LE PAROLE E LE IMMAGINI PER DIRLO – di Paola Caridi

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tratto da: https://www.invisiblearabs.com/2021/05/15/le-parole-e-le-immagini-per-dirlo/

Ho nella testa le parole ascoltate in questi giorni. Ho negli occhi le immagini trasmesse. Ho nella testa anche le parole confuse e inesatte, gli errori marchiani, la mancanza di conoscenza, la protervia e l’arroganza, la confusione, l’incapacità di destreggiarsi tra termini difficili di cui non si sa nulla. Una mia amica cara mi ha detto, pochi giorni fa, “tu dai tutto per scontato, come se tutti sapessimo cosa succede lì”. Ha ragione: mai dare per scontato. Cercherò di spiegare di più, mettendomi nei panni dell’altro.

Allo stesso tempo, occorre però con determinazione stigmatizzare chi le parole le usa senza pensare all’Altro. Senza chiedersi chi è l’Altro. Senza sapere né avere l’interesse di sapere, di studiare.

Ho sentito parlare di “dispute immobiliari”, di mere questioni catastali,riferendosi alle espulsioni di Sheykh Jarrah (altro che dispute e sfratti e sgomberi). Mi chiedo perché, perché parlare se non si sa neanche dove sia quel quartiere. Dove sia Gerusalemme.

Ho sentito parlare di arabo-israeliani nelle città miste di Israele, senza capire che quei palestinesi con documenti israeliani appartengono al popolo palestinese, dopo decenni di sostanziale emarginazione da parte di tutti. Arabi, non palestinesi, così sono chiamati poco meno di due milioni di cittadini, il 20% della popolazione di Israele, perché definirli palestinesi vorrebbe dire riconoscere e assumere su di sé una pesante responsabilità storica prima ancora che politica e istituzionale. Sono quelli, sono proprio quelli del 1948 e della Palestina storica.

Ho sentito parlare di tanti frammenti, di Gerusalemme est, di Cisgiordania. E di Gaza. Questi frammenti fanno tutti parte della stessa questione. Fanno parte dello stesso Stato, lo Stato di Palestina, Stato numero 194 delle Nazioni Unite: Stato che non ha tutti i crismi di uno Stato membro, che è ancora di serie B come lo sono, in fondo, i palestinesi nella narrazione corrente. E però questi pezzi sono la Palestina. Sono, come dice la terminologia delle Nazioni Unite e della legalità internazionale, il Territorio Palestinese Occupato. Si badi bene, è singolare. Non è plurale. La dizione ufficiale usa il singolare perché la Palestina è una, nonostante separazioni, muri, strade separate, e una continuità diventata contiguità. Parlare di territori e di frammenti, definire Gaza soltanto come Gaza, vuol dire accettare una narrazione e uno stato di fatto: la Palestina è fatta di cantoni, di frammenti, di pezzetti separati a cui è stata tolta l’unità su cui si fonda l’indipendenza. I fatti sul terreno dicono questo. Il giornalismo ha l’obbligo di spiegare la relazione tra i fatti sul terreno e la legalità internazionale, se solo chi scrive le notizie sapesse gli uni (i fatti sul terreno) e l’altra (cosa dicono le risoluzioni e le centinaia di rapporti Onu).

Ho visto tante immagini, in questi giorni. Che aderiscono perfettamente alla narrazione che sta monopolizzando l’informazione italiana. Immagini che aderiscono a una cornice. Alle vittime civili in Israele si dà la giusta dignità, com’è giusto, necessario, imprescindibile per chi ha caro il valore della persona. Alle vittime civili di Gaza non si dà neanche la dignità non solo delle immagini (pesantissime, dolorosissime per chi ha cuore), ma dei numeri. Perché, ho sentito, i numeri li dà il ministero della salute del regime di Gaza. Dunque, quelle vittime non ci sono perché i numeri lì dà il regime di Hamas. Il problema è che quei numeri, dati col contagocce e col condizionale nei notiziari e sui giornali, sono pericolosi, perché indeboliscono l’architettura della narrazione imperante. Eppure quelle vittime ci sono, ci sono le immagini scattate, i video girati dalle persone palestinesi di Gaza, e dai giornalisti palestinesi di Gaza. Colleghi che fanno un lavoro durissimo da anni e decenni a cui noi giornalisti e agenzie d’informazioni internazionali, noi tutti ci siamo abbeverati. Giornalisti che sono lì a rischio della vita, sempre, e pure delle limitazioni interne della libertà di espressione. Che raccontano i bombardamenti, il dolore, i palazzi sventrati e buttati giù, mentre le loro stesse famiglie tentano di salvarsi in un formicaio impazzito, senza possibilità di fuga. Due milioni di persone, di esseri umani, chiusi e sigillati dentro 400 chilometri quadrati da quasi 15 anni e da quattro guerre.

Le immagini e le parole da Gaza, dall’interno di Gaza, sono praticamente inesistenti nell’informazione italiana.

Aderire a una sola delle narrazioni e considerarla “l’informazione” non solo non è buon giornalismo. Non è proprio giornalismo.

Nel frattempo, se volete, guardatevi Al Jazeera English. A dispetto del nome della testata, ho visto e sentito in questi giorni tutte le parti in causa.

 

 

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