Le lettere di Abu Claudio n.8/9

Lettera n.8

Comincio dalla fine: verso le dieci di sabato sera è stato rilasciato Jude, ventuno anni, mio compagno di avventure in questo momento. Ma cosa era successo? 
Alle nove questa mattina siamo andati allo stesso campo di sabato scorso; 
veramente c’era in mente anche un’altra idea… Vicino al campo hanno da poco 
messo una bandiera e un’altalena; è il primo segnale che, se glielo si lascia 
fare, dopo diventa un pezzetto di colonia nuova; comunque non ci siamo potuti 
arrivare. Mentre alcuni di noi si mettono a togliere i tronchi della vigna vecchia 
e altri a bruciare fratta e togliere sassi, compare una pattuglia, ben 
numerosa, nel solito assetto di guerra; si precipitano su di noi e sembra che 
il problema sia il pezzo nuovo dove stavano spietrando e bruciando; cominciano 
a spintonarci fuori di lì. Torniamo più giù, nel campo con i tronchi. Va bene, 
dice uno degli anziani, torniamo al lavoro; e così io e Jude torniamo ai legni. Non facciamo in tempo ad afferrare due tronchi per uno che i soldati ci saltano 
sopra dalla terrazza superiore; pare che prima partivano per me, poi hanno 
optato per quello giovane. Gli saltano sopra in cinque, lo piegano con la 
forza, lo ammanettano; dicono che eravamo in zona militare, e avevano un foglio 
di carta che però nessuno ha letto nemmeno da lontano. Jude viene portato alla 
jeep all’interno della colonia. Intorno alle jeep (sono tre), si sta radunando 
una folla di coloni; se rilasciassero Jude ora, rischierebbe di venire 
linciato! Nel gruppo con noi ci sono anche due bambini: come altre volte loro 
sono coraggiosissimi; oggi si infilano due bandiere palestinesi per uno nella 
maglietta e vanno sotto i soldatacci, che li strattonano e vorrebbero arrestare 
anche loro! Intanto noi altri veniamo ancora spintonati per indurci a lasciare tutta la 
zona; sulla strada ci raggiungono anche i quattro contadini che avevano fatto 
finta di continuare a spietrare; sulla strada viene inscenato un ballo e intonato un canto. Il 
trascinatore è un bell’omone barbuto con cui avevo chiacchierato sabato 
scorso: è stato a lavorare in Brasile per un po’ di anni e così eravamo 
riusciti a comunicare un po’. Ma oggi saltano sopra anche a lui, lui si butta 
per terra; con la solita cattiveria lo girano sulla pancia e lo ammanettano 
rompendogli un polso, così devono chiamare un’ambulanza. Cerchiamo di parlare 
con i soldati, ci dicono che tra poco Jude verrà rilasciato. Poi tornano: no, lo 
portano alla stazione di polizia. Allora ci avviamo a piedi attraverso i campi 
e verso il paese di Beit Ommar; tornano le jeep con i soldati a spintonarci per 
andare via più in fretta. Finalmente ci chiamano un taxi, che porta a casa un 
bambino e l’anziano che organizza, e noi, Aida e io, a cominciare il nostro 
calvario per stazioni di polizia e caserme militari. Avevano detto che era 
nella stazione di polizia a nord di Beit Ommar, a cui corrisponderebbe il 
paese. A riceverci nel parcheggio della polizia una visione direi infernale: 
sono allineati cinque di quei mostri di cui si è sentito parlare e che sono i 
caterpillar demolitori (tipo quello che ha schiacciato Rachel Corrie); beh! sono 
proprio spaventosi: cingoli altissimi, una pala alta due metri e mezzo, la 
cabina ad almeno cinque metri da terra, degli orribili rostri posteriori… 
Comunque ci dicono che Jude non è lì; sono anche gentili, telefonano in giro e 
ci dicono che è alla caserma di Hebron. Allora torniamo sulla strada 
principale, e prima che arrivi un service, si ferma una persona gentile (un 
dottore) che si offre di accompagnarci; ha capito al volo che se delle persone 
non israeliane (Aida ha messo una kefia) escono da quel bivio significa che hanno problemi 
con la polizia. Ci carica, ci accompagna alla stazione di polizia di 
Hebron e poi dice che ci aspetta! Tentativi di trattare e di capire qui non c’
è. Un poliziotto stranamente gentile si impegna a farci telefonare  se lo 
portano lì. Il nostro amico da lì ci accompagna fino a casa, incredibile 
solidarietà che si costruisce intorno ad un arresto. E ora al telefono: 
polizie, caserme, comandi militari. Finalmente viene fuori che è ancora alla 
base militare dove è cominciato tutto; saltiamo su un autobus e corriamo là. 
Quando arriviamo il piantone va a chiamare il suo ufficiale superiore, che ci 
garantisce che entro un quarto d’ora lo liberano, “però non dovete aspettare 
qui, andate sulla strada principale” e invece non arriva! Torniamo in caserma: 
c’è stato un contrordine della polizia, “lo portiamo alla polizia di Hebron, tra 
cinque minuti andrà via”. Allora aspettiamo sulla curva e così dopo un po’ passa 
un enorme cellulare, ma! Sono in tre! Jude ci vede e si rincuora. Telefono 
subito a quelli della seconda manifestazione di Beit Ommar, e anche lì hanno 
arrestato due internazionali! Torna sulla strada, c’è meno movimento di prima, 
si ferma un taxi che aveva su una persona sola, e ci porta di nuovo alla 
stazione di polizia di Hebron. Di nuovo gentili: è arrivato, ma ora deve essere 
interrogato; gli diremo di telefonare appena si sa se è libero o in arresto e 
intanto consegniamo il passaporto di Jude, che non lo aveva perché era rimasto 
nella borsa raccolta da noi. Tra le altre telefonate del giornoc’era stato 
anche il consolato inglese, e un avvocato che ogni tanto lavora per ISM.

