Le lettere di Abu Claudio n.12/13

Lettera n.12

Sto ritornando da Sheik Jerrah, dove le notti sono sempre più fredde. Per fortuna ci hanno rimesso una tenda, ma ancora un po’ volante; tra l’altro – avendo rimesso l’ora invernale – è sempre più difficile venire di sera. Ieri sera (5 ott. 2011), avendo lasciato la nostra casa di Hebron alle 18,30, riesco ad arrivare a Betlemme, ma scopro che non c’e’ più l’autobus per Gerusalemme; allora comincio a pensare che devo accettare un taxi
(sono in tanti che si fermano ad offrirsi), quando una persona gentile mi dice di andare al check point, attraversare, e poi di là prendere un autobus di linea. Procedo, ma di là trovo che continuano i festeggiamenti ebraici (dopo il week end del capodanno, il prossimo  sarà quello dello Yom Kippur) e tra le due date si continua a fare  festa. Così io mi sono trovato in mezzo a folle di ebrei che erano  andati a vedere il merav di Rachele (non so cos’e’); io trovo solo  molta gente ad una rotonda, tutto circondato dagli altissimi muri  delle chiusure; sembra un labirinto di muri a sei metri; non è certo  una bella visione neanche da quella parte; comunque il bus si riempie  di sionisti, che non sono mai allegri, che se sapessero cosa  faccio…. mi viene da tremare e faccio lo sguardo buono. Ad ogni  modo, dopo una breve corsa, l’autobus rimane imbottigliato in mezzo a  folle di festanti: ci sono bancarelle, musica, gente dappertutto.

Finalmente riesco a scendere dall’autobus e a farmela a piedi: sono  arrivato a Sheik Jerrah dopo le 22!

Ero stato li anche domenica sera, dopo  essere andato a Tel Aviv ad estendere il mio visto (qui ti danno un  visto di tre mesi, ma il mio periodo sforava di 11 giorni) così, con  qualche timore su possibili investigazioni, vado al ministero  dell’interno a chiedere il prolungamento del visto. A tal fine ho  preparato la storia che userò anche per lasciare Israele, quando mi  chiederanno cosa ho fatto per tre mesi e mezzo: ero in una profonda  crisi esistenziale e ho pensato di venire a risolverla a Gerusalemme,  al monte degli ulivi, a Nazareth, qui dove sono nate le religioni! Mi
ero preparato con una vecchietta sull’autobus, che si è dimostrata  tutta contenta: hai fatto bene, qui puoi ritrovare te stesso! Ma al  ministero nessuna domanda: esibendo il biglietto di ritorno per il  5\11, mi hanno timbrato un’estensione fino a quella data. Così sono  tornato presto e mi sono fatto un altro bel giro per Gerusalemme. Tra  l’altro giorno e ieri sera ho visto un gran numero di ebrei: il primo  rilievo è la percentuale altissima di militari e di religiosi tra  quelli che viaggiano! Il secondo rilievo è la multietnicita’ di  tutta questa gente, per cui è evidente quanto sia pretestuoso il  volersi chiamare popolo eletto e monoetnico! Niente di più falso,  solo inventato per giustificare l’esistenza di uno stato  confessionale; a parte i nuovi immigrati, la gente è di tutte le  tonalità possibili, come qualsiasi popolo che ha subito invasioni o  spostamenti. I Rom sono monoetnici, i palestinesi sono monoetnici ed  eredi di questa terra!

Lunedì sono andato di nuovo a Susya,  con Audrey, l’americanina e con Aida danese, che poi si sarebbe  fermata là. C’era da fare le condoglianze per il nipote perso, con  lo scarso vocabolario che ho…. comunque si fa tanto con gli  sguardi, il più bello era quello della nonna che diceva: lo ha preso  Allah.

