Le mani di Orban sui teatri (e sulla cultura) – di Paola Caridi

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tratto da: invisiblearabs

Ci risiamo. Il regime di Vitktor Orbàn parte di nuovo all’attacco della cultura. Come, d’altro canto, fa da anni. Questa volta tocca ai teatri, come ci racconta bene (benissimo) su Il Manifesto Massimo Congiu, che in Ungheria ha vissuto per decenni, spiegando nei dettagli l’ennesimo progetto di legge contro la libertà di espressione.

“Il provvedimento – dice Congiu – istituirebbe un Consiglio Nazionale della Cultura a guida ministeriale, con il compito di «stabilire priorità e direttive in ambito culturale». Secondo quanto si apprende, il ministro competente avrebbe anche voce in capitolo sulla nomina e sul licenziamento di direttori teatrali presso strutture finanziate in modo congiunto dallo Stato e dai comuni. Obiettivo di questa proposta di legge è «difendere efficacemente gli interessi e il benessere della nazione». La tutela degli interessi nazionali in tutte le sue articolazioni è la motivazione standard dell’esecutivo per giustificare provvedimenti atti in realtà ad ampliare il suo controllo sulla vita pubblica del paese. I sostenitori di questa iniziativa non fanno mistero del loro intento di porre fine a quella che definiscono egemonia culturale degli ambienti liberali di sinistra nel panorama culturale ungherese. Del resto, il primo ministro Viktor Orbán afferma che i suoi successi elettorali l’hanno legittimato a ridefinire i vari aspetti della vita nazionale”.

D’altro canto, la cultura ha sempre rappresentato, anche durante il regime comunista, il vero baluardo della libertà di espressione in Ungheria. La letteratura clandestina attraverso i samiszdat è ormai un caso di studio, sull’Ungheria e sull’intera fascia dei paesi satellite dell’allora URSS. Il teatro euro-orientale (abbastanza dimenticato, se non sottostimato in Italia) è stato a sua volta uno dei pilastri della dissidenza, vuoi per le pièce realizzate allora, vuoi per le stesse figure di drammaturghi, registi, attori. Un caso, il più eclatante, per tutti: Vaclav Havel, drammaturgo e dissidente, che della Cecoslovacchia diventò, non a caso, il presidente.

Qui di seguito, un mio articolo del 2013 su un altro attacco di Orbàn alla cultura libera. In cui ricordo Kaposvàr. Ed è un ricordo da tenere presente. Il teatro di Kaposvar è stato riaperto un mese fa dopo 3 anni di lavori, alla presenza dello stesso Orban. Il che la dice lungo su quanto quel teatro nel cuore dell’Ungheria, in un piccolo paese, era stato importante negli anni Ottanta. Speriamo bene…

 

(gennaio 2013)

“Ádám Medveczky, un esponente dell’Accademia Ungherese delle Belle Arti (MMA), ha chiesto recentemente di applicare qualcosa di simile a un esilio intellettuale forzato agli scrittori György Konrád, Péter Esterházy and Imre Kertész” (Kertész ha vinto il premio Nobel per la Letteratura nel 2002, e qui potete leggere un suo ritratto scritto dal nostro compianto Mauro Martini). La notizia, sullo Spiegel Online, non finisce qui, e getta una luce ancora più sinistra su quello che sta vivendo l’Ungheria, un paese che mi è carissimo.

“Parlando dei tre scrittori sul canale tv privato AVT, Madveczky ha detto: ‘Chiunque sia nato ungherese, ma danneggia e parla male degli ungheresi quando è all’estero non può più essere considerato un ungherese’. Il presidente dell’Accademia György Fekete aveva in precedenza espresso sentimenti simili e chiesto che a nessun membro dell’Accademia fosse permesso di “non avere un sentimento genetico nazionalista”.

Dichiarazioni di questo genere non fanno solamente inorridire, per le tragedie che l’Ungheria ha vissuto nella sua storia contemporanea. Quello che stupisce è un uso arcaico del linguaggio. Un linguaggio che si poteva usare nella prima metà del Novecento, anzi, nei primi quarant’anni del Novecento. E che invece siamo costretti a leggere (ancora) nel 2013. Nazionalismo, non essere considerati degni di essere ungheresi, venire privati di una cittadinanza culturale oltre che legale.

L’Ungheria non si meritava questo. E a maggior ragione non se lo meritano scrittori e intellettuali del calibro di György Konrád, Péter Esterházy, Imre Kertész. Alcuni di loro – come György Konrád, Péter Nàdàs (che Esterházy considerava una sorta di fratello maggiore e che purtroppo è quasi sconosciuto in Italia), Janos Kis – li ho incontrati ormai oltre vent’anni fa, quando la cortina di ferro era caduta da poco. Era il 1991, e l’Ungheria aveva già vissuto due anni di sbornia democratica. Erano nati partiti e partitini. Era nata Fidesz, e l’attuale premier Viktor Orban era il giovane leader di un partito di giovani liberali. Erano i ragazzi della facoltà di economia di Budapest, soprattutto, che avevano persino messo un limite anagrafico alla possibilità di essere membri del loro partito. Non sopra i 35 anni, un modo per segnare una distanza tra loro e il regime che li aveva dominati per decenni. Erano liberali, allora. Liberal, abbastanza liberisti, di centro-destra, ma anche – sembrava – libertari.