Si 
riparte, fare la spesa e cucinare; noi abbiamo fame e i “nonnini” come li 
chiamo io, una sera che non c’ero avevano pasticciato. I nonnini sono quattro 
inglesi arrivati domenica scorsa; tutti con esperienze in Palestina o altri Paesi; 
di colpo io sono diventato parte dei 
giovani!

E finalmente arriva una 
telefonata: l’avvocato, che dopo le spiegazioni di Aida al telefono, aveva 
chiamato la polizia, elencando le irregolarità su cui avrebbe fatto causa: 
numero di ore di detenzione in caserma, mancata concessione della telefonata… per cui è libero. Saltiamo su un taxi e si va a cercarlo, è uscito ma non 
si sa dove lo hanno accompagnato. Gente esce da un negozio per aiutare, cammino 
mezz’ora da una parte e dall’altra, il suo telefono non prende più; finalmente 
arriva in un posto che si capisce e con una persona che spiega all’autista dove 
è andato (alla fine era stata la polizia ad accompagnarlo). Eccolo! Pesto ma 
felice; il peggio è che lo hanno lasciato legato nella jeep con uno che gli 
sbatteva la faccia contro il sedile davanti e intanto gli dava pugni sulla 
nuca, gridando: “ti ammazzo”. Nessuno sa chi sia stato! e nessun soldato gentile ha 
aiutato ad identificarlo! Jude è riuscito a farsi fare un referto medico, in 
ebraico; ma pare che gli è rimasto solo un bozzo dietro la testa.

E ora torniamo indietro: i nonnini sono stati utili nei controlli dei check 
point e delle scuole, e questa è stata una settimana in crescendo per quello 
che riguarda i controlli e le perquisizioni. Da domenica scorsa, quando sono 
iniziate le scuole, ci dividiamo i controlli, soprattutto in due posti: la 
scuola Cordoba che è sopra Juhada street, con davanti una scuola ebraica, e una 
zona (Bwheri) dove i bambini tornano a casa costeggiando le recinzioni di un 
insediamento.