Uscita con le pecore, abbeverata delle  pecore; con il trattore a caricare acqua ad uno dei pozzi; poi la  cena, il solito riso stavolta con salsina di pomodoro; a nanna  presto, con lo spiffero meraviglioso e terribile; sempre di notte mi  alzo ancora a guardare le stelle… La mattina dopo usciamo all’alba;  non si vede nessun soldato alla torretta! e allora avanti, un po’  più su del solito; le pecore mangiano più volentieri, tutto è  umido. Quando la soldatessa ci vede siamo fuori della zona  autorizzata e lei, da sola mentre noi siamo quattro, non osa  sgridarci. Io provo ad andare a parlarle ma mi grida di andare via;  intanto con la radio ha chiamato una pattuglia. Noi però dopo un po’  ridiscendiamo, per portare le pecore a bere e noi a fare colazione;  così quando arriva la camionetta con i soldati, vediamo che viene  sgridata: cosa hai chiamato a fare, non c’è niente!

Martedì pomeriggio è arrivata una  chiamata: stanno demolendo case a Beit Ula, piccolo centro agricolo a  ovest di Hebron. Io parto di corsa, Aida e Jude, di ritorno da Sheik  Jerrah, mi raggiungeranno appena possibile. Bus con studenti che  vanno a casa; gente che mi chiede perchè vado a Beit Ula; spiego,  qualcuno sa o ha sentito; quindi, dicono, voglio andare a verificare,  fare foto, scrivere, bene grazie! L’autista si impegna a portarmi il  più vicino possibile. Mi lascia nelle campagne, ma vicino ad una  fabbrica artigianale; entro, il principale parla un po’ di inglese;  chiama un suo conoscente che è tra i danneggiati, e gli dice: ma non  vai più là? c’è da portare uno. Arriva subito e mi accompagna:  hanno spianato una terrazza con 150 ulivi piantati, la cisterna, un  fabbricato a servizio dell’azienda; un’altra casa è rimasta in  piedi perchè la gente si rifiutava di spostarsi. Poi mi mandano più  giù: un’altra costruzione, un’altra cisterna: restano pietre,  terra e ferri. Più giù ancora: una cisterna, un ricovero per le  pecore, una tenda in cui vive una famiglia con 5 figli, un locale in  muratura: tutto schiacciato. Ci fa vedere una costruzione che era del  2005; perchè ora distruggere tutto? Trovare una simile distruzione  mi attanagliava il cuore! Cosa faremmo noi contadini, in Italia, se  un ordine superiore ci distruggesse i sacrifici di anni? Avevano una  carta con ordini di demolizione: aziende agricole funzionanti, c’è  quello che racconta di controllare l’impianto di irrigazione degli  ulivi tutte le notti… e siamo a più di un km dal Muro. Il pastore  raccoglie la famiglia sul trattore, e si avvia mesto da qualche  parente, gli hanno anche fatto scappare le pecore! e piano piano  tutti si rassegnano, la vita continua, Inshalla. Ma ci vogliono a  casa loro: il primo, Kamal, è quello che ha accompagnato Aida e  Jude, ci vuole tenere anche a dormire, almeno venite a conoscere la  mia famiglia; the o caffe? ma questi? donne e ragazzi stavano pulendo  uva passa, chicchi grossi e dolcissimi; 8 figli maschi e 4 femmine,  ci vuole una bella azienda a crescerli tutti.

In tutte le occasioni io dico che  anch’io sono contadino; dopo un po’ ci concede, se volete possiamo  andare, ma bisogna tornare indietro a recuperare le borse di Aida e  Jude. Nella casa di fianco a dove sono le borse ci stanno aspettando  in sette o otto, tra cui quello che aveva portato me, con un vassoio  di frutta; uno mi ha visto in televisione (avevo fatto un’intervista  con dei ragazzi per una TV locale), tutti ci vogliono conoscere. Ora  possiamo andare? si si… ma un’altra sosta: guardate il mio giardino  e, un altro the; ma venite dentro, ho realizzato un piccolo impianto:  proiettore e schermo quasi da cinema, ci proietta un mixage con  Arafat, tanto, e Abu Mazen, poco. Ma a quest’ora non c’è più  mezzi di trasporto – non c’è problema – chiamano un loro amico e  ci accompagna in macchina a Hebron. Ora hanno i nostri numeri e ci  chiameranno appena succede di nuovo qualcosa. Ma che differenza tra  questa gente accoglientissima e gli ebrei musoni.

