Le lettere di Abu Claudio n.10/11

Lettera n.10

Siamo alla settimana del voto all’ONU!
Domenica il primo invito: una manifestazione a Biddo, un paese molto vicino a Beni Samuel, dove eravamo andati per la prima manifestazione. Siamo in una zona completamente circondata dal muro o dai reticolati, per cui ai vari paesi si arriva da una sola strada che non ha sbocchi. Si riuniscono un trenta\quaranta persone, alcune macchine e un piccolo bus a disposizione per quelli in più, e si va all’entrata della zona: sono stati preparati dei cartelloni, uno addirittura su telaio metallico, con scritto “benvenuti nel banthustan” percorrenza vietata ai palestinesi, strada senza uscita. Una manifestazione fatta molto in fretta, piantando il cartellone e legandolo ad un palo, facendo quasi fatica ad aspettare l’arrivo di tutti i giornalisti che avevano chiamato; e invece l’esercito non si è fatto vedere! Bene, grazie per essere venuti; a parte i palestinesi, eravamo solo noi tre internazionali. E quello che ci aveva chiamati ci fa un discorso: certo seguiamo la domanda di stato autonomo, ma ci crediamo poco, noi vogliamo uno stato unico, in cui si possa lavorare tutti, con il rispetto reciproco. Ora qualche pensiero vari giorni dopo: l’opzione stato unico, non confessionale, è quella più avanzata, che parte dal negare autorità a Abbas; la gente di quella manifestazione invece sembravano artigiani (avevano tante macchine private, cosa molto rara qui) più propensi a chiedere uno stato in cui i ricchi possano avere pari condizioni, uno stato abbastanza classista… anche la Palestina è bella perché ci sono tante posizioni.

Visto che eravamo fuori noi tre, siamo poi scesi a Sheik Jerrah: solita notte gelida con poche ore di sonno; ancora non è stata rimessa una tenda. Sempre qualche battibecco con i coloni occupanti e qualche visita.

La sera dopo vado dai miei pastori, questa volta con una ragazzina di New York che a scuola ha fatto arabo come lingua straniera! Le piace e prova a capirsi qui, anche se la lingua è molto diversa; anch’io comincio a dire delle frasi semplici… Pecore al pascolo la sera, appena arriviamo; sulla strada ci eravamo fermati per far salire i genitori di Jamal da una parte, a caricare degli scarti vegetali per le pecore, a portare un giocattolo alla sorella. Al pascolo la solita scena: il soldato di guardia che si affaccia subito con gestacci e un bel gruppo di coloni minacciosi che si allineano sulla collina, pronti a scendere su di noi se ci permettiamo di far salire un po’ le pecore. E così con la notte mi preparo per il discorso del giorno dopo. Cena, chiacchiere per quel che si riesce, e sonno; ma Jamal è preoccupato, un bambino non sta bene e i soldati fanno avanti e indietro intorno alla torretta. Voglio far vedere il forno del pane alla mia compagna, ma non mi ricordo più qual è la tenda, così chiedo a Jamal: la tannura, dice lui? (per i non alcamesi: è la parola che si usa ancora da noi per la cucina a legna!!). Alla prima luce lo chiamo io: andiamo! Prima ancora che ci avviciniamo alla zona “vietata” arriva giù il soldato, evidentemente troppo infreddolito, si fa lui la passeggiata, tanto più che parla inglese. Quindi gli dico: il potente esercito di Israele, la famosa IDF, avete paura delle pecore!!! Come? Certo che non abbiamo paura! e allora perché le pecore non possono camminare come fanno da sempre? Per difendere i coloni e le loro proprietà non avete tutto recintato? Avete paura che una pecora sia riempita di tritolo? No, certo che no! E allora? Negli ultimi anni ci sono stati dei coloni uccisi. E allora avete paura di un pastore tutto occupato a guardare le sue pecore? Non sa cosa dire, altro che bisogna stabilire un limite, che però non è la loro recinzione, ma trecento metri in più! Più tardi si avvicina a noi anche il gregge del fratello di Jamal, e il soldato riscende. Stavolta gli dico: perché anziché star li a far niente non cammini con le pecore? Così garantiresti la sicurezza con il tuo fucile! Ma è evidente che lui si renderebbe anche conto della realtà, ma se fosse più tollerante i suoi coloni lo picchierebbero. Sono quelli veramente insani di mente, con la pretesa di cacciare tutti i palestinesi e distruggerli!

