Le testimonianze di Claudio Abu Sara

Violenza a Nabi saleh

Mentre Amnesty International si appella pubblicamente per la liberazione di Bassem Tamimi, platealmente pluriarrestato in quanto pericoloso organizzatore di manifestazioni pacifiche, l’esercito di occupazione a Nabi Saleh gli arresta il figlio quattordicenne, Wa’ed. La madre, Narimal, corre verso i soldati che lo hanno preso, qualcuno va ad aiutarla, e altri quattro finiscono arrestati.

Fin dall’inizio c’era qualcosa che non andava: troppi soldati, non ne avevo mai visti così tanti, credo almeno cinquanta. Il corteo parte ricordando che oggi è il 95esimo anniversario del famoso documento Balfour, la prima promessa fatta ai sionisti, base di tutte le successive illegalità. Anziché scendere dalla strada principale, saliamo nell’altra frazione del paese, verso la collina, con i soliti slogan e canti: i soldati sono già in cima alla strada, e ci sparano lacrimogeni, molto prima che nessuno si immagini di tirare un sasso. Non c’è vento che disperda i lacrimogeni, bisogna spostarsi e aspettare un po’. Torniamo sulla strada, di nuovo il megafono grida il no all’occupazione: di nuovo lacrimogeni. Intanto si vede che anche dalla strada stanno salendo delle jeep, e dei soldati a piedi sotto il paese. Al terzo o quarto tentativo di salire verso la collina, decidono di lasciarci andare, fino ad arrivare al contatto con loro. Due jeep piene di soldati arrivano anche loro in cima alla collina. Il nostro gruppo anziché rimanere compatto si sfilaccia un po’: partono i soldati di corsa, come se volessero acchiappare alcuni manifestanti. Fuga precipitosa di un gruppo. I soldati abbandonano l’inseguimento. Anzi lasciano che i fuggiaschi ritornino con il gruppo. Pian piano sono i soldati che cominciano la ritirata, scendendo dalla collina con molta lentezza. Il nostro gruppo tiene il contatto, per un po’ sono le ragazzine, poi un gruppo di internazionali, sempre attaccati ai soldati in ritirata. Così questi non sparano mai lacrimogeni.

Intanto dal lato del paese sta succedendo qualcosa: si vedono lanci di lacrimogeni tra le case e nell’uliveto soprastante. Probabilmente stanno cercando dei ragazzi. Infatti è così che viene preso Wa’ed: un gruppo di soldati si era nascosto in una vecchia casa, e quando i ragazzi si sono avvicinati, sono saltati su Wa’ed e lo hanno preso. Il nostro gruppo è ormai a metà della collina discendente, quando arriva la chiamata per Narimal: hanno preso tuo figlio! Lei si mette a correre per andare dove lo tengono e chiede di accompagnarla. La prima che si muove per andare con lei è Eva, ragazza americana che è stata con me a Sussya, poi altri. I soldati lasciano passare, ma poi decidono di punire chi è là ad inveire contro di loro. Mentre la battaglia tace, il casino è intorno alle jeep. Finisce che Eva, un israeliano e due fotografi, un francese e un israeliano, vengono arrestati e portati via, alla stazione di polizia dell’insediamento.

Intanto la battaglia è ripresa, con un assalto di shebab verso i soldati che si ritirano. Come il solito questi tornano all’attacco, con lacrimogeni, rubber bullets e abbiamo trovato anche bossoli di armi da guerra, e non erano stati spari in aria. Però non assistiamo a molti su e giù. I soldati si ritirano presto alla loro torre all’entrata, e non vengono più attaccati che da sporadici lanci di pietre. Comunque assistiamo alla gomma incendiata e rotolata verso i soldati, ed a un rilancio di lacrimogeno che obbliga dei soldati a scappare precipitosamente.

Eva è stata rilasciata di pomeriggio. Gli altri tre internazionali sono ancora alla polizia, ma in via di liberazione. Ancora sotto interrogatorio è Wa’ed. (Undici di sera, orario di Ramallah, 2 novembre)

Sono andato di nuovo a Sussya, per salutare tutti, d’altronde è quello che ho in mente nei prossimi giorni. Arrivo quasi al buio, perché Hashem mi ha chiesto di fermarmi con lui per parlare con due ragazzi italiani. Così tra un caffè e un the raccontiamo di Hebron e dell’occupazione. A Sussya si va a letto ancora prima, domani è giorno di mercato e Jamal vuole vendere tre agnelloni, i primi nati di questa estate, credo due prima che arrivassi io e uno quando c’ero io. Questa volta non ci sono altri passeggeri, siamo solo io e Jamal e le pecore sul sedile dietro. Ho scoperto che non avevo capito il prezzo degli ovini. Non si fa in shekel, moneta israeliana, ma si continua con il dinaro giordano, che era in vigore prima, e che ancora vale per certe transazioni, come appunto il commercio di ovini. Quindi dopo un’ora senza cedere sul prezzo, Jamal riesce ad ottenere 430 dinari, quasi 400 euro, che mi pare enorme, per tre agnelli che saranno sui 25 kg. “Con quello che costano le granaglie che compro!” dice Jamal, “i soldi spariscono a pagare debiti già fatti”. Dopo la vendita, c’è sempre qualche commissione da fare, così giro per Yatta con Jamal, ma poi torno con lui a Sussya a salutare tutti, fare un po’ di colazione e ripartire a piedi come il solito.