I bambini per andare alla Cordoba school salgono da una scala in 
pietra, alla cui base c’è un garitta di controllo, cinquanta metri prima della 
scuola ebraica. In passato ci sono già state scene di violenza; come 
minimo c’è sempre qualche vociata contro i palestinesi. E i soldati che 
controllano: la ragione è sempre la sicurezza, cioè cercano armi, anche solo un 
coltello; vorrei sapere cosa c’entra frugare nella borsa dei bambini, 
sfogliare libri e quaderni. Tutte le volte che provi a parlare ai soldati ti 
ripetono la storia della sicurezza; ma non si rendono conto di esasperare la 
gente e se cerchi di spiegarti, c’è qualcosa che gli impedisce di ragionare. 
Se pensassero di avere a che fare con esseri umani, cercherebbero di metterci 
del rispetto. Ma il problema è proprio lì: loro trattano con esseri inferiori a 
cui non si riconosce l’umanità, ma solo il maltrattamento come a 
bestie.

Poi c’è l’accompagnamento a Bwheri; lì la mattina i bambini vengono in 
qualche modo accompagnati, ma dalle 12,30 alle 13,30 bisogna sorvegliare perchè 
capita che si raccolgono un po’ di coloni e tirano pietre ai bambini! I bambini si 
sono abituati a noi, ti riconoscono, vogliono farsi fare la foto, ti chiedono 
portami la cartella… E ai due check point che dobbiamo passare per 
salire a casa, c’è sempre l’ossessivo trattenimento di tutti i ragazzi tra i 15 e i 
25 anni: dicono che è la fascia a rischio per fare i terroristi! Ma se li esasperate 
lo diventeranno! E come sempre i soldati non ci sentono; stando lì davanti ai 
soldati pare che qualcosa riusciamo a fare, come sostegno ai fermati e come 
intralcio ai soldati. Abbiamo visto ragazzi tenuti fermi due ore Questa settimana abbiamo fatto anche qualche visita a famiglie: qui vicino ce 
n’è una che va a casa attraverso un sentiero sconnesso perché la via comoda gli 
è preclusa: sono sotto le case dei coloni! E mi ritrovo che papà è quello che 
accompagnava il gruppo degli italiani dell’altro giorno. Lui è un uomo 
preparatissimo, con buona conoscenza dell’inglese; lavora anche con una squadra 
legale di Hebron, molto preciso nelle analisi. Poi una 
famiglia che vive nella città vecchia, a ridosso della zona chiusa. Qui c’è un 
ragazzo che ha studiato inglese, si sente di voler lavorare con qualche 
associazione, ma è un po’ disfattista, ma la mamma ha ancora biscotti dall’
Aid, e datteri, e the e caffè…

Un’altra volta siamo andati 
in un campo di rifugiati vicino a Beit Ommar, dove una anziana conosceva 
già della gente: troviamo un uomo che tiene un po’ le fila per tutta la zona, 
realizza filmati; suo fratello dipinge quadri strani e impressionanti con 
figure in primo piano e pezzi di storia palestinese realizzati in 
sovrapposizione o addirittura all’interno delle figure. Tutti e due sono stati 
in prigione, al primo hanno anche sparato ad un braccio. Poi si va da amici loro, che 
suonano e cantano: dopo un po’, con davanti the e uva intonano canti 
accompagnati da uno strano mandolone a 11 corde e da un violino; beninteso 
musica tradizionale, ma potrebbero veramente fare un tour in Europa.

In settimana ci sono state anche demolizioni negli accampamenti beduini, i 
nostri pecorai! In un posto dove non siamo ancora stati hanno buttato giù 
stalle e servizi, in un altro hanno dato fuoco a una tenda. Andavo con tre 
degli anziani a vedere le demolizioni, ma poi ci hanno chiesto di non andare, 
perché c’era già troppa gente, tra operatori della stampa e internazionali 
(in quella zona hanno anche sede quelli di “operazione colomba”), e abbiamo 
ripiegato sui nostri soliti pastori, almeno ho accompagnato là anche questi 
nuovi. E’ stato un po’ un’avventura arrivarci, perché quello che ci dovrebbe 
venire a prendere ci fa sempre aspettare tanto; così intanto abbiamo avuto un 
assedio, chi ci voleva portare, chi ci teneva a chiacchierare, chi prometteva 
un interprete e un autista, chi voleva che proprio non contassimo più sul 
nostro autista… Alla fine ci ha ritrovati (ci eravamo mossi dal punto di 
partenza) e siamo andati sul posto; sono quelli che ogni tanto dicono che 
vogliono appoggio per rimuovere blocchi stradali e poi non decidono mai. In 
quella zona i coloni hanno fatto strade belline, che però tagliano sempre 
quelle precedenti usate dai pastori; quindi un po’ i coloni, un po’ i soldati, 
fanno dei blocchi stradali con massi: e i nostri che dovrebbero fare? Volare?