Rientrando a Hebron andiamo all’uscita di scuola a Bwheri; si avvicina il voto all’ONU e c’è un po’ di timore sul comportamento dei coloni, ma tutto procede tranquillo e i bambini tornano a casa giocando per strada.

Il 21, mercoledì, è il primo giorno delle scadenze ONU: festa a scuola, e tutti chiamati alle manifestazioni; molto prima dell’appuntamento delle 11 davanti al municipio, i ragazzi vengono in corteo verso il check point di Juhada street. Ma li attendono la polizia palestinese e l’esercito israeliano con i lacrimogeni; così vediamo i primi lacrimogeni sparati per allontanare studenti. Intanto si raccolgono a migliaia nella zona del municipio. Manifestazione disordinatissima: un gruppo viene da una parte, uno scende in direzione opposta, tutti gridano e cantano, gruppi di studenti, gruppi di funzionari; credo che tutte le attività siano ferme. Le strade bloccate, ogni tanto c’è un carosello di macchine imbandierate: bandiere palestinesi e altre con scritto UN 194esimo stato. Ma i ragazzi sono tornati nella zona del check point, e riescono a iniziare una sassaiola verso i soldati. Forse qui non va avanti molto, ma per le strade vicino al mercato si continua tutto il pomeriggio. I ragazzi sono tallonati dalla polizia palestinese, ma a metà del mercato, dal loro varco, escono i soldati israeliani, ben agguerriti.

Il primo scontro è sulla strada del mercato, una sassaiola colossale contro i soliti lacrimogeni, che, essendo in città, si disperdono di meno. Cacciati da qui, i ragazzi si ritirano sulla parallela superiore, con i soldati che salgono a fronteggiarli: di nuovo sassaiola contro lacrimogeni. E’ pieno di gente che assiste e anche noi siamo invitati su una terrazza da cui si vede meglio. Però i soldati non hanno molta voglia, hanno fame: gli portano un rancio, ma poi lo riportano indietro; hanno deciso di ritirarsi, e lasciare finire il riordino alla polizia palestinese (questi li abbiamo visti anche rilanciare le pietre ai ragazzi!)

Perché queste reazioni violente? Sono certamente tutti insoddisfatti del modo in cui vanno avanti le cose: Abbas è stato messo lì dagli americani, poi eletto in elezioni in cui vinceva Hamas, ma i parlamentari eletti per Hamas sono stati tutti arrestati. Questo vuol dire che il governo della PA è illegittimamente in mano a Abbas e i suoi. La corruzione della Palestinian Authority è risaputa, si sa che i funzionari pubblici devono andare alle manifestazioni se vogliono lo stipendio, il mandato di Abbas è strascaduto e nessuno indice nuove elezioni. E intanto ogni iniziativa va sostenuta, anche la presentazione di Abbas all’ONU.

Mentre a Hebron c’erano questi scontri, a Ramallah grandi manifestazioni pacifiche; gli scontri grossi sono stati a Qalandia, vicino al principale check point di accesso a Gerusalemme. Qui i ragazzi organizzano battaglie. Una delle novità sono i copertoni vecchi incendiati e fatti rotolare verso i soldati, ma ci torneremo dopo, visto che venerdì pomeriggio eravamo lì anche noi.