C’è stato un altro momento di panico, al prossimo forse non reggerò così bene: da Ramallah prendo i mezzi per scendere a Sheik Jerrah, cosa che non ho ancora fatto quest’anno: le altre volte sono salito da Hebron, entrando a Gerusalemme con l’autobus di linea. Questo viene fermato al check point, e salgono due soldati a controllare velocemente i documenti: non ho mai visto problemi. Ma ora devo passare da Qalandia.

L’autobus si ferma dalla parte palestinese, poi c’è il passaggio dal check point, con isuoi tornelli e le grate tipiche da situazion di apartheid, poi riprendi un bus di là. La borsa viene infilata nel metaldetector, noi passiamo pure da questo, il documento viene esibito aperto, appoggiandolo al vetro. I soldati nel loro ufficio al dil à del vetro, guardano la foto, poi chiedono la pagina col visto, poi ti dicono ok. Questo almeno è quello che mi è sempre successo l’anno scorso, ma oggi, ora che sono fresco di arresto e che ho firmato in partenza che non sarei venuto in West Bank, i soldati mi dicono di entrare in uno stanzino e di consegnargli il passaporto. I battiti salgono terribilmente, cerco di fermare il tremito: mannaggia, farsi beccare proprio ora, solo perché volevo andare a salutare gli Al Kurd! Perché un errore così stupido. Cominciano a turbinare pensieri nella testa, messo in lista nera a tre giorni dalla partenza, cosa potrò fare per rientrare. Pian piano mi calmo, tanto non c’è niente che possa fare: possibile che di colpo i loro uffici hanno collegamenti funzionanti tra di loro e c’ò qualche allarme su di me? Mi aspetto il peggio. Dopo un quarto d’ora: “Signore, tutto a posto, può andare”. Un’altra volta così e vado in corto circuito.

A Sheik Jerrah è tutto tranquillo, degli occupanti c’è solo il cane, ma pare che non abbaia neanche più. Nabil è a un incontro del comitato di lotta, ma arriva poco dopo. Con un the ci raccontiamo un po’ di cose: secondo lui però, ogni nostra presenza alla tenda è importante, se causa casino è proprio perché i coloni non ci sopportano e siamo noi a rappresentare il loro abuso davanti al mondo.

A Beit Ommar per la manifestazione del sabato, vengo a sapere di una notte di fuoco. Tre giorni fa sono venuti ad arrestare una persona: sono venuti di notte, come fanno spesso, e gli hanno intimato di uscire di casa. Non ha obbedito. Mentre arrivava una ruspa, hanno cominciato con le bombe sonore, poi con i lacrimogeni. Poi le bombe vere, poi la ruspa ha iniziato a demolire un muro esterno. Ma è qui che arriva la chiamata dell’imam: c’è bisogno di aiuto. Sono saliti tutti sui tetti e hanno cominciato a bersagliare di sassi le forze di occupazione. E’ venuta fuori una battaglia a tutti gli effetti, che si è protratta per quattro o cinque ore. Finalmente sono riusciti ad arrestare questa persona che cercavano, uno che ha già scontato 18 anni in carcere. E’ sicuro che i danni subiti dai mezzi dell’assalto sono notevoli, e ora la gente teme che torneranno a fare degli arresti punitivi, dicendo che hanno visto chi tirava sassi. Rimane certo che la casa assalita è mezza demolita.

La manifestazione è stata più viva del solito, per la presenza di tanti ragazzi, più bambini che ragazzi. Tanti internazionali, vari israeliani, pochi palestinesi adulti. Sono i ragazzi che si divertono a infilarsi tra i soldati, a raggrupparsi dall’altra parte, a fare correre i soldati per prenderli o almeno scavalcarli per rimandarli indietro. Pare un gioco pericoloso. Questi soldatacci non vanno tanto per il sottile, e hanno alle spalle come spettatori un gruppo di coloni a cui devono dimostrare che sono seri e cattivi. Non ci vuole niente perché succeda qualcosa, e ne pagherebbero le conseguenze i ragazzi. Ad ogni modo tutto finisce in ordine, anche se bisogna trattenere i ragazzini dal tirare sassi come gran finale.

Vado beninteso a salutare il mio amico Nasri, che mi trattiene per la serata. Prima ho raggiunto Yousef, uno degli organizzatori di qui, che annuncia la creazione di un nuovo comitato popolare, che conta collegare i due che c’erano prima. Speriamo che sia vero. Quando Nasri arriva dall’università è lì che mi viene a prendere. Da lui è come sempre un via vai di gente, tutti con un problema o l’altro lo cercano, e, anche se avrebbe voluto un giovane al suo posto, è stato rieletto “Rais”, sindaco. Oggi tutti si interrogano sulle dichiarazioni rinunciatarie di Mahmoud Abbas, che rinuncia alla casa da cui è venuto, per riconoscere la Palestina solo nei confini del ’67. Ma si sono alzate dovunque voci di reclamo: “che parli per se, non per i palestinesi!”

Torno ad Al Khalil per gli ultimi giorni, mi pare che il gruppo di soldati al check point è cambiato. Sembrano più cattivi, mi fanno svuotare per intero lo zaino, non accettano lo scherzo del “vuoi vedere le mie bombe”, come di solito scherzavo con gli altri. In cambio però, questi non sanno che dura ancora il mio divieto ad avvicinarmi ai coloni.

Abu Sara
Al Khalil 4 novembre 2012

 

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