Poi abbiamo deciso di lasciare per la notte le due signore, mentre io e Des, il 
nonnino ultrasettantenne, ci avviamo a piedi con un ragazzo dei pastori per 
essere pronti per le manifestazioni del venerdì; ed è stato più facile a piedi. Mezz’ora di buon cammino e poi alla più estrema periferia di Yatta (il paese 
principale) abbiamo trovato un piccolo bus; altro che stare ad aspettare il nostro 
Abed!

E ora il gran finale!
 Venerdì a Nabi Saleh; come al solito il ritrovo prima in una casa e poi sotto 
il gelso, che è nella piazza della moschea. Si vede subito che è piuttosto in 
grande: molti israeliani, molti internazionali e molti palestinesi! Solito 
avvio all’uscita dalla moschea, bel corteo rumoroso; ormai ci sono stabilmente 
anche delle ragazze del paese. Si decide per il percorso alto e la discesa dall’
alto della collina; sembra che ci sono pochi soldati, solo in fondo dove, non 
lo avevo ancora capito, l’anno scorso si sono appropriati della sorgente che 
riforniva il paese. Tutta la collina è occupata da manifestanti e finalmente l’
attacco; convergono da due punti e cominciano con i lacrimogeni. Giornata 
jellata, il vento è a loro favore! Se anche ti sposti dal fumo dei lacrimogeni 
poi ti arriva la lacrimata violenta. Ritirata da questo primo fronte. Si risale 
al paese, ma i soldati, non ci seguono ancora; e allora giù in mezzo ai campi 
sotto il paese, di nuovo fino alla strada. Tornano con le jeep, saltano giù e 
ricominciano a sparare. Risaliamo un po’, e poi giù su un altro versante, con 
un occhio alla loro torretta di guardia, non c’è nessuno si potrebbero cacciare 
i soldati! Ma se ne accorgono anche loro ed arrivano due jeep; ma mi pare che i 
soldati sono ancora solo una ventina, che corrono, sudano, sparano come pazzi; 
momento di stallo, non si può andare davanti alla torretta e i soldati non 
attaccano e cercano di riorganizzarsi. Nuovo fronte di nuovo dalla strada a 
salire; stavolta riescono ad entrare in paese, dove li aspetta un bel gruppo di 
shebab con i sassi; i soldati sparano ad altezza uomo. Sono lì anch’io, e cerco 
di sganciarmi, ma ho sempre intorno gli shebab; comunque i soldati non cercano 
me. E gli shebab compaiono e scompaiono, tirano un po’ di sassi e spariscono; 
quelli sparano sempre, ma sempre più a caso. Ci infiliamo nell’uliveto e i 
soldati decidono la ritirata. Un momento di tregua. Bisognerebbe vedere l’
energia di questi ragazzi, come corrono, come scavalcano le nubi di 
lacrimogeni, come riescono anche a ributtargliene; qualcuno ogni tanto rimane 
un po’ intossicato; si ferma cinque minuti a sputacchiare e poi via di nuovo. I 
soldati in ritirata devono farlo in buon ordine, quindi risalgono verso il 
punto più alto della collina, continuando a sparare, come se dovessero tenere 
la posizione; ma gli shebab incalzano, anche il vento è un po’ girato; partono 
i frombolieri; non molta precisione, ma tiri lunghi che disturbano i soldati, 
quelli che da quattro ore corrono con tutta la loro bardatura, devono essere 
esauriti. Ma avanti con i sassi, fino a un grido di allarme: arrivano due 
camionette con la “Border police”, i più cattivi (quelli che hanno pestato Jude 
ieri); scendono due squadre che arrivano dall’alto del paese, dove si erano 
allontanati, ormai in fuga precipitosa, i venti soldati di prima; loro sono in 
contatto radio, non come gli shebab; ma non capiscono dove sono i ragazzi, di 
colpo non c’è più nessuno. I soldati erano passati attraverso a internazionali, 
donne e bambini, senza nuocere; ora ritornano indietro con circospezione, fino 
a che al crocevia centrale compaiono gli shebab e gli fanno sberleffi: qua 
siamo! Soldati in corsa di nuovo, lacrimogeni dappertutto, ma di nuovo, dopo un 
po’ di sassate, non c’è nessuno. Finalmente un po’ esauriti, un po’ incazzati, 
salgono sulle loro camionette e vanno avanti; quindi devono ripassare da qui. E 
si preparano le barricate: su un casotto tipo fermata del bus, vengono 
ammucchiati sassi, anche una latta di vernice, forse uno ha preparato una 
molotov. Ma per un bel po’ non arriva nessuno. Intanto un coro di ragazze 
sedute in mezzo alla strada, anche le donne che preparano sassi; 
internazionali siamo rimasti pochi, ma i palestinesi ci sono tutti, anzi sono 
aumentati e sempre ben agguerriti. Finalmente arriva dalla valle un altro 
convoglio, quindi un totale enorme di soldati che andavano ad un altro paesino; 
purtroppo non sappiamo ancora cosa ci facevano. Ma il nuovo convoglio trova i 
blocchi stradali, si devono fermare una prima volta, mentre si prepara il 
secondo blocco; sparano lacrimogeni, ma poi devono risalire e andare: 
bombardati di sassi e grida di trionfo; anche venerdì scorso quando io non c’
ero, una jeep in paese era stata massacrata. E probabilmente non era ancora 
finita perché un trafiletto dice che una jeep ha preso fuoco!