Intanto c’è in corso lo sciopero  della fame dei detenuti nelle prigioni; qualche manifestazione a  sostegno, ieri anche una manifestazione davanti al carcere di  Ramallah; Patrick che era con me a Sheik Jerrah, veniva da li. Un bel  gruppo di parenti dei detenuti e sostenitori; l’esercito ha  attaccato come sempre e gli shebab hanno tirato un po’ di pietre;  su youtube c’e’ un video divertentissimo: le forze IDF si autogasano:  ventate violente riportano i lacrimogeni interamente sulle posizioni  dei soldati, che si contorcono per la tosse e l’asfissia!

Ora è venerdì sera; sono finalmente  arrivato a Nablus, dopo la manifestazione di Nabi Saleh. Oggi c’era  un po’ meno gente del solito; dicono che ci sono un po’ di blocchi  alla circolazione per via dello Yom Kippur. Il corteo parte come  sempre con i suoi slogan; sempre più agguerrito il gruppo delle  ragazze palestinesi; in più, si pensa ai detenuti: due si  ammanettano per ricordarli. Dopo la curva della strada, come sempre,  ci attaccano: una scarica di lacrimogeni da lasciare senza fiato;  comunque dopo un po’ ci si riorganizza, e sia ora che dopo un po’,  di nuovo sono le ragazze a prendere lo striscione, scandire slogan e  affrontare i lacrimogeni. E’ stata una ragazza la prima ferita.

 Comunque si limitano a respingerci ogni volta che si torna a  scendere; ogni tanto arriva anche un rubber bullet, ma più che altro  sono sempre i lacrimogeni. A un certo punto del pomeriggio sembra che  si ritirino verso la torretta di guardia, ma prima, appena arrivano  dietro la curva, ci bombardano a mitraglia: saranno arrivati  cinquanta candelotti tutti insieme. Che asfissia per tutti.

Finalmente si ritirano per davvero ai loro blocchi intorno alla  torretta e ricominciano il tiro al bersaglio e le sortite in avanti;  sembrerebbe proprio che stiano facendo del training, usando la gente  per bersaglio. Fanno anche un attacco con due jeep, di corsa sulla  strada per arrivare vicino ai ragazzi, saltano giù e sparano a  vista; ma devono pure risalire e riscendere, e quello è il momento  della sassaiola (finalmente anch’io tiro il primo sasso alla jeep!).

Ma è pure la loro festa, per cui decidono di andarsene, cosa strana,  alle quattro; lasciano alla torretta una squadra che scopriremo  formata da otto soldati. Gli shebab cantano vittoria e partono ad  assediare la torretta, con un lancio sempre più preciso, visto che  non c’è nessuno a contrastarli. Finalmente una sortita degli otto  soldati che si erano nascosti, ma gli shebab hanno conquistato i  blocchi di difesa dei soldati e non temono i rubber bullet! i soldati  devono richiamare i rinforzi! Quando arrivano di nuovo tre jeep si  riprendono i blocchi e fanno arretrare gli shebab. Io ora sono alle  spalle dei soldati, bella posizione per foto, ma qualche sasso arriva  anche vicino a me. Ora stanno sparando candelotti lacrimogeni, ma ad  alzo zero, per fare male veramente. Di nuovo le jeep se ne vanno; il  sole sta tramontando, anche i nostri si avviano in su. E’  incredibile, rimangono solo un gruppo di ragazzini, il più vecchio  avrà dieci anni, c’è anche una ragazzina che si diverte a  calciare i lacrimogeni; tirano sassi e quegli stronzi di soldati  sparano ad alzo zero! Mi distraggo, mi sparano, su una gamba, tiro  secco da una decina di metri; ho un bel segno su una gamba. Non mi  dimenticherò: fino a che dici sparano ad alzo zero è una cosa che  sembra lontana, quando ti colpiscono è un’altra cosa.

