Le misure per la costituzione dello stato non porteranno a niente, fintantoché la Palestina resterà una colonia

(30/01/2014)

Porre fine all’occupazione – la migliore e unica misura degna di fiducia

Rapporto sugli insediamenti

di Geoffrey Aronson, Fondazione per la pace in Medio Oriente (FMEP) |

Vol. 23 No. 6m Novembre-Dicembre 2013
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In una serie di relazioni scritte nell’ultimo decennio, le istituzioni internazionali, guidate da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (FMI) hanno evidenziato il contributo fondamentale delle istituzioni forti nella costruzione di uno Stato nei territori palestinesi.

Questo interesse e il sostegno straordinario offerto all’Autorità palestinese (AP) ha un contesto politico più ampio. In un’epoca in cui la comunità internazionale, guidata dagli Stati Uniti, si è ritenuta soddisfatta della leadership di Yasser Arafat e si è incentrata sulla realizzazione delle “ulteriori riassegnazioni” stabilite dagli accordi di Oslo II, la preoccupazione internazionale è stata del tutto assente riguardo la coerenza, la trasparenza e la governance delle istituzioni palestinesi create come conseguenza dell’accordo tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

Il cambiamento di questa politica inizialmente è stato il prodotto della decisione politica dell’amministrazione del presidente George W. Bush di “potenziare” Mahmoud Abbas nella nuova posizione di premier della AP a scapito del presidente della AP Arafat, che era in conflitto con Stati Uniti e Israele sulla scia dei falliti colloqui di Camp David, a metà del 2002 e della successiva seconda intifada.

In quello che è diventato noto come il “discorso della visione,” Bush, due mesi dopo l’Operazione Scudo Difensivo di Israele che aveva portato alla rioccupazione della zona A da parte dei militari israeliani nell’aprile del 2002, dichiarò: “E quando il popolo palestinese avrà nuovi leader, nuove istituzioni e nuovi accordi di sicurezza con i propri vicini, gli Stati Uniti d’America sosterranno la creazione di uno Stato palestinese i cui confini e certi aspetti della sovranità saranno provvisori fino alla determinazione conclusiva, come parte di una soluzione definitiva in Medio Oriente “.

Sotto la guida di Abbas, come successore del presidente Arafat alla guida della AP e dell’OLP e con il supporto critico e la credibilità prestata dall’ ex funzionario del FMI, Salaam Fayyad, come primo ministro, la AP si accinse ad attuare il programma di riforme richiesto dalla comunità internazionale.

“Palestina-fine dell’occupazione, istituzione di uno Stato”, un piano biennale per la creazione dell’infrastruttura amministrativa di uno Stato palestinese, fu presentato da Fayyad nell’agosto 2009. Nel mese di aprile 2011, il FMI riferì che l’Autorità palestinese “è ora in grado di condurre le sane politiche economiche che ci si aspettano da un futuro Stato palestinese ben funzionante, data la sua comprovata esperienza in materia di riforme e di sviluppo istituzionale nella finanza pubblica e in ambito finanziario.”

Istituzioni forti, trasparenti e ben gestite sono certamente auspicabili, ma tali istituzioni e tali pratiche, mentre sono vitali per un’effettiva elaborazione di buone politiche e per la loro esecuzione, non sono mai state un prerequisito per la sovranità e statualità.

Il controllo sovrano e autonomo sul territorio resta la conditio sine qua non, verificata nel tempo, per la liberazione nazionale, ed è proprio su questo punto critico, la capacità di controllare il proprio territorio, che i palestinesi vivono un deliberato e doloroso svantaggio.

Più di tre decenni fa, molto prima dell’era di Oslo, urbanisti e politici israeliani mapparono una divisione territoriale della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, che rifletteva due obiettivi israeliani correlati: stabilire la base politica e amministrativa per la diffusa colonizzazione israeliana della Cisgiordania e, così facendo, negare ai palestinesi la base territoriale su cui si potesse costruire un’entità nazionale veramente sovrana. A quel tempo, il Primo Ministro Menachem Begin descrisse questo obiettivo a somma zero come “autonomia per il popolo, non per la terra.”

Nel 1981, nella sua indagine su tredici anni di occupazione, il Ministero della Difesa di Israele era in grado di parlare positivamente della “scomparsa della Linea Verde, de facto se non de jure”, come bene per gli abitanti di entrambe le aree, vale a dire i palestinesi e gli israeliani.