Hebron 11 settembre 2011
 Claudio

Lettera n.9

Sembrava che avremmo avuto una settimana tranquilla, voglio dire con la solita routine di oppressione! invece lunedì mattina arriva una telefonata: nella notte hanno bruciato la tenda della nostra postazione a Sheik Jerrah. Noi avevamo saltato il turno delle nostre presenze, e loro ne hanno approfittato subito! Incredibile accuratezza: hanno interrotto brevemente la corrente elettrica a tutto il quartiere, per poter appiccare il fuoco senza che la telecamera di sorveglianza li riprendesse, e poi benzina e fuoco: le due brandine, i vecchi materassi, tre quarti della tenda……. Non c’è più niente! Quindi parte Aida, che si sobbarcherà il primo impatto e i media, poi chiama anche me e Jude a raggiungerla. Non essendoci più la tenda, si dorme ancora meno; qualcuno veglia e qualcuno dorme un po’. Ma la serata è piena di visite; da Gerusalemme e dai quartieri è un via vai di solidarietà. Arriva un ragazzo arabo con un video dell’incendio, certo parte dopo che è arrivato lui; si vedono gli israeliani della casa occupata con un secchio d’acqua (!?) per tenere il fuoco lontano dalla loro casa, e poi i vigili del fuoco a spegnere. Viene anche l’ufficiale di polizia incaricato delle indagini: una figura ridicola, come, credo, tutti gli israeliani si fa beffe di qualsiasi delibera ONU (dice: perché gli US le rispettano? Aspettano una delibera per attaccare chi gli pare?). L’unica autorità per un funzionario di polizia è la sua Corte Suprema (per intenderci, quella che ha deliberato che la casa occupata è “da sempre” proprietà degli israeliani che la occupano). Una visione che non lascia molte speranze!