E’ arrivato un gruppetto di tre nuovi, fanno il training giovedì perché il mercoledì non sono potuti arrivare (la battaglia di Qalandia aveva bloccato la circolazione!). In tre andiamo a Sheik Jerrah, e poi venerdì io mi prendo i nuovi e andiamo a Ni’lin, mentre gli altri due che sono con me vanno a Nabi Saleh. A Ni’lin, dopo la preghiera, hanno sempre una sorpresa: questa volta hanno preparato un catafalco con scritto “politica US” e “veto US”; viene issato sul muro e incendiato con grandi urla di trionfo. Ci siamo solo noi come internazionali e un gruppo di israeliani. Sembrava che i soldati siano tranquilli, infatti dalla zona centrale con il portone annerito non parte lancio di lacrimogeni, nonostante il fuoco sul muro ed po’ di sassi lanciati. Ci spostiamo più avanti: circa duecento metri più avanti il muro si interrompe e la chiusura continua con reti e rotoli spinati, ma qui almeno i soldati si vedono e si possono bersagliare meglio. Arrivano un blindato e due jeep, cominciano i tiri di sassi, e subito i lacrimogeni; i lanciatori riescono a restare nascosti per un po’ sotto un muro di sostegno, ma i soldati bombardano dappertutto per disperderci.

Tra i miei nuovi c’è una svedese a cui fanno una intervista in diretta, via telefono, ad una radio svedese; un giapponese molto interessato a vedere cosa succede. Quando ci ritiriamo sotto gli ulivi della partenza (è il punto di ritrovo anche al ritorno) annunciamo di voler andare a Qalandia, quindi Mohammed, uno dei famosi tra gli organizzatori, ci dice che pensa lui a cercare un “service” per andare a Ramallah, ma intanto non potete andare via senza prendere qualcosa. Ci porta a casa sua e offre the, frutta e cetrioli, un biscotto: “mi dispiace non avevo previsto che venivate, ma fate come a casa vostra”. Il giapponese non riesce a crederci: ma non ci conosce e ci tratta come se ci conoscesse da sempre! Mentre aspettiamo il service, ci fa vedere dei video degli anni passati, quando è stato pestato e arrestato, durante la costruzione del muro, quando hanno sparato in una gamba a uno fermo e legato! Follie di questi soldati.

Finalmente arriva il service, almeno è a tariffa fissa e visto che ha perso tempo ci porta fino a Qalandia. Qui è in corso una vera battaglia: siamo sulla strada principale, a doppia carreggiata, con l’entrata verso Gerusalemme e il traffico che scende verso sud (per Hebron per esempio). L’esercito è sistemato tra blocchi di cemento su metà della strada, gli shebab sono un po’ più su, e si barricano dietro delle protezioni inventate: una vecchia porta, dei pannelli di legno, dei fusti metallici. Da qui partono sassi, a mano e con fionda, di là sparano rubber bullets. Per ore non si preoccupano di conquistare terreno, è come se stessero solo lì per una gara di tiro al bersaglio, e ne fanno di centri! C’è un via vai di ambulanze che scendono in retro, caricano il ferito e risalgono. Mentre l’ambulanza scende i shebab si preparano: dopo c’è sempre un bel tiro di sassi.

I feriti raramente sono gravi: con un po’ di frizioni per riprendere la circolazione, abbiamo visto ragazzi tornare subito al loro posto! Due giorni prima avevano raccolto tutti i copertoni della zona; oggi ce n’è solo uno e non riescono a farlo rotolare verso i soldati. Intanto un po’ di traffico viene lasciato passare su una carreggiata, messa a doppio senso; noi siamo su questo lato e anche se i sassi partono anche da qui (con la fionda) si vede che non stanno sparando verso di noi, e poi si vede il soldato che mette a terra un ginocchio, prende la mira e spara. Ma i ragazzi li provocano continuamente, sbracciandosi come a dire: prendimi se ci riesci! Un bel po’ di ore sono andate avanti così, con gente che man mano si assiepava ad una certa distanza per assistere. Poi, verso sera, decidono di far sgombrare: lacrimogeni lanciati a ripetizione (hanno anche un fucile a ripetizione per i lacrimogeni) fino ad ottenere una coltre che copre la strada; siamo in mezzo a case, il vento disperde poco: si può solo scappare, e in fretta!