Spero che abbiate guardato le foto  della settimana scorsa; vale la stessa cosa, ogni link precedente  apre tutta la raccolta. Non ho raccontato dello spezzatino di  cammello: eccezionale, carne saporitissima. Anche questa volta,  probabilmente entro domani, metterò un’altra raccolta di foto.

Nablus 7-10-2011 –  Claudio

Lettera n.13

Gli ultimi giorni sono stati molto  diversi. La campagna delle olive partiva a rilento, e a Nablus  eravamo già arrivati in tanti; allora io ho deciso di spostarmi  nella valle del Giordano!  Veramente prima ho fatto un giro  nella città vecchia a Nablus, compresa la ricerca del barbiere, per  me e per Patrick.

Anche Nablus ha il suo mercato con  dedali di viuzze e grandi tratti coperti; veramente uno spettacolo,  anche se in certi punti era asfissiante, caldo e senza aria!  Effettivamente ha fatto ancora dei giorni di gran caldo. Comunque,  dopo sistemate le barbe, prendo il service per Jiftlik, nome  impronunciabile, uno dei cinque villaggi maggiori della valle del  Giordano.

Prima osservazione è la strada: poco  dopo Nablus ci si infila in una valle che scende, ma scende  tantissimo: Da 800 metri sopra a 250 metri sotto il livello del mare!  Lungo la valle che porta là, si trovano alcune tra le più fiorenti  aziende agricole della zona; si vedono impianti di irrigazione,  ortaggi, asini con aratri, trattori… evidentemente c’è acqua  sotterranea e terreno fertile, ogni volta che la valle si allarga.

Arrivo a Jiftlik, dove c’è una casa  collettiva, che viene gestita da una comunità della valle del  Giordano; all’arrivo the e chiacchiere nella casa di fianco, poi  trovo dove sono i miei: che conosco c’è Rosa, un’inglese che, a  parte venire alle manifestazioni del venerdì, vive qui da mesi;  trovo un madrileno che parla ottimo arabo, è qui da tre anni, ed  altri; hanno una macchina in prestito di uno dei volontari  palestinesi e usciamo per una visita alla valle.

Ci si aspetterebbe grandi zone  desertiche, oasi ogni tanto, pastori liberi di scorazzare  dappertutto. Invece siamo sotto completo controllo israeliano; tutte  le oasi sono diventate colonie, i pozzi requisiti; i pastori vengono  confinati in zone delimitate, chiusi come in riserve indiane; le  chiusure non sono recinti, ma profondi solchi con un terrapieno di  fianco, stutto realizzato con le ruspe, e chiaramente non  attraversabile dai greggi; ogni tanto il fossato è interrotto da un  cancello chiuso; pare che vengono aperti ogni due o tre giorni per  permettere ’approvvigionamento di acqua. Di fianco ai cancelli,  blocchi di cemento con la scritta: “Firing area”, cioè “attenti  perché siamo autorizzati a spararvi”. E infatti ci sono stati due  morti ammazzati nell’ultimo anno; per uno, bontà loro, si sono  anche scusati.

Facendo un giro contorto riusciamo ad  arrivare ad un grande accampamento, parecchie tende, vari gruppi  familiari, moltissime pecore e capre che pascolano sulle desertiche  colline intorno; anche qui alcune baracche un po’ più stabili,  alcuni mesi fa, sono state distrutte dai soliti soldati; vedo vari  serbatoi per il trasporto dell’acqua: due volte al giorno devono  andare a caricare acqua, pagandola; prima le pecore andavano ad  abbeverarsi all’oasi vicina; ora c’è un enorme insediamento,  pieno di alberi, che occupa tutta la parte meglio della vallata; si  tratta di sole 30 famiglie, contro le 400 famiglie di pastori che  vivono lì intorno! The nel deserto e un po’ di spiegazioni;  intanto arriva un camioncino a caricare pecore; significa che  comunque l’attività funziona, gli animali si vendono.