Nulla di ciò che è accaduto nei decenni successivi, tra cui più di venti anni di negoziati dopo la firma degli accordi di Oslo II e la comparsa di permanenti e diffuse restrizioni alla circolazione, in particolare la barriera di separazione, ha modificato questo obiettivo israeliano. Infatti, il principale evento diplomatico dell’ultima generazione è l’accordo di Oslo II e la sua divisione della Cisgiordania in zone A, B, e C, con uno status separato, sotto il controllo israeliano, di Gerusalemme est. Questo accordo ha segnato il riconoscimento da parte dell’OLP di una divisione territoriale della Cisgiordania che ha messo il 60 per cento di esso al di fuori di ogni giurisdizione palestinese. Per l’OLP il processo di Oslo e la mappa che aveva disegnato erano visti come una stazione temporanea sulla strada per giungere alla fine dell’occupazione, l’evacuazione degli insediamenti e l’indipendenza che rimangono totalmente inevasi, dopo più di due decenni.

Uomini palestinesi esausti, dopo aver attraversato la Cisgiordania passando da Qalqilya prima dell’alba, in attesa del bus per soli palestinesi che li porterà ad una giornata di lavoro in Israele. Un’economia indipendente può essere costruita così? Foto di Uriel Sinai / Getty Images

Negli ultimi anni, la comunità internazionale ha raggiunto importanti conclusioni sul valore della sua attenzione sulla riforma delle istituzioni amministrative ed economiche palestinesi. In primo luogo, si riconosce che delle istituzioni ben gestite non sono sufficienti. Infatti, le istituzioni di governo riformate hanno provato tutto, ma si sono dimostrate irrilevanti nella battaglia palestinese per la sovranità, non riuscendo a impressionare Israele fino a convincerlo ad interrompere il suo programma di colonizzazione o a persuadere la comunità internazionale a insistere sulla fine dell’occupazione.

È l’occupazione, piuttosto che le carenze del governo della AP, che soffoca le prospettive economiche della Palestina, imponendo limiti strutturali insormontabili al modello di sviluppo economico perseguito sotto la guida internazionale nel corso degli ultimi due decenni. La Banca Mondiale, nel suo rapporto del 2011, “Sostenere lo sviluppo delle istituzioni e la crescita economica in Palestina “, ha riconosciuto che ” la crescita [economica palestinese] è insostenibile, trainata principalmente dagli aiuti dei donatori, piuttosto che da uno sviluppo del settore privato, che rimane soffocato dalle restrizioni israeliane in materia di accesso alle risorse naturali e ai mercati.”

Nonostante il fallimento dei suoi sforzi passati, la comunità internazionale, guidata dall’amministrazione di Barack Obama, continua a perseguire una strategia di sviluppo che presuppone la creazione di una fondazione sostenibile per la crescita economica palestinese in condizioni di continua occupazione. Ma la comunità internazionale ha iniziato a vedere più chiaramente che perché questo abbia successo, i poteri di Israele devono essere ridotti e la base territoriale di accesso dei palestinesi ed il suo controllo devono essere estesi su oltre il 40 per cento della Cisgiordania, incluse le aree A e B. Come la Banca Mondiale ha rilevato nel suo rapporto economico del 18 Settembre 2011, al Comitato Ad Hoc Liaison “Infine, affinché l’Autorità palestinese possa sostenere lo slancio delle riforme e le sue conquiste al fine della costruzione delle istituzioni, le rimanenti restrizioni israeliane devono essere eliminate”. La relazione della banca del 2013 al Comitato ad Hoc Liaison ripete questo punto in termini ancora più forti, specificando l’impatto ampio e completo che avrebbe il permanere dell’esercizio del controllo da parte di Israele sui territori
occupati.

L’ostacolo più significativo alla redditività economica nei Territori Palestinesi è il sistema multi-livello delle restrizioni imposte dal governo di Israele. Il sistema di restrizioni vincola gli investimenti, aumenta i costi per fare affari e ostacola la coesione economica. Anche le restrizioni in materia di accesso e di circolazione influenzano negativamente la capacità della AP di fornire servizi pubblici. Mentre alcune azioni sono state recentemente adottate dal governo israeliano per allentare alcune restrizioni, vengono garantite misure più incisive per alleviare significativamente i rimanenti ostacoli che attualmente impediscono la crescita economica guidata dal settore privato.