La giornata prevedeva anche assembramenti, come già fatto per il mercoledì, così i miei nuovi e anche tre svedesi arrivati la settimana prima, me li porto via: non bisogna esagerare con il mettersi in pericolo (il giapponese devo richiamarlo perché non stava nel gruppo). Cerchiamo un service che risalga a Ramallah, ci carica in dodici, invece dei sette regolari, ma oggi tutto si può fare. A Ramallah ci sono incredibili caroselli di macchine imbandierate come da noi per le partite, ma qui molto più pazzi: non solo fuori dei finestrini delle macchine, ma fino in piedi sul tettuccio! E nella piazza centrale c’è il grande schermo: prima comizio e canti, poi il discorso di Abbas in diretta. E pare che se la sia cavata bene: dalla nostra piazza applausi urla e qualche fischio ogni tanto – quando cita Arafat le ovazioni sono incredibili. Comunque ai palestinesi piace questo modo di fare casino e festeggiamenti, questa voglia prevale sulle critiche che si vorrebbero. E’ pieno di gente che sbandiera sui tetti, seduti sui cornicioni dei palazzi: è una visione incredibile; non è caduto nessuno, solo una telecamera, che comunque ha ferito uno!

E nel resto della West Bank? A Nabi Saleh c’è stata pure una battaglia a via di rubber bullets; anche qui bersagliamento continuo, non solo su chi tira i sassi, hanno fatto fatica a venire via, perché i soldati sparavano dappertutto. In un villaggio vicino a Nablus i coloni attaccano delle famiglie; i palestinesi rispondono, l’esercito interviene e spara, tirava sui palestinesi beninteso, con un morto e almeno cinque feriti! A Hebron un incidente stradale, con un morto israeliano: è colpa dei palestinesi! Sempre a Hebron, i coloni attaccano: una macchina investe e uccide un bambino di otto anni!

Queste battaglie fanno pensare che non si è rassegnati! A quando la terza intifada?  Ecco il link per le foto della settimana
https://picasaweb.google.com/112424888208586679688/1825Settembre2011?authuser=0&authkey=Gv1sRgCMC949mg4eDF3gE&feat=directlink

Dovrebbero avere i titoli, tra qualche giorno ne aggiungerò altre

Claudio, 25-09-2011, Hebron

Lettera n.11

Giovedì 29 e venerdì 30 hanno festeggiato il capodanno ebraico. Sembrava che fossero tutti più allegri e tranquilli. Incontro due rabbi in gita: sono sulla nostra strada, tra i due check point, strada percorsa spesso da coloni, ma mai da rabbi nella loro tenuta nera; infatti i due sono francesi, a Gerusalemme e Hebron per le festività. Quindi gli chiediamo ma che anno festeggiate? – i soldati del posto di blocco non avevano saputo rispondere -. Anno 5.722, dalla creazione del mondo! E quindi della storia di Israele!

Ci credono davvero: e in mano a gente con questo tipo di fede e credenze viene lasciato un simile potere!

Come dicevo prima, sembravano tranquilli, dopo avere fatto un po’ di provocazioni nei giorni precedenti. L’ultima volta accennavo ad un incidente stradale in cui erano morti due israeliani e si dava la colpa ai palestinesi. Poi la notizia peggiorò: si tratta di un’azione terroristica: i due sono morti perché gli tiravano sassi. In un altro momento la cosa si sarebbe sgonfiata, tornando alla versione dell’incidente, ma intanto si era ottenuto l’effetto di aumento della tensione: il funerale anziché a Qiryat Arba (dove abitavano e che è un grande insediamento ebreo alle porte di Hebron), viene spostato qui, vicino a noi, dove il cimitero è in zona palestinese; viene militarizzata la zona e vengono portati qui per la sepoltura, un centinaio di coloni incazzati. Infatti ad un certo punto riescono a trovare un palestinese da solo con la famiglia, lo circondano e gli tirano, orribile novità, dei gas tipo urticante se non addirittura nervino: questa roba è stata data ai coloni, per “difendersi”! Il poveretto è stato ricoverato in ospedale in preda a convulsioni.

