Le parole sono pietre, caccia ad Amira Hass

Per la giornalista lanciare sassi è un’azione quasi naturale di fronte all’occupazione. Il sito972mag.com: «La maggior parte degli israeliani non riconosce ai palestinesi alcun diritto di resistenza». Lei e il suo giornale Haaretz, denunciati alla polizia di Gerusalemme per «istigazione al terrorismo»

26.04.2013

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La nota giornalista israeliana Amira Hass, vincitrice di numerosi premi per la sua coraggiosa attività di indagine sull’occupazione israeliana della Palestina, è finita sotto attacco. Il 4 aprile due organizzazioni israeliane hanno chiesto al procuratore generale Yehuda Weinstein di lanciare un’indagine contro Hass, accusandola di fomentare la violenza e il terrorismo nel suo recente articolo «La sintassi interna del lancio di pietre palestinese», pubblicato da Ha’aretz il giorno prima.

La voce critica di Hass è ben nota. Durante i suoi molti anni di attività giornalistica, Hass ha riportato le esperienze e le vicende dei palestinesi. Non ha mai nascosto il suo desiderio di contribuire al dibattito su quali siano le pratiche legittime di resistenza e su come la battaglia palestinese possa prendere una nuova forma al fine di invertire il trend esistente di violazioni e privazioni contro la popolazione occupata. La giornalista, nel suo ultimo articolo, ha coerentemente sostenuto che la disobbedienza civile e la resistenza, nelle loro forme possibili, hanno bisogno di un’organizzazione sistematica dal basso.

Ma mentre gran parte del furore è stato indirizzato contro il contenuto dell’articolo di Amira Hass – «la giornalista incoraggia o no il lancio di pietre?» – la questione importante nella faccenda è stata ignorata. Ci dovremmo chiedere: chi dà la caccia ad Amira Hass.

Il piano pro-coloni

Le lettere inviate al procuratore generale dallo Yesha Council (la principale organizzazione rappresentativa dei coloni) e dal Legal Forum for the Land of Israel per chiedere un’indagine contro la giornalista sono infatti parte di un piano strategico più ampio orchestrato da alcuni attori sociali israeliani il cui obiettivo è di affinare la grammatica di espropriazione, privazione e violazioni esistenti. In compagnia di queste due organizzazioni, vi è infatti una pletora di gruppi come NGO Monitor, Im Tirtzu, Regavim e Shurat HaDin che utilizzano gli strumenti legali dei diritti umani come sintassi funzionale alla perpetuazione del regime israeliano di democrazia coloniale.

Le loro campagne sono condotte in diversi modi, tra i quali l’etichettatura di coloro che resistono al progetto coloniale israeliano come «terroristi», e dunque persone che abusano dei diritti umani.

Le attività del Legal Forum for the Land of Israel illustrano questo punto. Fondato nel 2004, il Forum, a quanto risulta dal suo sito, è «dedito alla protezione dei diritti umani in Israele, rafforzando il governo e preservando l’integrità nazionale dello stato di Israele e del popolo ebraico». Una delle prime iniziative di questo gruppo legale e di pressione è stata la difesa dei «diritti umani dei coloni» poco prima del ritiro da Gaza. Il Forum ha presentato una petizione alla Corte Suprema israeliana contro ciò che consideravano la risistemazione forzata e lo spossessamento ai danni di cittadini ebrei.

Da allora, il Forum è diventato un’istituzione solida che lavora per un certo tipo di cambiamento attraverso il sistema legale. «Le attività sono svolte da avvocati professionisti, esperti legali e finanziari, così come da studenti volontari che credono», a quanto sostiene l’organizzazione, «nel cambiamento politico e sociale».

