Le testimonianze di Claudio Abu Sara – Al Khalil (Hebron) 02/09/2012

Non riesco a dormire, vedo coloni dappertutto.
Era Amer, bambino di sei anni figlio dei miei amici beduini, che venerdì sera, mentre ero seduto fuori a guardare la luna, lascia il suo giaciglio e mi viene vicino. Anche questa sera suo padre non c’è, è ancora a lavorare in Israele con le cipolle. “Non riesco a dormire, è come se ci fossero coloni dappertutto”- “Vuoi che vengo a dormire anch’io?” Si…
, per piacere….. Se queste devono essere le preoccupazioni di un bambino di sei anni, che qualche giorno fa ha visto demolire le tende dell’accampamento di fianco, che l’anno scorso ha visto dare fuoco all’accampamento dei cugini, che domani andrà a scuola per la prima volta. E tutto questo mentre il mondo ignora e fa finta di niente.
Nel mio giro di ricognizione attraverso la WB, mi mancava di tornare a Beit Ommar. E così, prima di risalire a Ramallah per il nostro meeting, mi sono fermato a Beit Ommar. La mattina, però, nel mercato di Hebron, avevo incontrato un interessante gruppo: dicevano di stare preparando un filmato per l’America, e con l’ausilio di due palestinesi, buoni conoscitori dell’inglese, cercavano gente con cui parlare di pace. Dicendo di avere già girato in Israele, e di avere riscontrato che solo l’uno per cento ha cattive intenzioni verso gli arabi. Li ho trovati che parlavano con uno dei miei conoscenti, bottegaio di vestiti nel Suq, e residente proprio a contatto con i coloni. Era abbastanza chiaro che non erano americani, ma israeliani. Questo non toglie niente alle loro buone intenzioni, trovate ancora maggiori nei palestinesi. Il ragazzo palestinese promette amicizia eterna, anche a gli tira i sassi, purchè gli spieghi perché. Alla domanda se gli pare che una montagna di soldi potrebbe risolvere le divisioni, risponde che no, tutto viene dal cuore, con i soldi non si può cambiare niente! Quello che ho detto io ai ragazzi israeliani però è che non considerano, nelle loro percentuali, la gente delle colonie, dove il governo israeliano manda i più esaltati e scalmanati, gente ben diversa da quella che ho incontrato anche io in Israele. Lì difficilmente trovi l’uno per cento bene intenzionato!
A Beit Ommar ho riincontrato il gruppo che fa le manifestazioni il sabato, ed il mio amico Nasri, ex “raìs” del comune (sindaco), che ha studiato in Italia, stando ad Ivrea. La sua casa è sempre un porto di mare: così tra la gente che veniva ed i suoi pensieri, è venuta fuori qualcosa. Nessuno crede che ci sia qualche pace vicina. Gli israeliani assolutamente non la cercano, loro, palestinesi, possono solo resistere. Per esempio, qualche anno fa la gente aveva paura ogni volta che, dalla torre di controllo all’entrata del paese, saliva una jeep militare: tutti si ritiravano. Ora non più, e questo è un buon segno, come anche il numero di bandiere palestinesi sulle case. Ogni segnale di resistenza è un passo avanti.
Quando ci hanno cacciato nel ’48, i profughi erano 500.000: ora sono diventati più di cinque milioni, e gli israeliani ne hanno paura.
Crisi economica internazionale: se peggiora, sarà Tel Aviv nei guai, sono una macchina infernale che divora soldi ed energie. Gli arabi possiamo resistere molto di più, ci siamo abituati.
Ma è la pazienza araba che è grandiosa: era scritto nel Corano che per un po’ gli ebrei avrebbero avuto il sopravvento. E tanto la Palestina è stata occupata tante volte, e tutti prima o poi se ne sono andati , i babilonesi, i romani, i turchi, gli inglesi. Se ne andranno anche gli ebrei. Lo dicono anche le loro scritture: la creazione di uno stato sionista è l’inizio della loro fine.
Quanto agli arabi, a loro il compito di conservare le famiglie compatte, non come in occidente. Curare gli anziani, non metterli nelle case di cura, fare tanti figli e tenerli insieme. E che dire di questi ragionamenti? Prendo nota e penso. Beninteso mi fermo a dormire da Nasri, come avevo fatto anche l’anno scorso.

