Le testimonianze di Claudio Abu Sara

Non avere paura dei soldati

Altra giornata di manifestazione a sorpresa: anche noi non sappiamo niente, anzi, man mano che ci raccogliamo presso la sede del comitato popolare di lotta, consegniamo i telefoni, spenti, a un responsabile per gruppo. Vengono poi informati solo i responsabili di gruppo. Si parte, con vari mezzi e un solo telefono per ogni mezzo. La destinazione ci viene comunicata per strada: si tratta di un supermercato, vicino ad una delle solite colonie, su una strada percorsa anche dai palestinesi, a sud-est di Ramallah. Quando arriviamo ci vengono restituiti i telefoni. Subito una perplessità: mentre stiamo per entrare nel parcheggio del centro commerciale, ci supera una jeep dell’esercito. Esitazione, entriamo nel parcheggio, e man mano che si liberano posti, parcheggiamo i nostri mezzi. Ma i soldati sono ancora lì. Fanno shopping o ci aspettano? Finalmente si decide: non sono lì per noi e, o loro o il direttore, il tempo per l’arrivo dell’esercito non cambia molto. Giù, tutti dentro, saremo un centinaio, carichi di bandiere palestinesi e di cartelli Boicotta Israele. Slogan: no all’occupazione, boicotta Israele, Israele è uno stato fascista. Cassieri e coloni clienti ci guardano tra lo sbigottito e l’arrabbiato. Forse i commessi sono più palestinesi, infatti non vedi nessuna opposizione: ma i clienti cominciano a guardarci male, anche se nessuno batte un ciglio se prima non arrivano i soldati a rincuorarli, e allora diventa evidente che vogliono vedere la vendetta per questa azione.

Quando arriva l’esercito, ci avviamo per uscire, percorrendo il parcheggio più o meno in corteo. Ma fuori c’è un’enormità di soldati, anzichè lasciarci andare, ci bloccano, bloccando loro tutto il supermercato. Credo che la loro operazione contro di noi ha tenuto fermo il supermercato molto più della nostra azione. Già davanti al supermercato cominciano a provare a procedere ad arresti, ma per un pò resistiamo a fare quadrato e tenerci stretti quello che vogliono arrestare. Però sono già riusciti a dividerci in due gruppi. Di nuovo saltano su quelli più indietro, è evidente che hanno deciso di arrestare, non come la settimana scorsa sull’autostrada, quando ci hanno lasciato andare. La differenza è che qui hanno davanti la loro gente, a cui dimostrare che vanno giù duro, in autostrada nessuno li avrebbe visti punirci. Qui devono fare vedere ai loro coloni che sono cattivi e non perdonano. Noi ormai siamo sfilacciati e non c’è niente da fare, puntano a due palestinesi, poi una prima ragazza e poi una seconda. Degli altri non si sa cosa vogliono fare. Il primo arrestato è Bassem Tamimi, responsabile del comitato popolare di Nabi Saleh, da poco tornato in libertà. Le ragazze vengono afferrate da vari soldati e trascinate per terra. E’ notevole che la nostra partecipazione vede parecchi comitati popolari, da Hebron, da Al Masara, da Bil’in, da Nabi Saleh. I nostri mezzi sono ancora nel parcheggio, devono farli uscire loro. Fuori ci spintonano con la loro violenza solita. Un po’ di bombe sonore, che fanno anche uno svenuto, che andrà via in ambulanza. Vedo che un primo gruppo si è avviato per il deserto, costeggiando sotto la strada. E’ allora che Issa, il coordinatore di Youth Against the Settlements, di Hebron, mi fa cenno. Ci stanno guardando troppo, sia io che lui abbiamo facce note a tanti soldati, buttiamoci anche noi giù nel canalone e poi vedremo. Siamo in tre, staccati da quelli che ci hanno preceduto. Vediamo che anche lungo la strada si sono sparsi un po’ di soldati: ci aspettano? Allora avanti, molto più lontano. Vedo che quelli che ci hanno preceduto in questa fuga dal deserto hanno attraversato la strada correndo e stanno salendo sulla collina di fronte. Poi vedo che alcuni dei soldati che erano lungo la strada, stanno tornando indietro. Allora non ci daranno più la caccia? Continuiamo ad andare avanti, raggiungiamo due ragazzi che osservano il movimento, sono pastori di un accampamento locale. Proviamo a salire verso la strada, anche se ancora nessuno dei nostri mezzi ha lasciato il supermercato. Ma c’è una jeep ferma su una curva, appena ci vedono si mettono a correre gridando verso di noi: via di corsa, come il solito riusciamo subito a staccarli, solo che hanno le jeep sulla strada, non hanno bisogno di correre, se ci aspettano al punto giusto. Avanti ancora. Stiamo per arrivare ad una delle colonie, ma lì al bivio che porta alla colonia, ci sono sempre soldati. Infatti anche da lì partono correndo verso di noi. Sembra un’ossessione, non c’è lato dove non vedi soldati e dove non partono subito contro di noi. Issa riceve una chiamata, corriamo indietro verso un punto dove abbiamo la strada molto più bassa di noi, bisogna buttarci dalla scarpata, se il tempo è calcolato bene, ci possono raccogliere sulla curva. Ma io non ce la faccio a stargli dietro, gli altri due saltano sulla macchina, e mi fanno cenno. Quando arrivo giù io, però, sono partiti. Che faccio? Chiedo passaggi, si ferma un taxi, salto dentro, ma ormai è troppo tardi: una jeep di soldati sta venendo a marcia indietro verso di noi dalla strada, e anche sul costone dove correvamo è comparsa una jeep, da cui scendono due soldati che mi hanno visto: si fanno segnali e il mio taxi viene fermato. Scendo gentilmente e dico buongiorno. Cinque soldati intorno e cinque sopra la scarpata. Mi sento perso, questa è la volta del rientro forzato e della black list. “Siediti”. “Documenti”. “Non parlo inglese”, dice il soldato. Allora arabo. Va bene. Poi un’idea: “qual è il problema”, chiedo? “Sono qui dai miei amici pastori, con le loro pecore, come ho amici a Sussya, a At-Twani, stavo andando via”. “Perché correvi”? “Non mi piacciono i soldati, è più forte di me, scappo”. “Non devi avere paura dei soldati! Vuoi un po’ d’acqua fresca?” “Grazie”. “Tutto a posto? Ti abbiamo ridato il passaporto?” Un cenno a quelli di sopra, nessun problema. “Puoi andare”.