Nel corso degli anni, il Forum e i gruppi «gemelli» hanno depositato numerose petizioni nei tribunali israeliani al fine di proteggere i diritti umani dei coloni. I loro principali obiettivi sono due: da un lato fare pressione sul parlamento al fine di rafforzare ulteriormente l’apparato legale di espansione delle colonie e di spossessamento dei palestinesi, sia in Cisgiordania sia in Israele (soprattutto nel Negev); dall’altro lato, queste organizzazioni usano il discorso dei diritti umani per disciplinare chiunque trasgredisca i confini politici, legali e morali del corpo coloniale. Le ONG, gli accademici e i giornalisti che si azzardano a criticare le pratiche coloniali israeliane vengono dipinti come soggetti che abusano dei diritti umani.

Un articolo pubblicato sul sito del Legal Forum il 15 marzo scorso offre un assaggio di come i diritti umani sono utilizzati al fine di rafforzare il progetto coloniale di Israele. Festeggiando la recente nomina di Moshe Ya’alon come Ministro della Difesa del nuovo governo, l’articolo, dal titolo «Un nuovo governo – Nuove opportunità», racconta che il forum ha preparato un dettagliato piano di lavoro al fine di prevenire la «discriminazione razziale in relazione alle questioni concernenti l’accesso alla terra in Giudea e Samaria (la Cisgiordania). Attualmente – scrive il Legal Forum – ci sono molte leggi che discriminano solo gli ebrei che cercano di acquistare terra e costruire in questa regione».

La nuova «sintassi»

Nonostante l’argomento secondo cui i coloni sarebbero un gruppo che subisce «discriminazione razziale» e che il loro diritto alla colonia sia violato possa sembrare uno scherzo o una completa inversione di valori morali, esso è condiviso non solo dalla rete di organizzazioni affini al Forum, ma anche dalla maggioranza dei politici israeliani: da Yesh Atid, passando per il Likud, a HaBeit HaYehudi. Esso costituisce uno dei due vocabolari della nuova sintassi utilizzata da questi gruppi.

L’altro vocabolario si traduce negli attacchi legali simili a quello contro Amira Hass. I dissidenti israeliani che si oppongono alla colonizzazione vengono ammoniti attraverso minacce legali, e avvisati che opposizione, resistenza, o anche solo immaginare una decolonizzazione, potrebbero costituire un atto criminale. Le iniziative e gli interventi di questi israeliani sono considerati estremamente pericolosi per il corpo politico, poiché mettono in discussione il diritto di Israele alla colonia.

Una chiara indicazione che tale sia l’obiettivo di queste iniziative sempre più sistematiche ci viene da un articolo uscito il 9 aprile su Ha’aretz sull’affare Amira Hass; un articolo scritto da Sara Hirschhorn, ricercatrice dello Schusterman Center for Israel Studies e dell’Università di Brandels. Hirschhorn, che sta svolgendo una ricerca sul movimento dei coloni, sostiene che con il suo articolo Amira Hass si sia affiancata ai palestinesi nella disumanizzazione dei coloni. I coloni, sostiene Hirschhorn, sono stati troppo a lungo privati delle loro «libertà fondamentali», e la «parte più scioccante della ‘sintassi interna’ (del lancio di pietre di cui parla Hass) è il mancato riconoscimento dell’altro (il colono) come essere umano».

I detrattori di Hass, in altre parole, non solo sono interessati a silenziare i dissidenti israeliani, ma mirano anche a dare una nuova forma al modo in cui l’impresa coloniale e i coloni vengono rappresentati in pubblico. L’obiettivo non è solo quello di costituire il progetto coloniale di Israele come una pratica legalmente legittima, ma anche di trasformare il discorso sui diritti umani in uno strumento per cancellare la distinzione tra dominante e dominato. All’interno di questo immaginario, i coloni sono divenuti vittime, e qualsiasi tentativo di smantellare l’esistente costituisce una grave violazione da contrastare con forza.

Nicola Perugini, Neve Gordon
Ricercatori dell’Institute for Advanced Study, Princeton

Fonte: Il Manifesto

http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/blog/le-parole-sono-pietre-caccia-ad-amira-hass

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