Il martedì torniamo a Sheik Jerrah, Aida, io e due dei nonnini; si prevede che loro vadano a dormire prima e poi ci daranno il cambio alle tre. Ma la serata è molto impegnata: Luisa Morgantini è in giro con una “carovana dell’acqua”, e propone di portarci tutto il gruppo. Detto e fatto, arrivano: foto e spiegazioni, poi Nabil, il padrone di casa, dà una dettagliata relazione. Anch’io apprendo qualche  dettaglio in più: la zona nel ’48 era della Giordania; questi realizzano le abitazioni per i rifugiati. Recentemente Nabil ha costruito la parte davanti, che viene considerata abusiva; arriva l’ordine di demolizione che non viene eseguito, fino all’intrusione degli israeliani; a cui viene assegnata dalla Corte Suprema, in quanto loro da sempre!

Alla domanda se Nabil ha in ballo qualche ricorso e che speranze ha, risponde che la sua da sola non ha speranze, è tutta Gerusalemme Est da cambiare. Poi andiamo a cena al loro albergo che è lì vicino, e ci portiamo Mohamed, figlio di Nabil, che a tredici anni scrive su un giornale web arabo; fa qualche intervista e poi è tutto contento di provare l’ascensore, a parte beninteso la cena in un hotel! La Morgantini aveva in programma un incontro con Zvi Schuldner, che però è indisposto e non viene. Abbiamo invece il ministro dell’agricoltura della Palestinian Authority, che ci racconta un po’ di cose: per troppo tempo è stata trascurata l’agricoltura palestinese, sperando invece in turismo e artigianato! Ora ci sono aziende sperimentali con studi sui terreni e le coltivazioni: c’è qui un tipo di terreno montano su cui le molteplici arature fanno risalire l’acqua dalla terra, ottenendo dei miglioramenti produttivi impressionanti. L’ulivo più vecchio del mondo è qui: si parla di 5.000 anni! Non ho sentito però di molta ricerca sugli ulivi.

Rientriamo a Hebron la mattina dopo. Giro del mercato: mentre ci avviamo sulla salita un gruppo di bambini ci chiama: soldati in una casa! Corriamo a vedere, sono entrati con le solite buone maniere spintonando le donne; non c’è niente e non cercano niente, vogliono solo occupare il tetto di quella casa per un po’; eppure proprio di fianco hanno una torretta di guardia, con lo stesso campo di visibilità. E’ proprio solo per dare dimostrazione di essere al di sopra di tutto. Due anni fa, dopo una serie di incursioni così, avevano ottenuto un impegno pubblico a non nuocere più, che ne è ora? Poi capiamo che queste incursioni fanno parte del controllo a tappeto che stanno facendo. Nei giorni che precedono il 20/9, un gruppetto inscenava una piccola manifestazione per chiedere di rinominare Shuhada street – che è vietata agli arabi – in Apartheid street. Qualche manifesto, qualche slogan, qualche scritta sui blocchi di cemento che chiudono l’accesso. Ma i soldati la fanno diventare una operazione di guerra: trenta soldati o più, in assetto da combattimento a spingere indietro la gente, per liberarsi uno spazio, e in quello spazio una doppia riga di rotoli di filo spinato!!! E per che cosa? Nessuno faceva nient’altro che quella piccola manifestazione! Nel pomeriggio tutto sarebbe tornato alla tranquillità. Comunque anche i controlli ai check point continuano a peggiorare.