Continuiamo il giro, a vedere altri due  grossi villaggi, ci sono alcune belle aziende agricole anche qui,  molto più in difficoltà che quelle dei coloni, sempre per il fatto  che l’acqua è interamente sotto controllo Israeliano. Di fronte a  noi la Giordania; di là si vede tutto sviluppato  tanquillamente:  villaggi, serre, ortaggi, strade sulle colline; un’impressione di  ordine e sviluppo rurale. Tra noi e il Giordano (dove non corre  acqua), terreni persi, ancora minati! Quanto durerà questa valle? I  pozzi israeliani sono sempre più profondi; pare che ora scavano a  140 mt. Un altro villaggio, che era un campo profughi, semidistrutto;  ora gli israeliani vogliono togliere il po’ che rimane per farne  una colonia, credo che è qui che si sta realizzando un altro centro  comunitario.

Torniamo alla casa; il cuore della  casa sono tre stanze con il tetto a cupola, antiche; di dietro,  rinnovato da un paio di anni, una parte coperta con frasche e  tettoie, è dove si vive di giorno; davanti alla casa, lo spazio dove  si fabbricano i mattoni per le sistemazioni intorno: spunta la testa  di un serpente: guardala bene, è una vipera; spero che va bene se la  ammazzo! Detto e fatto, con una bastonata ben assestata in testa. I  mattoni si fanno con il fango e degli stampi, asciugano al sole; il  fango si fa con la terra che c’è intorno: per fortuna qui non  piove quasi mai, se no questi mattoni si disferebbero come la neve al  sole! E poi le costruzioni si disfano e si rifanno; quando gli  israeliani abbattono qualcosa, poi si rifà!

Comunque fa troppo caldo per lavorare  ora; quindi si cena presto ed è al buio che ci rechiamo al centro  comunitario in costruzione: dalle sette alle dieci e mezza, vengono  realizzate quattro file di mattoni doppi (muri larghi due mattoni,  circa 25 cm.).

Un filo a piombo? Mai visto; una lenza  per fare i muri diritti? Non c’è, si sposta ogni volta una barra  di ferro, si mette in posizione a occhio, e si fa un pezzo di quel  muro; una cazzuola? Ma perché, si usano le mani! Un mucchio di terra  dove si impasta il fango, dei secchi che pesano sempre di più perché  il fango si attacca dappertutto; io mi metto a trasportare fango  perché mi rifiuto di mettere giù mattoni di fango a pressappoco.

 Comunque a poco a poco i muri vengono su: si tratta di tre belle  stanze su una veranda antistante. Grande faticata, sporchi da fare  schifo, anche se è solo fango, e alla fine gli dico bravi è bello!

Una colazione alle 11 (sempre pane e  hummus, pomodori e peperoni, qualche salsina, e poi a casa, a lavarsi  i pantaloni e le scarpe, perché non mi sono portato dietro un  cambio! Stendere il bucato nella notte tiepida, domattina sarà  asciuttissimo!

Il giorno dopo, domenica, ho promesso  di tornare a Nablus per partire con la raccolta delle olive; ma prima  un po’ di pulizie in “casa”; il pavimento in terra battuta  raccoglie di tutto; la cucina è solo un fuoco dentro una specie di  cappa, anche qui grande sporcizia; deve arrivare un gruppo di  visitatori. I palestinesi portano il pasto (riso e salsa ai funghi),  mentre io preparo the e caffè sul fuoco; gli altri preparano una
grande insalata in stile arabo (mucchi di verdure a pezzettini su  piatti piani).

Arrivano una quindicina di francesi!

 Quasi tutti di una certa età, con interessi vari; così tocca a me  dare tutte le spiegazioni, con ogni tanto un intervento di Rosa, che  io traduco; comunque molti discorsi interessanti. Poi, mentre aspetto  che venga un po’ più fresco per avviarmi, il palestinese che aveva  prestato la macchina mi chiede se sono disposto a lavorare; gli altri  stanno andando via prima di me; e così mi metto a impastare fango,  per fare una spalletta all’esterno della cucina, che finirà con un  arco; qui finalmente riesco a far trovare un filo a piombo, così gli  sistemo una lenza fatta bene: il muretto cominciava a pendere… ;  spero che la vipera non avesse parenti, perché siamo sempre vicino a  dove l’ho colpita!