Ma due giorni dopo, martedì, c’è di nuovo una ronda serale di un centinaio di coloni. Veniamo chiamati subito (c’è un telefono detto di Hebron, su cui riceviamo le chiamate della zona); eravamo da poco rientrati da un giro di pattuglia serale, cosa che facciamo sempre, avendo trovato tutto tranquillo, quando arriva la richiesta: sono in tanti, all’angolo qui sotto, tirano sassi se vedono palestinesi. Usciamo tutti, siamo cinque: effettivamente c’è un grosso gruppo, saranno un centinaio, di ragazzi tra 15 e 20 anni, visti così non sembrano cattivi, ma appena gli parte una scintilla, lo diventano. Sono in una strada senza uscita, in cui sono entrati scendendo dall’uliveto abbandonato, i soldati li hanno lasciati girare; come arriviamo noi vedi che anche i soldati si attivano ad indirizzare i coloni che così si allontanano da lì, per riscendere su Juhada street. Noi li seguiamo e i soldati pure; è un soldato che va a riprendere un ragazzo che si stava nascondendo in un angolo buio per tirare sassi contro una casa di palestinesi. Poi il gruppo si avvicina ai due autobus con cui sono arrivati. Intanto un gruppo di ragazzi mi circonda e comincia una discussione: perché hai quella? (si tratta di una kefiah bianca e rossa); l’ho presa perché sono un po’ raffreddato; chiaramente la discussione poteva degenerare, ma arriva un soldato a mandarli via. Finalmente sono quasi tutti risaliti sui bus e ci avviamo a rientrare; allora un colono locale, con tanto di bambina in braccio, mi lancia uno sputo. Gli dico: ma non ti vergogni, con quella bambina in braccio? E voi soldati non dite niente? Non contento, e sempre con la bambina in braccio, torna e mi tira un sasso! Sembrava un toro inferocito: l’idea che degli internazionali siano qui a sostenere i palestinesi li fa sbavare dalla rabbia. Siamo andati a casa, mentre quattro soldati lo tenevano, e una macchina della polizia ci spingeva “andate via per favore!”.

Forse tre quarti d’ora dopo un’altra chiamata; io ero già a letto, comunque riusciamo. Allo stesso posto di prima ci sono ancora una quindicina di figure agitate, ma per ora ci sono anche i soldati e ci limitiamo a vedere che se ne vanno, infilati in un po’ di macchine.

La notte della domenica ero stato a Susya dai pastori, questa volta con Aida, che in quanto coordinadora li conosceva per telefono, ma non di persona. Così abbiamo concluso anche il riavvicinamento tra due gruppi che ogni tanto litigano a proposito della nostra presenza. Ancora una notte con le stelle ed un vento gelido, che colori e che spettacolo!; nelle ultime due settimane da Jamal sono nati sei agnelli, compreso un parto gemellare; sembra che stanno tutti bene.

Questa volta trovo Jamal con i suoi fratelli che stanno scavando un pozzo: per uno che si esaurisce, ne tentano un altro, e in questa asciuttissima terra trovano acqua a quattro o cinque metri; un generatore che fa andare un compressore con cui attaccano e rompono la pietra, per il resto pale, picconi, secchi di cuoio, e carriola. Quando siamo arrivati c’erano le donne a tirare su secchi e scarriolare.