Per un po’ ho camminato ancora nascondendomi, poi mi sono reso conto che veramente mi avevano creduto e non mi collegavano all’azione! Ho fatto il viaggio di ritorno a Ramallah, su un service, dove ho continuato a ridere per lo scampato pericolo.

Il giorno dopo del mio arresto, scendevo tranquillamente al solito check point: “allora non sei più trattenuto alla stazione di polizia?”, mi dice il soldatino di guardia. “Mi pare proprio di no!” Stavo andando a Gerusalemme, al consolato italiano, per un visto ad un ragazzo di YAS che deve venire in Italia. Una montagna di tempo con i mezzi, e anche qui quando chiedi aiuto per trovare la strada o l’autobus giusto, sono piccoli bottegai arabi a rispondere gentilmente o aiutare, mai i soldati o gli israeliani. Di nuovo è il mio poco arabo che mi aiuta. Al consolato non pare che sappiano del mio arresto, anche i nostri ISMers non ci tengono ad avvisare i consolati a meno che non diventi necessario.

Passo a Sheik Jerrah a vedere la si tuazione. Sempre contenti di vedere gli internazionali e soprattutto quelli più amici, ma non chiedono di riprendere a passare la notte nella tenda: potrebbe essere presa per una provocazione, e fare incattivire i coloni della casa occupata.

