse permesso di tornare a casa con loro. Dopo un calvario di più di dieci minuti, i soldati hanno arbitrariamente deciso che la madre non avrebbe avuto il permesso di passare – anche se lei è registrata e numerata – si è messa a gridare finché finalmente se ne è andata. I suoi figli a cui era stato permesso di passare in precedenza sono tornati per stare con la madre, mentre la ragazza stava ancora piangendo. Con molti coloni estremisti che camminano liberamente in Shuhada Street, i bambini erano troppo terrorizzati per andare a casa senza la madre.

ID with # circled red

Il numero 230 sulla parte esterna di questo ID palestinese è sbiadito col tempo. Si denota che le forze israeliane dovrebbero teoricamente consentire al titolare di transitare nei quartieri Tel Rumeida e Shuhada Street, ma non offre alcuna protezione contro le molestie, minacce, abusi e il vedersi il passaggio arbitrariamente negato attraverso lo Shuhada check point.

Questa pratica di assegnazione dei numeri ai palestinesi dimostra chiaramente l’intento di disumanizzarli, per farne solo dei ‘numeri’ come se non fossero esseri umani. Per le forze israeliane – e quindi il governo di supporto che li comanda – è proprio questo il caso: i palestinesi non sono considerati come esseri umani, ma piuttosto solo come “terroristi” e potenziali minacce. Come questo influenza il comportamento delle forze israeliane è stato chiaramente dimostrato quando a marzo i soldati hanno freddato due giovani palestinesi a Tel Rumeida e quindi giustiziato uno di loro con un colpo alla testa a bruciapelo. Un colpo alla testa a un uomo disarmato, che lotta per la sua vita e a cui è negata qualsiasi assistenza medica, non ha causato nessuna emozione nei soldati che guardavano.
Questa pratica di ‘numerazione’ dei palestinesi a Tel Rumeida e Shuhada street, e quella di disumanizzare l’intera popolazione palestinese, è una politica del governo che intende forzare i palestinesi al di fuori dalla zona dichiarata ‘zona militare chiusa’, in particolare, e in ultima analisi, da tutta la Cisgiordania occupata. Queste politiche spianano la strada per le azioni brutali come recentemente esemplificate dalle uccisioni di Tel Rumeida, pratiche che rientrano nella definizione internazionalmente riconosciuta come pulizia etnica che la relazione finale della Commissione di esperti ha istituito ai sensi della risoluzione 780 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e che definisce come “una politica mirata, progettata da un gruppo etnico o religioso per rimuovere con la violenza e il terrore che ispira,  la popolazione civile di un altro gruppo etnico o religioso da alcune aree geografiche”.

 

 

 

http://reteitalianaism.it/reteism/index.php/2016/03/26/le-forze-israeliane-tornano-al-sistema-di-numerazione-disumanizzante-nella-scia-di-omicidi-a-al-khalil-hebron/

Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

Lascia una risposta

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.