E’ un pozzo così che, nell’accampamento vicino, l’anno scorso è stato avvelenato, e nessuno osa più toccarlo. Sempre i cari coloni gli hanno sfondato una delle grotte in cui conservano le cose, andandoci sopra con un mezzo pesante. Comunque siamo stati alla tenda di Nasser e Abed, quelli che pretendono di controllare tutte le richieste di aiuto e di fare loro i trasport, ma in quell’accampamento vive anche un tedesco, Max, e c’è spesso una danese, che si fa chiamare Aida anche lei, per cui chi rimane più da solo e per giunta nel posto più vicino ai coloni, è sempre il povero Jamal. The di qua e poi riso e patate in brodo da Jamal, con anche l’altra Aida. La notte limpidissima e ventosa… a Jamal vengono vampe di calore, almeno così sembra, perché mentre per la cena la tenda era rimasta chiusa dalla parte del vento, di notte si alza e va ad aprirla. Che bello, così vedo mezzo cielo, mi sono detto, ma che freddo abbiamo patito. Mentre è quasi ora di alzarci, per portare al pascolo le pecore, si cominciano a sentire urla: Jamal! Schizziamo in piedi tutti gli adulti e si fa molta fatica a capire cosa è successo: comunque pianti e lamentazioni come da noi, poi, vestite di nero, sembra, ma è ancora notte, forse è stata solo un’impressione, facendo fatica a far partire le macchine, corrono via quasi tutti gli adulti. Capiremo poi che è morto, di tumore, il figlio diciassettenne di un fratello che vive in Giordania. Rimane il fratello minore a distribuire un po’ di cibo a tutte le pecore e i bambini che non andranno a scuola. Io vado a consolare il piccolo Mohamed che si è svegliato piangendo, e più tardi le due bambine più grandi ci portano la colazione: the, pomodoro, il solito olio da formaggio, e pezzetti di formaggio; pane avanzato, perché nessuno ha preparato quello nuovo!

Come avevamo pensato la sera prima, allora, andiamo a raggiungere l’altra Aida, e andiamo a trovare i pastori da cui ero stato le prime due volte. Mentre stiamo andando a piedi all’accampamento, ci sentiamo chiamare: tutti i greggi sono in vista; raggiungiamo così l’anziano (un po’ più giovane di me) da cui ero stato il giorno che il colono mi aveva inseguito – un incontro con abbracci calorosissimi. E loro ci raccontano una storia assurda: la settimana prima erano saliti sotto il solito insediamento abusivo (Abigail si chiama), e ai coloni che intervengono dicono di avere un riconoscimento dei militari per l’uso di quel pascolo. Ma non basta certo ai coloni arrabbiati che cominciano a bastonare le pecore; Nahel – così si chiama il ragazzo che era con me l’altra volta – chiede aiuto al soldato che è lì e che li guarda: nessun intervento. Nahel spintona un colono, ma intanto una pecora muore, una abortisce, tre perdono un occhio. Nahel viene fermato con l’accusa di aver voluto sparare ai coloni, e passa sei giorni in tre prigioni diverse, deve pagare 5.000 scekel per essere scarcerato, e ha l’obbligo settimanale della firma fino a un processo che non si sa quando sarà. Erano così tristi e bastonati! gli ho detto appena posso vengo un giorno, ma hanno detto, no, per ora stiamo il più lontano possibile da quella zona…

Restiamo a storie di coloni: è ancora venerdì, secondo giorno di festa per l’anno nuovo, avevo detto che sembrano più tranquilli, ed effettivamente ci è sembrato così nei nostri giri di pattuglia di giovedì. E’ vero che hanno chiuso il check point alla moschea di Abramo, per cui si sentono più tranquilli; in cambio ci sono sempre palestinesi obbligati a giri assurdi per andare a scuola. Ma poco fa, sul service di ritorno da Ramallah, arriva una chiamata: richiesta di internazionali a Ailat, villaggio alle porte di Gerusalemme. E ora stiamo cercando di capire cosa è successo: pare che dei palestinesi abbiano messo una tenda su un terreno che è rivendicato come proprio, ma non riconosciuto. E’ arrivato un gruppo di pacifisti israeliani a sostenerli. E sono questi che vengono assaliti dai coloni. Sfasciano i vetri del bus su cui stanno salendo, afferrano gente, malmenano, gli gridano: era meglio se i vostri progenitori rimanevano in qualche lager! Risultato: tre ricoverati in ospedale.