Al check point di Qalandia è successo qualcosa. Si parla di un possibile ordigno in una borsa. Ma la cosa evidente è sempre l’occupazione: saremo almeno in mille ad aspettare, tutti alla mercè dei soliti soldati, anche un’ambulanza deve fare retromarcia (in mezzo a centinaia di mezzi). Finalmente decidono di farci passare, da un accesso laterale per arrivare al quale dobbiamo percorrere almeno 500 metri. Dall’altra parte intanto ci stanno venendo incontro un mucchio di service, che man mano caricano la gente. E’ una cosa penosa questa dipendenza dagli umori dei soldati. Per l’Aid è di nuovo lo stesso. Qualcosa rallenta il traffico e il passaggio al check point, e questo si ripercuote paurosamente sul lato della West Bank, dove colonne di macchine ferme obbligano i mezzi pubblici e privati a delle rocambolesche gimcane attraverso discariche e cave di pietra, se vogliono arrivare a destinazione in tempi accettabili. E c’è un movimento di gente incredibile: la festa sarà di quattro giorni, a partire dal venerdì, ma già mercoledì addirittura mancano i mezzi per spostare tutti quelli che vogliono raggiungere le famiglie. Non c’è un mezzo che da Ramallah vada a Hebron. Insieme ad altri, dobbiamo fare in due tratti, prima fino a Betlemme e poi da lì per Khalil. Giovedì gli spostamenti vanno meglio, almeno per me che vado a sud. Venerdì non c’è nessun movimento, e sabato ricominciano i viaggi e i casini.

Ho deciso di fare le feste come i palestinesi. Giovedì qualche acquisto, Sanah da Sussya mi ha fatto sapere che non ha quasi più bicchieri, ma è pazzesco il va e vieni di gente da tutte le bancarelle. Tutta merce cinese, dai giocattoli al vestiario, accessibile a tutti, ma di qualità pessima. Roba che si butterà via prestissimo: a chi conviene? Non certo ai lavoratori sfruttati cinesi. Una confusione indescrivibile, montagne di immondizia buttate dappertutto, muoversi con i mezzi è quasi impossibile. Coda dal barbiere, da cui di solito non c’è nessuno, anzi spesso lo trovo che dorme. Ma mentre aspetto c’è chi mi chiede della mia liberazione, e ci sono i soliti bambini con cui giocare.

Finalmente mi avvio per Sussya, è la famiglia a cui sono più legato, con cui voglio fare l’Aid. Per strada una nuova tappa, in una casa dove non mi ero ancora fermato, per the e frutta. Da Jamal, a parte il piacere reciproco, non c’è molto di diverso: le pecore devono mangiare, il bucato si deve fare, i pavimenti si devono lavare, la cena si deve cucinare. Però finalmente riso e pecora, non riso con patate o pomodori. Invece un’altra acquisizione delle mie ore di detenzione: Jawad, sempre sfottendo il soldato cattivo, gli aveva detto: “tienimi qui, per favore, lo sai che per l’Aid abbiamo l’abitudine di regalare 50 shekel a ogni donna della famiglia, e io che ne ho quindici rischio di rovinarmi!” nello stesso modo anche io mi sono presentato nelle famiglie dove sono andato, con un po’ di soldi per le donne della casa. Jamal allora è corso a Al Karmil a comprare giocattoli (cinesi) per i bambini, pistole ai maschi e bambole alle bambine. Tutte cose rumorose, fino a esaurimento delle batterie. Ma almeno erano molto contenti. Sempre un po’ di lavoro sugli ulivi, quanto far mangiare del verde alle pecore. Non di più, perché c’è sempre la paura che taglio troppo, gli pare che un ramo per albero sia già troppo, mentre è solo un taglio che mette un po’ di aria al centro dell’albero. Di venerdì mi chiama Maia, di ritorno da Gaza, che sta venendo a At-Twani con il gruppo di Al Masara. Ci mettiamo d’accordo per andarla a prendere ad Al Kharmil. A Jamal compro un po’ di benzina, messa in bottiglie di plastica da un commerciante del paesino, e la riceviamo con gioia. E’ più bello essere in due con la famiglia di Jamal, ma mi ero un po’ stufato di portarmi dietro qualcuno che non mastica per niente l’arabo, per cui anziché io imparare qualcosa di nuovo, finivo sempre a fare da interprete per le solite frasi semplici. Anche Maia è di casa a Sussya, e Sanah si lascia aiutare volentieri. Sabato mattina portiamo le pecore vicino alla assurda “antica sinagoga”, dove la famiglia di Jamal ha un altro pezzo di uliveto, parzialmente espropriato per la recinzione della sinagoga. Anche qui Jamal ha paura che taglio troppo e poi sgridino lui. Almeno qualcosa taglio, poi rientriamo presto, è sempre festa! Sotto l’accampamento ci sono famiglie nuove a raccogliere olive. Alcuni pezzi non sono dei nostri amici, ma di famiglie di Yatta. Con anche Jamal scendiamo ad aiutare un po’, sia a potare che a raccogliere olive. A metà mattina sospendiamo, per rientrare. Maia va a Gerusalemme a raggiungere la sorella prima di ripartire, e io vado a Nablus da Neta e Nizar, che hanno la famiglia di Nizar là.