Certo, i rigurgiti nazionalisti c’erano anche oltre vent’anni fa. Si concentravano sul significato di ungherese e sulla minoranza magiara della Transilvania. Si cominciavano anche a intravvedere pericolosi segnali di antisemitismo, ma erano contenuti. Anche perché la grande intellighentsjia ebraica di Budapest aveva sempre fatto parte della dissidenza anticomunista, e in quel momento andava per la maggiore. Ora, invece, dei tre scrittori presi come bersaglio dall’Accademia delle Belle Arti (vecchi, brutti ricordi storici salgono alla gola, quando gli scrittori sono bersagli…) due sono ebrei, Konrad e Kertesz, e non credo sia ininfluente. Non credo sia un caso.

È scandaloso. Lo è dovunque, ma soprattutto a Budapest, che ha vissuto la crudeltà della deportazione della sua comunità ebraica nei campi di sterminio. E che ha vissuto anche, parallelamente, storie di ordinaria bellezza come quella di Perlasca, che dalla deportazione salvò moltissimi ebrei.

È scandaloso che così poco rilievo si dia – qui da noi – a un attacco alla libertà e alla dignità di uomini come Konrad, Esterhazy e Kertesz. Uomini e poi anche scrittori. Scrittori che hanno consentito all’Ungheria di essere un piccolo gioiello per la letteratura europea, assieme a una schiera infinita di intellettuali e artisti. E che soprattutto non si dia sostegno agli ungheresi che, in silenzio, hanno continuato a tenere viva la propria cultura e la propria dignità negli anni della dissidenza e – sono certa – anche adesso.

Questi sconosciuti, questi invisibili fruitori della libertà d’espressione mi hanno dato, vent’anni fa, grandi lezioni. Mi hanno mostrato con orgoglio, nelle case del centro di Pest, i samizdat, la letteratura clandestina che copiavano di notte, con le loro macchine da scrivere. E di questa letteratura clandestina facevano, per esempio, parte i testi di Gyorgy Konrad. Mi hanno portato con loro a Kaposvàr, a quasi duecento chilometri di distanza da Budapest. Soltanto per vedere uno spettacolo teatrale nel piccolo, splendido teatro di una cittadina sconosciuta a noi euro-occidentali. 200 km all’andata e 200 al ritorno, su  macchinette come le Fiat 126 o le Trabant, partenza nel pomeriggio e ritorno la notte. In quel caso, mi vidi – senza capire una parola – le Tre Sorelle  di Cechov in un allestimento d’avanguardia (non  mi ricordo, ahimè, il regista… forse il suo nome di battesimo era Laszlo). Mi ricordo però le enormi maschere che indossavano gli attori, come le zucche di Halloween, e quell’urlo in ungherese “Moszkvaban! Moszkvaban! Moszkvaban!”, A Mosca! A Mosca! A Mosca!, l’unica cosa che comprendevo di una lingua meravigliosa quanto terribilmente difficile.

Kaposvar era il teatro in esilio forzato, come vorrebbero (di nuovo) all’Accademia delle Belle Arti. Perché il teatro ungherese era parte della dissidenza, pilastro della dissidenza culturale. Gli spettacoli dei registi migliori erano sempre pieni, a Budapest, e dunque – per impedire questi assembramenti così… pericolosi – il regime comunista pensò bene di allontanare il teatro da Budapest. E di confinarlo a Kaposvar. Il risultato fu un singolare pendolarismo non solo del teatro, ma anche degli spettatori, che in massa – sulle Trabant – partivano alla volta di una cittadina distante 200 chilometri, si vedevano la pièce, e poi tornavano a casa. Pronti, la mattina dopo, per andare al lavoro.

Gli ungheresi lo conoscono bene il confino culturale. Lo hanno già sperimentato. Spero reagiscano come allora, dando vita a una produzione letteraria e artistica speciale, alla quale  possiamo solamente abbeverarci. Noi, qui, al di qua del Muro.

Grazie, grazie a Loredana Lipperini che stamattina, su FB e sul suo blog, mi ha svegliato dalla mia distrazione!

Lo scatto ritrae Liszt Ferenc Ter, Piazza Liszt. Nel 1991 vivevo in quel palazzone, conciato molto peggio di oggi… Si era praticamente all’indomani della caduta del regime, e Budapest era un’altra storia: era ancora – se si vuole – in bianco e nero, i nomi delle strade erano appena stati cambiati e solo i vecchi ungheresi si ritrovavano con la nuovo toponomastica, che era quella preregime. Il palazzone di piazza Liszt non aveva citofono, e il portone si apriva con una di quelle grandi chiavi che pensavo esistessero solo nei racconti. Si racconta che lì vi avessero abitato alcuni dei grandi nomi della storia contemporanea ungherese, a due passi due dall’Accademia di Musica, e al ‘confine’ del ghetto di Budapest. Vecchie storie…

La playlist ha dunque un brano obbligato: Franz (Ferenc) Liszt. Horowitz suona Liszt.

 

Le mani di Orban sui teatri (e sulla cultura)

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