Rientro a Nablus a passaggi, anche se è  già buio si riesce a fare. Dal lunedì si parte per le olive, e ne  ho fatto tre giorni, con tre famiglie diverse. La mattina ci  presentiamo presto, verso le sette; siamo lì per tutelare la loro  sicurezza, ma intanto diamo una mano nella raccolta, e io da  raccoglitore abituale, divento il più richiesto; prima mi viene da  pensare che sono disorganizzati, al punto da sembrare svogliati; poi  mi rendo conto che è tutta la vita che il loro lavoro viene svolto  all’ombra di soldati e coloni: come si fa ad avere ancora voglia di  lavorare? Certe piante non sono mai state pulite sotto, ma  probabilmente sono venuti i soldati a farli smettere; ed è quello  che succede il mercoledì mattina: siamo divisi fra tre famiglie,  nella stessa zona sotto un insediamento di coloni: arriva una  pattuglia a farci smettere: “oggi è vietato”; domani  raccoglierete, ma sarà poi vero? Comunque, rassegnati, tutti si  avviano verso una zona più bassa; i soldati controllano che non  risaliamo e se ne vanno; eppure riescono a venire altre due  pattuglie! I primi scendono dalla jeep e si piazzano vicino a noi a  telefonare: evidentemente la risposta era positiva per noi, perché  se ne vanno; la seconda pattuglia gira con un gippone enorme in mezzo  agli ulivi, rompendo rami e fregandosene; io e Patrick andiamo a  chiedere cosa fanno, chi paga i danni; nessuna risposta, finchè se  ne vanno. Ma in condizioni simili non passa la voglia di lavorare?

Eppure sono contenti: oggi Allah è  grande, la giornata è bella, abbiamo amici che ci aiutano e si  raccolgono tante olive! Il mio ruolo allora, anziché criticare la  disorganizzazione, è di stimolare e incoraggiare, sistemando meglio  i teloni sotto gli alberi, chiedendo il seghetto per fare qualche  pulizia negli alberi, e con il mio poco arabo li faccio felici e  contenti!

Verso tarda mattina arriva sempre la  colazione, hummus fatto in casa, pomodori, salse varie, formaggio  fresco di pecora e pane a volontà. Dopo aver finito, verso le  quattro, ci si avvia tutti da una famiglia numerosissima (quella del  mio primo giorno) che prepara eccezionali pranzi palestinesi;  famiglia di grassi, che ti obbliga a stramangiare: una volta  melanzanine ripiene di riso  e carne; la seconda volta un riso  con spezie e frutta secca tostata, oltre a involtini indefiniti;  sempre il formaggio fresco e delle insalate. Per fortuna io ho  spiegato che ad una certa età non posso più mangiare troppo, così  assediano col mangiare solo i giovani!

Sono rientrato a Ramallah, dove dovevo  cucinare per una cena presso una famiglia palestinese, con il gruppo  dirigente di ISM in Palestina; riesco a stupire perché utilizzo gli  ingredienti palestinesi cucinando però all’italiana. Hanno tre  bambine simpaticissime per cui io sono Ammi (zio).

Poi la notte a Sheik Jerrah, tranquilla  e non troppo fredda, sempre alternandosi nelle ore di sonno; e  giovedì sono tornato a Hebron, giusto in tempo per andare a fare la  scorta ai bambini di Buheiri, quelli che costeggiano l’insediamento  dei coloni; questa volta si ferma una jeep dell’esercito, a  chiedere cosa facciamo lì: proteggiamo i bambini! Non fate finta di  non sapere che i vostri cari coloni ogni tanto vengono a tirare
sassi, e voi non fate niente per proteggere i bambini. Rispondono:  allora voi sareste i buoni e noi i cattivi? certo, gli diciamo!