I racconti da Gaza sono terribili: colonne di carri armati quasi quotidianamente entrano a fare un giro di terrore. Continuamente ci sono sorvoli di aerei da guerra e qualche attacco mirato che lascia sempre vittime civili. La gente vive nel terrore, con acqua e elettricità misurate. La gente vive sempre più chiusa e senza fidarsi di nessuno. Si vanno a prendere secchi di acqua anche dal mare. Le lucine delle barchette da pesca sono vicino a riva, e subito fuori si vedono le navi da guerra che incrociano.
Come vari mi hanno detto: basta problemi, ora è festa!

Eccomi a Nablus, con la mia altra famiglia e quelle carissime bambine, ancora più affettuose dopo il regalo. Siamo nella città vecchia, in una casa di fronte ad una antica sorgente, che dava l’acqua a un vasto quartiere e una fontanella nella casa della famiglia di Nizar. Nizar e le ragazze sono dalla sorella, io giro per un po’ con Neta. E finalmente sabato faccio un po’ il turista, con Neta e due ragazze di ISM: a Sebastya, una antica città su una collina non lontano da Nablus. E’ il terzo giorno della festa, che si dedica anche a gite fuori porta. Infatti a Sebastya troviamo famiglie in gita o con il pic nic. Si parla della capitale di Samaria, che prima era dei Cananei. Occupata dai fenici, dagli assiri, dai babilonesi. Le mura che si trovano ora sono del periodo romano, come una strada a quattro colonnati, coperta sui due lati, evidentemente per commerci. La collina è stata allargata per ingrandire la città, mentre molto più interno era un giro di mura precedenti ai romani. Anfiteatro notevole, appoggiato alle mura più antiche, e nel paesino tuttora esistente la moschea è sulla base di una basilica dove si racconta fu tenuto Giovanni Battista, prima della decapitazione. Insomma un mucchio di storia, e nessuno sfruttamento turistico: come sarebbe possibile in una terra occupata?

Di pomeriggio invece, dopo il rientro, è Nizar a portarci in giro per Nablus, le due famiglie insieme, la sua e quella della sorella, con sei bambini che scorazzano per i vicoli, bellissimo. Anche Nablus conserva l’impianto romano, con il suo anfiteatro, stranamente decorato con pesci e non con animali di terra. Sono però i romani che hanno tenuto l’impianto precedente, da città cananea. La città sorge tra due file di colline, per cui non è stata mai fortificata. C’erano invece sulle colline delle strutture difensive. La città era autodifesa con la strettezza dei vicoli e la contorsione degli stessi, che impediva il movimento di truppe. Anche archi così bassi da impedire il passaggio di cavalieri. Gli israeliani con la seconda intifada hanno bombardato una fabbrica di sapone per aprire un varco ai loro tank.

Al rientro ad Al Khalil il solito check point: “dove vai”? Io esito un attimo, è un nuovo che non mi conosce? Macchè, sa tutto: “mi raccomando, a casa di corsa, senza fermarti, lo sai che hai duecento metri di distanza da tenere. Vai a quella casa dopo la barriera, davanti alla torre, dove state tutti quelli che volete cambiare il mondo” (sanno un po’ troppo di noi).

Quarto giorno di Aid: il mercato è pieno di palestinesi che comprano. Conferma che le donne hanno avuto regalati soldi e che ora possono spendere. Spiegano che è anche una forma di riequilibrio, si può dare più soldi a chi ha più bisogno, e nessuno si offende di ricevere soldi.

Al Khalil 29 ottobre 2012 Abu Sara

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