Le sue figlie sono state uccise dall’esercito israeliano, è ora che Ezzeddin porti Israele all’Aia

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Articolo pubblicato originariamente su Haaretz e tradotto in italiano Beniamino Rocchetto per Frammenti Vocali

di Gideon Levy
Anche il dottor Izzeldin Abuelaish ha tentato la strada giusta. Per 13 anni, dal massacro delle sue figlie nella Striscia di Gaza, ha girato il mondo parlando di speranza, pace, perdono e convivenza. L’ho visto al Parlamento Europeo e a Tel Aviv. Ha detto che non è arrabbiato. I suoi interventi erano quasi distaccati. Era difficile credergli. Un uomo, tre delle cui figlie sono state uccise dalle Forze di Difesa Israeliane, parla di errore e perdono. Ora è arrivato il momento di reagire. Anche la Corte Suprema lo ha vergognosamente respinto. Forse ora si renderà conto che la strada che ha scelto non lo porterà da nessuna parte.
Il palestinese Dr. Izzeldin Abuelaish tiene una foto delle sue figlie e della nipote sulla spiaggia di Gaza. Credito: Ariel Schalit/AP
Izzeldin, non è il primo palestinese che ha tentato questa buona strada, e finisce sempre nella disperazione. Marwan Barghouti, ad esempio, ha tentato la via della speranza e del dialogo prima di intraprendere la resistenza armata. È finita male per tutti. Quindi il dottor Abuelaish dovrebbe fermarsi. Lasciar perdere. Smetterla di parlare di speranza, giustizia e pace. Non c’è nessuno con cui parlarne. Non c’è nessun interlocutore.
Israele non capisce quel linguaggio, che gli è estraneo. Israele conosce solo il suo linguaggio, quello al quale si deve ricorrere se si vuole raggiungere anche una piccola parte dei propri obiettivi: giustizia ritardata per le sue figlie morte; un riconoscimento dell’ingiustizia; la responsabilità e la prevenzione di tali atti in futuro.
Il caso del medico non sarebbe mai dovuto arrivare in tribunale. Il giorno dopo che le sue figlie sono state uccise, Israele avrebbe dovuto contattare il dottor Abuelaish, che all’epoca faceva parte dello personale del Centro Medico Chaim Sheba, di Tel Hashomer, fuori Tel Aviv. Il governo israeliano avrebbe dovuto chiedere il suo perdono e offrirgli la sua assistenza, senza alcun coinvolgimento del tribunale.
I soldati che hanno ucciso le sue figlie potrebbero non aver avuto intenzione di farlo, ma di certo non hanno fatto abbastanza per non ucciderle. Qualcuno deve essere punito e pagare per questa negligenza criminale.
Un precedente? Eccellente. È proprio questo l’intento. Quando Israele comincerà a pagare per i crimini e la negligenza dei suoi soldati, l’IDF comincerà ad avere più rispetto della vita umana. In un raro caso, Israele ha dimostrato generosità e umanità. C’è stato lo straordinario caso di una ragazza di nome Maria Aman, paralizzata dalla testa ai piedi da un missile israeliano che ha ucciso metà della sua famiglia a Gaza nel 2006. Oggi vive tra noi con tutti i servizi di riabilitazione che si merita. Non è un precedente e non è pericolosa. È semplicemente un comportamento umano. E lo abbiamo fatto.
Non è difficile immaginare cosa sarebbe successo se Hamas avesse ucciso tre sorelle ebree. La ripugnante organizzazione ultranazionalista di assistenza legale Shurat Hadin l’avrebbe citata in giudizio, urlando “terrorismo”, in metà dei paesi del mondo, e avrebbe vinto.
Abuelaish credeva nel sistema legale israeliano. Il capo della commissione della Corte Suprema che ha ascoltato il suo caso, il giudice Isaac Amit, esternava una teatrale comprensione e cordialità ripugnanti, “I nostri cuori sono con il ricorrente”, prima di ordinare al medico in lutto di lasciare l’aula.
Questa è la Corte sul cui futuro i liberali sono così preoccupati, il faro la cui luce dovremmo seguire. Ci è stato detto che un disastro esistenziale sarebbe causato alla democrazia israeliana se qualcuno cercasse di danneggiarla. In realtà, non sarebbe un grande disastro. Non ci sarebbe nessun danno, se non per la falsa reputazione di Israele come Stato di diritto.
Ora, il caro dottor Abuelaish, dovrebbe prendere una strada diversa. Se non lo ascoltano a Gerusalemme, si rivolga alla Corte Penale Internazionale all’Aia. È vero che secondo il protocollo, anche lì le sue prospettive sono scarse. La Corte Penale Internazionale non si occupa di singoli casi di negligenza e non ha giurisdizione in merito a tutto ciò che accadde qui prima del 2014.
Ma si può presentare una denuncia all’Aia contro il sistema giudiziario israeliano per l’immunità automatica che garantisce per tutti i crimini di guerra dello Stato. Che sia colta o meno, questa ingiustizia deve fare il giro del mondo. E poi, il dottor Abuelaish, deve adottare un altro sistema, uno che potrebbe un giorno privare Israele di un po’ delle armi distruttive che hanno ucciso le sue figlie.
Invece di parlare di convivenza, parliamo di boicottaggi. Invece di pace, parliamo di sanzioni. Uniamoci al movimento BDS. Solo tali misure potrebbero portare al cambiamento per il quale stiamo combattendo. È quello che la Corte Suprema di Gerusalemme insegna.
Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, La punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso.

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