Questa analisi fornisce un importante contributo alla comprensione dei costi dell’occupazione e il ruolo fondamentale che l’assenza di controllo sovrano palestinese sul territorio gioca nella marcia verso la statualità e l’indipendenza.

Ma queste raccomandazioni sono indebolite da un grave difetto concettuale. Il sistema di occupazione, con la perdita di controllo dei palestinesi sulla terra che è al suo interno, non si è evoluto naturalmente o accidentalmente. E la conseguente incapacità dei palestinesi a comportarsi come nazione sovrana e vitale non è visto da Israele, che ha progettato questo accordo, come una lacuna bisognosa di una soluzione, ma come una caratteristica critica di un sistema progettato intenzionalmente e che funziona esattamente come previsto, salvaguardando l’espansione degli insediamenti e l’agenda della sicurezza israeliani e, così facendo, precludere la creazione di una sovranità nazionale palestinese.

Così, per esempio, la creazione di un’Area C sotto il controllo esclusivo di Israele, che comprende il 60 per cento della Cisgiordania, non è la conseguenza di un qualche capriccio burocratico o di una svista, ma riflette invece l’intenzione israeliana di stabilirsi e posizionarsi oltre la possibilità palestinese di ottenere il territorio necessario alle attività vitali per garantirsi la capacità di costruire un’esistenza nazionale indipendente.

    [Enfasi nostra]

La creazione dell’Area C- iniziata con Ariel Sharon e con i piani dell’Organizzazione Mondiale Sionista alla fine del 1970, e formalizzata negli accordi di Oslo II nel settembre 1995, fu ideata proprio per prevenire la creazione di una effettiva richiesta palestinese per una reale sovranità e indipendenza. Questo è il motivo per cui Israele resta irremovibile nella tutela dei suoi insediamenti, nello sviluppo e nella visione della sicurezza in questo settore nonostante le obiezioni palestinesi e gli sforzi lamentosi della comunità internazionale.

Gli sforzi internazionali per sostenere lo sviluppo palestinese entro la morsa territoriale istituita dalla divisione della Cisgiordania in zone A, B, e C e per contenere le restrizioni draconiane imposte alla Striscia di Gaza sono stati accolti da Israele, nel complesso, come elementi chiave quella che alcuni chiamano un “occupazione di lusso.” Non dovrebbe destare nessuna sorpresa che la leadership israeliana, indipendentemente dal colore politico, non abbia alcun interesse a sostenere la crescita economica palestinese, che potrebbe rafforzare le efficaci richieste per una sovranità politica e territoriale nelle aree occupate da Israele nel mese di giugno 1967.

La conclusione fondamentale che l’occupazione preclude lo sviluppo economico palestinese e mina il buon governo è al di là del limitato mandato della Banca mondiale e di analoghi donatori internazionali, tra cui lo sforzo guidato dall’ex primo ministro britannico Tony Blair. È comunque indispensabile per mobilitare gli sforzi internazionali per sfidare l’attuale assetto territoriale creato da Israele per impedire il vero obiettivo che la comunità internazionale dichiara di sostenere: l’indipendenza, la sicurezza economica e la sovranità per i palestinesi.

Nel 1997 fu emesso il primo ordine di demolizione contro l’avamposto di Amona in Cisgiordania. Nel 2003, fu emesso un altro ordine di demolizione. Nel 2006, lo Stato si è degnato di radere al suolo solo nove edifici. Nel 2008, lo Stato ha ammesso che la costruzione del sito era illegale e ha annunciato che l’intero avamposto sarebbe stato raso al suolo. Nel 2011, lo Stato ha annunciato che l’avamposto sarebbe stato evacuato entro la fine del 2012. Entro la fine del 2012, non è successo niente.

Ora, a metà ottobre 2013, 16 anni dopo che era stato emesso il primo ordine di demolizione, lo Stato ha chiesto al giudice un rinvio, ancora una volta. Ecco la spiegazione di questa volta: “Secondo il punto di vista del governo, un’evacuazione di tale portata in un momento come questo rischia di ledere gli interessi diplomatici di Israele. . . . Quando ci sono considerazioni pesanti da un lato, e della persone che protestano contro il cemento dall’altro. . . le considerazioni diplomatiche hanno la precedenza. ». . .

Amona non è solo un avamposto costruito con l’inganno in terra palestinese di proprietà privata, è il simbolo di uno Stato che ipoteca il futuro dei suoi cittadini ad un messianico sogno anti-sionista dettato da una gang aggressiva e violenta che ha messo le mani sulla politica e sui centri istituzionali di potere.

