LE SFIDE DELL’ESSERE GENITORI IN PALESTINA

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tratto da: INVICTA PALESTINA

09/12/2019

Rispondere alle domande di un bambino di tre anni può essere difficile per qualsiasi genitore. Ma essere genitori in Palestina comporta una serie di ostacoli che vanno ben oltre  il dover rispondere a domande difficili.

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Megan Giovannetti  – ​​4 dicembre 2019

Immagine di copertina: Boshra Jabr mostra una foto di sua figlia e dei suoi nipoti nella sua casa ad Hebron, in Cisgiordania. (Foto: Megan Giovannetti)

Ramzy Qasyieh, un bambino di tre anni, segue sua madre mentre fanno il giro della loro proprietà, nella valle del Makhrour vicino alla città di Betlemme, in Cisgiordania. Cercano assieme tra i loro averi, abbandonati all’aria aperta, e la madre mostra al piccolo Ramzy che i suoi giocattoli e i suoi  vestiti  non sono rovinati.

Alla fine di agosto, le forze israeliane hanno demolito la casa della famiglia Qasyieh e il ristorante adiacente.

Gli abbiamo detto che è stato un incidente aereo”, mi ha detto sua madre Michelle. “Ma è intelligente. Sta già ponendo domande del tipo: “Dove sono i pezzi dell’aereo?” ”

Rispondere alle domande di un bambino di tre anni può essere difficile per qualsiasi genitore. Ma essere genitori in Palestina comporta una serie di ostacoli che vanno ben oltre  il dover rispondere a domande difficili. I Qasyieh vivono nell’area C della Cisgiordania, dove le autorità israeliane raramente permettono qualsiasi tipo di edificio, costringendo molti a costruire o ricostruire case e aziende sotto la costante minaccia di demolizione.

Secondo il gruppo israeliano B’Tselem, dal 2006 al 2019 Israele ha demolito quasi 1.500 case palestinesi in Cisgiordania. A Gerusalemme la pratica è salita alle stelle nell’ultimo anno, lasciando senza casa circa un terzo della popolazione palestinese della città. I palestinesi citano spesso le demolizioni come una violazione della convenzione di Ginevra.

La realtà quotidiana dell’ occupazione – posti di blocco, demolizioni, arresti, uccisioni – causano una grande sofferenza psico-sociale che strappa quelle cuciture che tengono uniti individui e famiglie.

C’è molta perdita nell’esperienza palestinese”, ha detto a Mondoweiss il dott. Samah Jabr, capo dell’unità di salute mentale del Ministero della Salute. “La perdita di case, di persone care, di intere aree geografiche incide sulla genitorialità e sui  normali ruoli parentali”.

Quando i genitori sono traumatizzati o in lutto, la realtà spesso viene tenuta nascosta ai bambini. “E’ come se volessero proteggere i propri figli dalla verità, tenendo per sè il proprio trauma”, ha spiegato Jabr. “Ma ciò ha conseguenze pesanti. Il segreto non è salutare per il sistema familiare ”

L’opposto è altrettanto dannoso, ha aggiunto Jabr, che dalle persone che entrano nel suo studio in cerca di aiuto viene a conoscenza di molte storie. Il trauma può essere trasmesso alle giovani generazioni attraverso un genitore apertamente in lutto o psicologicamente assente, per esempio. Questo può tradursi in sintomi fisici.

Jabr descrive una giovane paziente che  soffre di attacchi di  panico. “Ma quando ascolti la storia della famiglia, vieni a sapere che il padre è uscito di prigione dopo 15 anni di assenza, e che lei lo percepisce come una persona estranea. Lui urla nel sonno, è traumatizzato e lei ha paura e si sente mancare il fiato.

Questo è il motivo per cui quando si forniscono programmi psicologici ai bambini, è necessario prestare anche un’adeguata cura ai genitori. “Occuparsi del benessere dei genitori è essenziale per prendersi cura dei bambini più piccoli”, ha detto Jabr.

Michelle Qasyieh mostra a suo figlio che i suoi giocattoli e vestiti sono a posto dopo che le forze di occupazione israeliane hanno distrutto la casa e l’appartamento della famiglia. (Foto: Megan Giovannetti)

‘Ho paura per i miei figli a causa dell’occupazione’

Boshra Jabr (nessuna relazione con Samah Jabr) è una madre di 30 anni con cinque figli. Sta crescendo i suoi bambini – tre maschi e due femmine – nell’unica zona urbana in Cisgiordania sotto il pieno e totale controllo israeliano, H2 all’interno di Hebron. L’area è una zona di scontro tra israeliani e palestinesi. Il quartiere ospita 35.000 palestinesi e 500 coloni e l’accesso è controllato da posti di blocco dell’esercito e da circa 2.000 soldati.