Intanto ci hanno chiamato da Sussia, una delle famiglie di pastori. A me piace sempre andare, e in più c’è qui un ragazzo di Milano che ha lavorato con un laboratorio di ceramica qui vicino, e con un gruppo teatrale a Nablus. Aveva espresso il desiderio di venire anche lui sulle colline dei pastori; è giusto qui e viene con me. Stavolta l’andata è più semplice, e facciamo l’uscita della sera e poi quella dell’alba. Questa famiglia è in cima alla collina: c’è un tramonto spettacolare, una notte stellatissima come sempre, la tranquillità della loro cena con il solito riso. L’accampamento è come gli altri, solo qui ci sono tre greggi: Jamal, che ci ospita, un fratello e anche papà. Jamal è il più insoddisfatto: è così bello qui, ma non abbiamo nessuna libertà. Nelle divisioni dei terreni, lui ha la zona davanti all’accampamento, ma se si allontana di più di dieci metri dal bordo del wadi (il fondo valle, che in primavera viene coltivato a patate, pomodori, cetrioli e zucchine) escono i soldati dalla torretta sovrastante, per ricordargli i suoi limiti! E con noi lì lo fanno sia la mattina che la sera: cosa può fare mangiare alle sue pecore se gli chiudono tutte le vie? Il loro pozzo è ora asciutto, portano acqua con una piccola botte dietro il trattore, ma al mattino le pecore si fanno una bella sgroppata per andare ad un pozzo molto più lontano. Dopo la camminata, noi a riposare e le pecore a ruminare. Intanto la moglie di Jamal ha provveduto a raccogliere ogni escremento dal recinto per ammucchiarlo ad essiccare, e ha messo un po’ di granaglie nelle mangiatoie. Munge una pecora ogni tanto, per i loro consumi. Fa cagliare un po’ di latte subito per mangiarlo bagnandoci il pane, e la mattina dopo per una tazza di latte buonissimo, ma che ti fa andare subito a scaricare! Al mattino il bambino di quattro anni che non va a scuola con l’aiuto della mamma ci porta la colazione: the, patate fritte, pane caldo e un intingolo che pare olio. Scopriremo poi che è anche questo prodotto dalle pecore: dopo averne fatto il loro formaggio, invece di ricotta fanno questo liquido che viene aromatizzato con erbe. Da quattro litri di latte si fa un kg di formaggio e un litro di questo liquido, unto come l’olio e ottimo per bagnarci il pane. Ma il pane, che troviamo caldo? Era caldo anche alle tre di notte durante il ramadan! Il forno è un anello di terra cotta con una specie di copertura, e tutt’intorno viene fatto un cumulo di sterco secco, a cui si dà fuoco. Quando finisce di bruciare tirano fuori due pani, e ricominciano a cuocere… Prima di andare via andiamo a salutare gli anziani; la nonna sta facendo un pane un po’ diverso, che gira su una piastra metallica sopra il fuoco; questo sistema è molto usato anche nella città vecchia, ma nella tenda è più suggestivo! C’era anche da rappacificare Jamal con il suo vicino (hanno un po’ di attriti), così vado anche nell’accampamento di fianco a prendere un caffè nella tenda di Abed. Fuori c’è un gruppo di donne che tesse un tappeto.

Al rientro a Hebron riparto di corsa; Aida ha finito il training dei nuovi e c’è il meeting settimanale. Alla fine vengo mandato per la terza notte a Sheik Jerrah; faccio il primo turno di sonno, poi la veglia dalle tre: questi dannati israeliani, tutti studenti di Torah, non fanno niente, ma di notte sono sempre lì. Almeno riesco a riscrivere su un muro “palestine free”. Appena girano gli autobus saltiamo su uno, per andare a Ramallah, a dormire un altro po’ prima delle manifestazioni. Io e una ragazza inglese che è qui da tanto andiamo a Ni’lin; tanto, mi dico, dopo posso raggiungere anche Nabi Saleh. Non c’è proprio nessun mezzo che di venerdì vada a Ni’lin; molti vanno a Bi’lin, che è diventata famosa perché, vuoi le lotte, ma soprattutto la sentenza della Corte, ha fatto spostare il muro a vantaggio dei palestinesi. Ci tocca prendere un taxi.

Si comincia con la preghiera nell’uliveto; intanto arrivano tre israeliani che conosco (di vista, perché parlano davvero poco con gli altri). Sono i fondatori di “anarchici contro il muro” e anche loro contano di andare a Nabi Saleh dopo questa manifestazione, e sono in macchina; mi daranno un passaggio! Un bel po’ di palestinesi, ma gli internazionali siamo in tre! Parte il corteo fino alla porta; sulla porta c’è una montagna di reticolati spinati. I soldati non sono più usciti a pulire, i nostri hanno preparato sterpaglia e portato gomme per il fuoco. Mi ricorda i tempi dei picchetti ai cancelli della fabbrica… Gran fuoco e gran lancio di sassi; dall’altra parte gran lancio di lacrimogeni; un gruppo che si sposta verso destra sperimenta anche le pallottole coperte di gomma. Comunque tutto finisce presto.