Il fatto che anche l’accusa stia collaborando con questi delinquenti e che il procuratore generale Yehuda Weinstein stia sostenendo questa acquisizione illegale di terreni privati, dovrebbe preoccupare ogni israeliano che vuole vivere in un paese sano di mente.

“Il Complesso Amona,” Ha’aretz, 16 ottobre 2013

Negli ultimi anni, alcune parti internazionali hanno cercato di convincere il mondo che la soluzione inizi con il rimuovere un blocco stradale o consentendo a ketchup e maionese di entrare a Gaza. Il governo israeliano sostiene che dare alcuni permessi di lavoro ai palestinesi e consentire ad alcuni camion di entrare a Gaza sono “misure di fiducia.” Ma ciò di cui ha bisogno la Palestina è porre fine all’occupazione israeliana, e questo è l’unico modo per la Palestina per raggiungere il suo pieno potenziale economico. Nessuna “misura di fiducia” farà cessare il furto delle risorse palestinesi, né le catastrofiche conseguenze sociali delle politiche di occupazione israeliane.

Negoziatore dell’OLP Muhammed Shtayyeh, “Il costo reale della occupazione,” Ha’aretz, 22 ottobre 2013

La comunità dei donatori negli ultimi mesi ha messo in evidenza i costi per la Palestina del continuo controllo israeliano delle risorse naturali nella zona C, che comprende il 60 per cento della Cisgiordania.

“In sintesi, il potenziale valore aggiunto totale è (diretto e indiretto, a seguito della riduzione delle odierne restrizioni in materia di accesso e l’attività e la produzione in Area C), ammonta a circa 3,4 miliardi di dollari o al 35 per cento del Pil palestinese del 2011.”

Banca Mondiale, “West Bank e Gaza: l’Area C e il futuro dell’economia palestinese”, 2 ottobre 2013

Note e collegamenti

Fondazione per la pace in Medio Oriente (FMEP)

Panoramica

Fondata nel 1979 dal compianto Merle Thorpe Jr., la Fondazione si dedica alla promozione, attraverso varie attività, di una giusta soluzione del conflitto israelo-palestinese che porti la pace e la sicurezza per entrambi i popoli.

Data l’importanza degli insediamenti israeliani come fattore nel conflitto israelo-palestinese, la Fondazione dal 1992 pubblica una relazione bimestrale sugli insediamenti israeliani nei Territori occupati, a cura di Geoffrey Aronson. Il rapporto contiene dettagliate, autorevoli analisi, dati e mappe degli insediamenti e il loro rapporto con il processo di pace. Le edizioni precedenti e attuali del Rapporto sono disponibili su questo sito (vedi FMEP Reports). È anche possibile iscriversi per ricevere la relazione via e-mail o scriveteci per avere una copia cartacea.

Altre questioni relative alla pace e alla sicurezza in Medio Oriente sono affrontate in periodiche edizioni speciali del Rapporto.

La Fondazione ha anche pubblicato o supportato pubblicazioni di libri, tra cui:  Prescription for Conflict: la politica degli insediamenti di Israele in Cisgiordania, di Merle Thorpe, Jr. (1984). (Alcune copie di Prescription for Conflict sono ancora disponibili. Sebbene questo libro sugli insediamenti sia stato pubblicato nel 1984, contiene analisi, fotografie e documenti che sono ancora attuali. Scrivici per una copia gratuita.)  

Errore e tradimento in Libano, di George W. Ball (1984)  

Affrontare le richieste dell’OLP, di Philip Klutznick, ex presidente della B’nai B’rith International e del World Jewish Congress, Meir Merhav del Jerusalem Post, e Hermann Eilts, ex ambasciatore americano in Egitto (1985) 

Una politica per il momento della verità, del Maggiore Generale (in pensione) Yehoshafat Harkabi (1988)  

Né trombe, né tamburi, di Mark Heller e Sari Nusseibeh (New York: Hill and Wang, 1991), un libro sostenuto dalla Fondazione che analizza la “soluzione dei due Stati”  

I colloqui di pace israelo-siriani: 1991-1996 e oltre, Helena Cobban, Istituto per la Pace 2000.

La Fondazione è un’organizzazione caritatevole ed educativa no-profit registrata ai sensi della Sezione 501 (c) (3) del Internal Revenue Code, marzo 1994 

(tradotto da barbara gagliardi per l’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus)

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