Jabr ha emicranie croniche e dolori articolari che secondo lei sono causati  dal doversi occupare di una famiglia in condizioni così difficili. Suo marito vive e lavora a Tel Aviv sei giorni a settimana, lasciandola sola a prendersi cura dei loro bambini piccoli.

Quando  ho mal di testa, mi sento come se volessi buttarli fuori”, ha detto Jabr esausta. “Devono uscire e giocare. Ma ho paura per i miei figli a causa dell’occupazione.

Jabr ha aggiunto che la mancanza di spazi verdi o aperti contribuisce anche al degrado del benessere di lei e dei suoi figli. “I bambini qui sono arrabbiati perché non c’è sfogo, non c’è posto per giocare.

Naturalmente c’è un impatto negativo molto grande sui bambini”, ha spiegato Zleikha Muhtaseb, 57 anni, che gestisce un gruppo di supporto per le donne, un corso di cucina e un asilo nella città vecchia di Hebron, sempre nella zona H2.

Muhtaseb ha osservato un comportamento aggressivo nei bambini di cui si occupa, comportamento che attribuisce alla loro quotidiana esposizione alla violenza, comprese le molestie da parte dei coloni durante  il percorso da e verso la scuola.

A volte sento dalle donne del gruppo di sostegno che i loro bambini  fanno pipì a letto o che a scuola non riescono a concentrarsi“, ha spiegato Muhtaseb. Quasi sempre, dopo aver parlato con il bambino, “scopriamo che ha subito un incidente con i soldati o con i coloni. Oppure  a volte sentono storie dei loro amici e quindi hanno paura.”

Il gruppo di sostegno alle donne di Muhtaseb, in collaborazione con l’YMCA locale, si concentra sullo sviluppo psico-sociale e offre strumenti per aiutare i genitori a occuparsi della salute mentale a casa. Quando si verificano esperienze più traumatiche, come l’arresto o la detenzione di un bambino, i genitori spesso si rivolgono a un aiuto più approfondito.

I bambini di Boshra Jabr nella loro casa di Hebron. (Foto: Megan Giovannetti)

Secondo Defence for Children International, ogni anno dai 500 ai 700 bambini palestinesi sono “arrestati, detenuti e processati nel sistema giudiziario militare israeliano“. Le Nazioni Unite hanno inoltre riferito di oltre 400 casi di abusi e torture durante l’arresto, l’interrogatorio e la detenzione di bambini palestinesi nell’ultimo decennio.

I bambini oppongono resistenza al counseling.. Non è facile esprimere i propri sentimenti o dire cosa è loro successo”, ha detto a Mondoweiss Khawla Azraq, direttore del Centro di consulenza psicosociale per le donne (PSCCW).

Nel 2018, PSCCW ha lavorato con un gruppo di 50 adolescenti di Hebron detenuti nelle carceri israeliane. “Le torture hanno minato la loro personalità e la loro autostima e non si fidano di nessuno. Non  danno fiducia agli altri“, ha continuato Azraq. ”Hanno paura di tornare in prigione.

Allo stesso tempo, l’incontro traumatico con il sistema carcerario militare ha spesso portato i bambini a essere considerati eroi sociali, ha affermato Jabr, del Ministero della salute. Questo cambia lo stato del bambino in casa, influenzando l’autorità dei genitori.

L’arresto di un minore è un’esperienza che indebolisce la genitorialità sia della madre che del padre, perché si sentono in colpa per ciò che è accaduto al loro bambino”, ha detto Jabr, notando che quando i bambini vengono arrestati è spesso di notte, mentre dormono nel loro letto e i soldati israeliani li costringono a uscire di casa mentre i genitori non possono intervenire.

Se un bambino lancia un sasso, i soldati busseranno alla porta della sua casa nel bel mezzo della notte per arrestarlo”, fa eco Boshra Jabr.

La vita è terribile in questa zona”, ha detto stancamente. “Vorrei andare a vivere in montagna. Sono stanca di questo, dell’occupazione.”

 

Megan Giovannetti è una giornalista freelance con  base a Gerusalemme.

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” – Invictapalestina.org

 

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