E partiamo per Nabi saleh; i miei poco colloquievoli compagni parlano solo tra loro in ebraico, e io mi addormento. Alle tre siamo a Nabi Saleh. Al mattino, siccome gli shebab avevano preparato dei blocchi stradali con le pietre, portano una ruspa a liberare la strada. Che bel bersaglio una ruspa che non può scappare! devono proprio essersi divertiti, nonostante tutti i lacrimogeni ricevuti… E tanto appena la ruspa se ne va i blocchi vengono rifatti! Una prima discesa verso la sorgente dopo un po’ viene respinta; quando arrivo io siamo in una situazione di stallo. I soldati si vanno riunendo tutti all’entrata del paese, dove hanno una torretta di guardia e una specie di check point che possono chiudere; infatti chiuderanno a un certo punto: Voi fate i blocchi? E noi chiudiamo la strada.

A un certo punto ci sono là dieci tra jeep e mezzi blindati, ma con tutto questo spiegamento di forza non osano mai attaccare verso il paese. Quando gli shebab si avvicinano a tirare sassi, loro preparano una sortita con un gruppetto di soldati, che corrono verso i ragazzi e sparano. Come al solito i ragazzi scappano più in fretta dell’avanzata dei soldati! Quello che è grave è la cattiveria per cui non sparano più lacrimogeni, ma pallottole ricoperte di gomma. Non era ancora mai successa una cosa così. Ogni tanto fanno una cortina di lacrimogeni verso la direzione in cui sono anch’io, ma le sortite verso i ragazzi con le pallottole di gomma vanno avanti fino al buio. Non devono avere una grande mira, ma quando colpiscono un palo metallico senti che la pallottola è fortissima. Comunque a sera pare che non ci siano più di un paio di feriti. E’ chiaro che stanno alzando il livello dello scontro. A un certo punto è arrivato anche un camion di “skunk water”, il cannone ad acqua che spara ad una ventina di metri un liquido puzzolentissimo che ti si attacca ai vestiti e alla pelle: parte il tiro, non raggiunge i ragazzi, ma prima di arrivare a terra, il vento lo riporta sui soldati, che scappano accompagnati da un coro di risate! Il camion se ne va e ricominciano le sortite con pallottole ricoperte di gomma. Alla fine hanno il solito problema per sganciarsi: non possono scappare tutti insieme e tentano di lasciare fuori qualcuno per sparare, ma i ragazzi si avvicinano molto di più e bombardano i mezzi; qualche pallottola o qualche lacrimogeno non li fermano più; intanto io e altri quattro che erano con me arriviamo al di là dei soldati, sulla strada principale, dove appena passa un service rientriamo a Ramallah. I soldati erano ancora quasi tutti là!, ah dimenticavo, che puzza è rimasta nella zona dei soldati!

Qualche considerazione: a cosa serve un simile spiegamento di forze che non arriva a nulla? Si stanno preparando per cose più grosse? Uno degli israeliani che era lì diceva che i suoi compaesani militari gli facevano pena. Ricordava la disfatta in Libano nell’ultima guerra! Se poi tutto questo serva… wikileaks ha trovato dispacci americani su quanto l’esercito israeliano cominci a sentirsi frustrato per tutte queste manifestazioni pacifiche in West bank!

Ora ho fatto un giro per Hebron per cercare un barbiere, dovevo sistemare il pelo; dopo un caffè da uno, un the da un altro, ancora un caffè da un altro, avevo trovato un barbiere, anche se di sabato vari sono chiusi. Ora gli altri sono giù a sorvegliare il “ tour turistico” dei coloni e io sono risalito a finire di scrivere.

Ed ecco anche il link per le foto della settimana:

https://picasaweb.google.com/112424888208586679688/Palestina1218Settemrre

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