Risalendo verso Ramallah faccio tappa a Gerusalemme: passare a salutare la direttrice della Caritas, anche lei a dire che gli israeliani non fanno proprio niente per la pace!, e a verificare che a Sheik Jerrah sia tutto in ordine. A Ramallah il nostro meeting ristretto, siamo proprio in pochi quest’estate. Mentre pensavo di tornare a Nabi saleh o di andare a Ni’lin per la manifestazione, mi chiamano da Hebron invitandomi ad una manifestazione ad Al Bowereh, dove accompagniamo a casa i bambini dopo la scuola, e dove ero stato per qualche “eftar” di Ramadan l’anno scorso. E così dopo un boccone al volo e un bacio alle bambine di Neta, vado a cercare un service per rientrare a Hebron. Il giovedì sera è molto più facile che il venerdì mattina. E’ un po’ come da noi il venerdì sera, che c’è molto rientro dopo la settimana di lavoro. Da noi magari è diluito con il sabato, mentre qui la festa santa è il venerdì e il sabato va molto per le compere. Infatti alla stazione dei service è pieno di gente che aspetta, e ci sono pochi mezzi. Io sono fortunato, un uomo che torna a Hebron mette la macchina a disposizione, per lo stesso prezzo del service, e così parto al volo.
Il venerdì abbiamo quindi questa novità: con qualche macchina ci rechiamo ad Al Bowereh, alla solita barra di partenza. Non è cambiato niente: barriera gialla, e grossi blocchi che chiudono la strada poco più in là. In mezzo un cancello di comunicazione con la colonia di Erfena. Piano piano si raccoglie un bel gruppetto, ci saranno una trentina di palestinesi, soprattutto giovani, ma anche qualche anziano. E’ tutto tranquillo: i soldati sono al di là delle recinzioni. Intervengono da questa parte solo per sgridare i ragazzi che si mettono a spostare un po’ dei sassi, ma poi si ritirano. Quando un paio di coloni si avvicina, con l’aria di provocare, sono i soldati stessi ad allontanarli. Come mi immaginavo tutto finisce presto e senza incidenti: niente a che vedere con gli scontri che purtroppo succedono sia a Nabi Saleh che a Kufr Qaddum. A Nabi Saleh hanno sparato anche proiettili da guerra, con qualche ferito grave. A Kufr Qaddum le donne hanno cominciato a scendere in strada anche loro, e anche lì ci sono stati feriti da lacrimogeni.
Un boccone a casa, e riparto per Sussya, chissà che, essendo venerdì, trovo Jamal a casa. Solito giro: di venerdì è un po’ più difficile, viaggia meno gente. Provano a prendermi in giro alla partenza dei service per Yatta: lo vedi, non c’è nessuno, prendi un taxi. Ma non mollo, se non c’è nessuno, andrò domani (affermazione molto araba). E invece poco dopo si parte, con il service pieno. A Yatta è uguale, un po’ di attesa in più, ma poi mi portano qualche 500 mt più avanti, perché c’è una famiglia che rientra fino là.
Solita camminata, solito incontro con i bambini. Oggi usciamo con le pecore al pascolo, io e i tre più grandi, mentre la mamma resta con i due piccoli. Però andiamo sempre in una zona tranquilla, dove c’è solo qualche pagliuzza e qualche spina per le pecore, ma non ci sono soldati in vista. La sera un bel riso con cipolle e pane caldo, e poi le ansie di Amer. La mattina dopo di nuovo con le pecore, poi la colazione, thè, pane e il famoso liquido grasso rimasto dalla lavorazione dello yogurt. Baci e abbracci e riparto per le colline. Stavolta rientro veloce a Hebron, sempre con qualche scambio di battute con i locali. Passaggio da casa e parto per Beit Ommar: avevo promesso che sarei andato alla manifestazione del sabato. Anche lì ci sono pochissimi internazionali: i più interessanti sono degli israeliani, che pare vengono spesso. Un po’ di spintoni con i soldati: sono più di noi, e comunque ci bloccano a 100 mt dalla colonia. Anche qui è il solito esproprio di terreno agricolo: non solo, i coloni che ogni tanto fanno incursioni a distruggere serre o impianti di irrigazione, sono sempre protetti dai soldati.
Fa un gran caldo a fare le manifestazioni all’una, ma si vede che sono i soldati che stanno peggio (a parte una ragazza tedesca), con tutta la loro bardatura: ce n’è uno che sta in piedi a fatica, continua a cercare dove mettere i piedi, perché uno spintone lo butterebbe giù. Anche qui non rimango, c’è il tour dei coloni nella città vecchia a Hebron, e prima ho promesso di incontrarmi con le signore di CPT (Christian Peace Team), per programmare la sorveglianza alle scuole: sono solo tre anche loro. Andremo a due check point.
Sull’autobus, essendo da solo, faccio sempre degli incontri interessanti: oggi è un insegnante di un paese un po’ di km più in là di Beit Ommar (sta scendendo a Hebron per compere con i figli), con cui ci scambiamo numeri di telefono e a cui prometto che farò visita.
L’uscita dei coloni sembra più tranquilla: anziché strisciare lungo il muro con il cordone di soldati che li protegge, vengono abbastanza verso di noi. Subito ci scambiamo un’occhiata con uno e viene verso di me, visibilmente interessato a comunicare: “ma perché non venite a fare un giro a Hebron come gente normale, anziché con questo schieramento assurdo?” – “Non sai quanto mi piacerebbe, ma non ci lasciano. Se io voglio vedere Hebron, l’unico modo è con questo stupido esercizio di forza”. Allora è veramente il governo israeliano che cerca di seminare odio e dividere la gente. Se una persona per bene, che non ha niente contro gli arabi, non può muoversi che sotto scorta, vuol dire che si sta cercando di incutere paure e aumentare divisioni.
Primo giorno di scuola: qualche check point tranquillo (dove sono io, viene aperta la cartella al primo ragazzo, ma poi più a nessuno), qualcuno meno: decine di perquisizioni in un altro check point!
Al Khalil (Hebron) 2-9-2012 Claudio Abu Sara

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