E oggi a Nabi Saleh: per la prima volta mi sono visto passare rubber bullets a mezzo metro, uno a destra e uno a sinistra! meno male che di solito non sparano ai fotografi che stanno al bordo delle manifestazioni! ma c’era anche un ragazzo troppo vicino che tirava sassi…

La giornata aveva visto la partenza di un bel corteo, molto eccitato e partecipato: scendiamo la strada scandendo slogan (in arabo, noi facciamo solo un po’ di sottofondo). In fondo alla strada è stato fatto un blocco stradale con le pietre. Quando ci arriviamo i militari attaccano: qualche lacrimogeno e di nuovo prove di “skunk water”; bei getti fetenti, che il vento sposta, e a cui basta sottrarsi arretrando – non hanno molta gettata. La puzza di carogna che è rimasta in giro è impressionante. Però i tiri di lacrimogeni ad alzo zero fanno il primo ferito della giornata; credo che un ragazzo sia stato preso in testa. Il camion puzzolente si ferma ai nostri blocchi, ma gli spari di lacrimogeni vengono avanti, Con il solito sistema avanzano un po’, poi tornano indietro, allora avanzano gli shebab con le pietre, poi di nuovo avanzano i soldati con i lacrimogeni, ma quando si diradano, i ragazzi riattaccano.

Hanno fatto grande uso di questi specie di mitragliatori montati sul tetto delle jeep, che sparano contemporaneamente cinque o sei lacrimogeni che si aprono a rosa, con una concentrazione che se ci rimani dentro non so come ne esci! A un certo punto della giornata ci si sposta sulla collina di destra; prima è stato un bel gruppo di donne che, scandendo slogan, si è portato a metà della collina sotto un grande carrubo; poi piano piano siamo arrivati anche tutti gli altri. Anche i soldati si sono spostati ben dieci mezzi su quel lato, che è dove c’è la sorgente che è stata sequestrata agli abitanti di Nabi Saleh; e lì va avanti per un po’, con il solito ritmo. Almeno qui non possono usare le jeep, ma sparano tanto lo stesso, ci sono ogni tanto le corse dei soldati verso la collina per obbligare i ragazzi a risalire. A un certo punto ti accorgi che agli spari non segue più la nuvola e lo scoppio del lacrimogeno: vuol dire che siamo passati ai rubber bullets. Pare che sparano un po’ a caso, i ragazzi sono più in alto, tra i sassi, non vedo i militari prendere la mira. Intanto era arrivato un cambio di truppe: sono arrivati i cattivi, i ”border police”, e sto pensando che è il loro arrivo a decretare il cambio di arma! Mentre è pomeriggio avanzato, i ragazzi hanno lasciato la collina, i soldati sono tornati alla loro torretta con posto di blocco con quasi tutti i mezzi, ma si sono preparati dei blocchi di cemento di protezione, nuova provocazione prima di andarsene. E qui ripartono gli shebab, saltando giù dalla collina e fermandosi a proteggersi dove c’è un muretto di pietre: ricomincia il tiro al bersaglio, contro un po’ di sassi che non riescono quasi mai ad arrivare ai soldati, loro prendono bene la mira e sparano; ho visto anche una ragazza tra i tiratori! Così vanno avanti ancora un bel po’, tra sortite dei soldati con arretramento dei ragazzi, e ritorno dei ragazzi sghignazzanti verso i soldati. In una di queste cariche di fucileria sono arrivati anche i rubber bullets verso di me; Jude è stato colpito, probabilmente di rimbalzo, niente di grave ma ha un bel livido.

Abbiamo avuto qui un reporter de “Il fatto quotidiano”: sul giornale c’è poco o niente di estero, ma sul web sì; se andate sul loro sito e, nella casella di ricerca, digitate “Nabi Saleh”, c’è un’intervista a Aida venerdì scorso; se digitate “Hebron”, ci sarà un’intervista a me giovedì.

Per le foto, ogni link già usato rimanda a tutti i miei album; metterò le foto di questi giorni con calma.

 Hebron 1-10-2011 – Claudio

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