Ma ad Hebron c’erano accadimenti  notevoli: a metà settimana la decisione superiore di una nuova  angheria: anche le donne incinte (per esempio due maestre) devono  passare dal metal detector. Scatta un corteo di bambini delle  elementari, che inscenano una protesta incredibile davanti al check  point. Bambini strattonati e maltrattati da soldatoni grandi e  grossi; sette bambini finiscono in ospedale; il preside viene prima
fermato e poi rilasciato, perché i soldati non riescono a tenere  l’ordine e hanno bisogno di lui; il giorno dopo ancora meglio:  lavagna in strada e lezione in strada davanti al check point; ora  vedremo le novità domenica, quando  si ritornerà a scuola  (venerdì e sabato è festa).

E oggi sono tornato a Beit Ommar; con  me una coppia di inglesi, che erano gli unici rimasti a Hebron, due  ragazzi italiani arrivati dopo l’ultimo training, e un danese, che  è stato qui due volte da quando ci sono io, stavolta con tre amici  in visita; va e viene perché ha parenti israeliani. Manifestazione  completamente diversa dalle precedenti; stavolta partiamo dalla  piazza centrale, dove c’è la tenda a sostegno dei detenuti in  sciopero della fame; ora poi arrivano le notizie su chi saranno i  mille scambiati con Gilad Shalit; tutti quelli che non hanno parenti  inclusi nella lista sono incazzatissimi. Anche qui un po’ di  preghiera in strada, e poi giù lungo la strada principale: la nuova  contesa è che l’esercito sta progettando di chiudere l’accesso  principale, da cui si arriva ad Hebron in venti minuti, per obbligare  la gente ad un giro contorto che potrebbe prendere fino a due ore!

E così il corteo è molto partecipato  e combattivo; purtroppo è un paese tradizionalista, e non ci sono  donne palestinesi nel corteo. Quando i soldati sbarrano la strada, si  gira su una laterale, fino ad un nuovo confronto con i soldati;  slogan e canti, ai ragazzi viene impedito di tirare sassi; sembra che  tutto è finito tranquillamente; ci si avvia per tornare verso il  paese, e qui succede una cosa che solo gli israeliani possono fare:
mentre il corteo si ritira in ordine, loro ci sparano lacrimogeni!  Allora volete sassi!

E parte la battaglia; non conoscevo i  ragazzi di Beit Ommar come lanciatori, ma bravissimi, anche partendo  da una strada dove bisognava andare a cercarsi le munizioni dentro i  cortili; così hanno continuato ad alti e bassi, dividendosi in due  gruppi, uno sulla strada con almeno una quarantina di ragazzi, ed uno  di una ventina sulla collina di fronte; vento abbastanza favorevole a  noi, per non farsi riempire troppo di lacrimogeni e invece sassi in  quantità; finchè vedi i ragazzi tirare, sembra che i sassi non  arrivano mai fino ai soldati; quando però ci siamo stufati e,  durante un periodo di calma dalle due parti, ce ne siamo andati,  passando vicino ai soldati abbiamo visto centinaia di sassi arrivati  fino lì!

Ad un certo punto avevo raccolto i due  italiani ed ero andato a trovare il mayor, da cui avevo dormito la  notte dell’arresto; ed eravamo andati da lui pensando che la  battaglia fosse finita; quando invece riscendiamo sulla strada, è un  momento che riparte il confronto, e ritroviamo i nostri sei compagni  che non se ne erano mai andati!

Ecco il link alle foto della scorsa  settimana;

https://picasaweb.google.com/112424888208586679688/08Ottobre2011?authuser=0&feat=directlink

questo è il link alle foto di oggi;  quando siete su questo album, si possono sempre vedere quelli  precedenti, sotto galleria di Claudio Tamagnini

https://picasaweb.google.com/112424888208586679688/814Ottobre

Hebron 14 ottobre 2011 –  Claudio

 

Contrassegnato con i tag:

Articoli Correlati

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam