Le testimonianze di Claudio Abu Sara – Hebron 08/09/2012

Lo sai che mi hanno arrestato a casa?
Ho portato il mio gruppo di nuovi volontari, tre inglesi e un’americana, a Ni’lin, il paese che ha perso più terra con la costruzione del muro. Siamo un bel gruppo, per cui la trattativa con il service…

a Ramallah è stata facile. Di conseguenza arriviamo presto a Ni’lin, e al primo invito, ci sediamo a bere il caffè, anche qui è d’obbligo, come in Sicilia, il bicchiere d’acqua con il caffè, e ci voleva, perché fa già molto caldo. Ci sono varie ragazze, e così si fermano in vari a chiacchierare (quando ero da solo succedeva in un altro modo): quello che fa vedere le cicatrici delle pallottole che lo hanno colpito, quello che parla inglese e dice di lavorare con gli israeliani ad un impianto di depurazione. Ma appena ci avviamo verso l’uliveto dove si riuniscono per la preghiera, arriva un ragazzo di si e no 15 anni, che si rivolge subito a me: “Bentornato a Ni’lin. Ma lo sai che due mesi fa mi hanno arrestato? Mi hanno tenuto una settimana a Ofer, solo perché avevo filmato la manifestazione. Ma il peggio è che sono venuti di notte, hanno aperto la porta di casa con un attrezzo speciale, e me li sono trovati intorno al letto, sembrava un incubo, con le facce dipinte di nero, e invece era vero, ho chiesto di dare un bacio alla mamma, ma mi hanno portato via di fretta, a piedi, per chilometri attraverso le campagne prima di arrivare ad una jeep”. E ho ripensato ad un altro racconto di Nasri a Beit Ommar. Anche lì erano andati ad arrestare suo figlio nel cuore della notte, con il solo scopo di seminare terrore, di dimostrare la realtà e la violenza dell’occupazione. “Ero il sindaco, mi potevano chiamare, avrei accompagnato mio figlio in caserma, che bisogno c’era della scenata notturna, con le facce dipinte di nero,” è proprio una dimostrazione gratuita di uso del terrore, di sottolineare la condizione di apartheid.
A Ni’lin piano piano si raccoglie la gente sotto gli ulivi, arrivano le vecchie conoscenze: “C’è Abu, il contadino italiano!”. Il momento della preghiera sotto gli ulivi è sempre emozionante. C’è Said, ragazzo di ventun’anni, che l’anno scorso avevo visto una sola volta, in quanto poi era partito per un lungo tour, in Europa prima e poi fino in Australia. Alla manifestazione siamo in pochi, molti sono ad un atrimonio in un paese vicino. Comunque c’è il solito gruppo di duri, più o meno giovani. Ma non ci lasciano nemmeno avvicinare al muro. Partono subito i lanci di lacrimogeni e ci sono i getti di acqua puzzolente. Basta stare un po’ attenti e non ti succede niente, anche il vento è abbastanza a nostro favore. Credo che la ragione di questo attacco così anticipato, sia dovuta al fatto che sono stufi del lancio di copertoni in fiamme al di là del muro che da un po’ di volte i ragazzi riescono a fare. Ma non li fermano, i manifestanti si sdoppiano, facendo così allontanare un po’ i soldati, e così tra un lancio di lacrimogeni e l’altro, a un certo punto il copertone in fiamme gli piove dall’altra parte! Anche da questa parte c’è un bel fuoco vicino al portone, ma non è divertimento, come ci spiegherà poi Said, è per indebolire e cuocere il cemento, che poi attaccano con mazzetta e scalpello, e che tra un po’ sarà rotto. Non hanno dubbi, questo muro cadrà! E’ solo questione di tempo. C’è il mio conoscente israeliano di Tel Aviv, che ci traduce quello che Mohamed al megafono sta raccontando. Mohamed è quello che ci ospitava ogni tanto l’anno scorso, e da cui ho dormito con altri quando la mattina dopo saremmo andati a raccogliere le olive oltre il muro. Destinatari dei suoi discorsi al megafono sono i soldati di là: “C’è una mamma che chiama suo figlio al cellulare: figlio non ti ho messo al mondo per fare queste cose. Mamma è il comandante che me lo ordina”. E avanti così, probabilmente per venti minuti di discorsi, mentre quelli continuano a tirarci i lacrimogeni. Sempre l’israeliano ci racconta ridendo che sono gli abitanti della colonia adiacente, poco al di là del muro, tutta costruita su terra rubata a Ni’lin, che si trovano troppo spesso sotto vento, e si lamentano con i comandi militari per l’eccesso di gas lacrimogeno!
Quando rientriamo, acqua fresca e ghiacciolo per tutti, meno male, ci voleva. Poi Said ci porta nel centro che hanno completamente rinnovato (l’anno scorso non c’era), c’è una mostra fotografica, e lui dopo tutte le conferenze tenute in Europa l’anno scorso, ci tiene a raccontarci quello che può, in teoria fino a che arriverà un service a caricarci. Monta computer e proiettore, e ci mostra foto e video. E’ un ragazzo impressionante, ha imparato l’inglese da solo, ha imparato a maneggiare i computer. Ora vuole fare scienze politiche, ma intanto partirà anche quest’anno, per un tour di quattro mesi. Tra i racconti divertenti c’è la difficoltà con il cibo. Quante volte gli veniva da vomitare! Finchè si è abituato a farsi panini e portarseli dietro. Tra i racconti drammatici, l’accompagnamento di un amico col cane ad una clinica veterinaria: “Ma i cani qui sono trattati molto meglio dei palestinesi, hanno ospedali più belli”!
Le foto e i video sulle battaglie di Ni’lin invece sono raccapriccianti. Quanta violenza per strappare terra a questa gente e costruire questo muro della vergogna che anche l’ONU condanna, ma non fa niente per interrompere. Ragazzi ammazzati, un bambino di sei anni ucciso proprio di fianco a lui, tanti feriti e con l’ambulanza impossibilitata a raggiungere i feriti per via dei posti di blocco. Il video di due feriti gravi buttati dietro un furgone per raggiungere l’ambulanza evoca gli scenari di guerra più impressionanti. Ma qui non c’è una guerra, c’è solo l’occupazione e la violenza in una sola direzione. E questi fatti non risalgono all’intifada, dieci anni fa, ma al 2008 e 2009!
E’ stata la settimana delle rivolte sociali. Ero stato a Ramallah, Fateh mi aveva chiamato quando era sull’autobus per Ramallah, dove andava a sbrigare delle cose. E così ho telefonato a Neta chiedendo se andava bene se arrivavo con amici e per parlarci un pò. Avuto l’OK sono partito anch’io, e così ad un angolo di Al Manara (la piazza centrale di Ramallah), ci siamo trovati, a bere un caffè, e ad aspettare anche il nipote che lavora lì e che lo avrebbe ospitato. Fateh contava anche in un incontro con un pezzo grosso dell’Autorità Palestinese, ma poi gli è andata buca. Invece è stato un incontro reciprocamente gradevole con Neta e Nizar, mentre Nizar preparava pasta con yogurt e pinoli tostati con aglio e carne trita.
Ma quando torno a Hebron, eccoci imbottigliati in una colonna di camion che strombazzano. In qualche modo si aggira la zona, ma il centro è completamente bloccato: anche ruspe e scavatori, anche taxi e service. Tutti contro il caro prezzi, contro la politica di Fayyad. Degli accordi precedenti legano indissolubilmente l’economia palestinese a quella israeliana, senza quindi una possibilità di scelte diverse, meno impopolari. Qui la benzina potrebbe costare come in Egitto e Giordania, e invece c’è questo obbligo di seguire l’economia israeliana. E’ proprio vero che l’Autorità Palestinese è come la longa manu di Israele. Nel mercato qualcuno si lamenta che questi scioperi peggiorano ancora di più il loro già scarsissimo livello di vendite. Qualcuno dice speriamo che anche qui si faccia una primavera araba. Le proteste sono continuate. Ieri andando a Ramallah siamo rimasti fermi per un rogo di copertoni che ha bloccato il traffico nelle due direzioni. Ma non bastava questa forma di protesta, ci si sono messi anche gli israeliani, che hanno attivato un posto di blocco in cima ad una salita, anche loro fermando tutti per chiedere i documenti. Per arrivare a Ramallah, c’è voluto doppio tempo! Secondo Nizar, la protesta rischia di essere una stupida bega tra settori di potere (qualcuno che soffia sul fuoco solo per togliere Fayyad, ma senza cambiare politica). Invece speriamo che sia una vera rivolta popolare, e che possa portare a dei cambiamenti.
Un altro fatto stranissimo è stato l’apertura per due ore del famigerato check point 56, quello all’entrata di Shuada Street. Quando arrivo, vedo il cancello laterale aperto, ma non oso passarci, non vorrei che passo di lì e poi mi fanno la scenata. Tolgo lo zaino e il telefono di tasca, li appoggio come al solito e passo dal metal detector. Raccolgo le mie cose e guardo: non ci sono i soldati! Che meravigliosa aria di libertà. Due soldati sono su un tetto, altri due sulla strada più in alto. Controllano la zona, ma non perquisiscono chi passa, ad ogni modo, dicono, è per due ore. Il gabbiotto dei soldati all’angolo della strada più in alto è proprio chiuso. Quando il giorno dopo ho chiesto spiegazioni ai soldati tornati al loro posto, hanno detto che nooooo, non va fatto, è troppo pericoloso. Invece si respirava proprio un’altra aria. Se penso alle minacce che mi avevano fatto nello stesso posto pochi giorni prima!
Sono andato a trovare Wafik, il professore incontrato su un autobus qualche giorno fa. Il suo paese è Sourif, più grosso, dice , di Beit Ommar, da cui si passa comunque per andarci, ma non più su, come era il mio primo pensiero, ma più giù, verso la pianura di Palestina, verso il muro e il confine del’67. Infatti fa molto più caldo. Non ci sono più i vigneti di Beit Ommar, che è più in alto, al fresco. Con questo caldo, ortaggi e ulivi. Qui dicono proprio che al caldo gli ulivi vengono benissimo, se penso a chi li fa sul lago di Garda! Arrivo nella piazzetta del paese, il mio amico ha detto che è l’unico con quel nome, e quindi tutti lo conoscono. Gli telefono: fermati lì che arrivo. Intanto chiacchiero con un gruppo di ragazzi. Ma poi si ferma una macchina: sono il vicino di Wafik, ti portiamo noi. Io penso che glielo ha detto lui, invece no è stata iniziativa loro. Infatti a casa Wafik non c’è, ma i figli sì, e in piazza lui trova solo i ragazzi che gli dicono che un italiano lo cerca. Bella casa, bei ragazzi. La moglie (che non si farà vedere fino a quando me ne vado), si mette ai fornelli. Per l’ospite ci vuole una Makluba! E noi passiamo il tempo chiacchierando, con un the e un piatto di semi di girasole tostati. Due figli all’università, a Cipro! Uno all’ultimo anno e due più piccoli, un maschio (Bilal, il più dolce e simpatico, con molte frasi in inglese) e una ragazza. Wafik è disperato che non ce la fa più a mantenere gli studi. E’ più giovane di me, ma è pensionato, e un altro lavoro non si trova. Da lì molta gente ha permessi di lavorare oltre il muro, ma a lui non lo danno. C’è qualche forma di aiuto allo studio in Italia o altrove? Qualche associazione che assiste studenti palestinesi? Mi informerò. Quando arriva la Makluba è un piatto grandioso. Ci saranno tre chili di riso speziato, con annegati pezzi di pollo arrosto, e tutto condito con pinoli e mandorle, di lato ciotola di yogurt, e ciotola di una verdura in brodo, che poi mi mostra in giardino. Mi pare che è una cosa che si vende anche al mercato, ma non riesco a definirla. Mi dice anche un nome inglese, ma non mi aiuta. Il pasto è beninteso a strati: intorno al tavolo solo Wafik e io. Quello che rimane (chiaramente è sempre una montagna) passa in cucina, dove penso che mangeranno i maschi. Poi quello che rimane di nuovo, le donne. Caffè fuori, ma fa un gran caldo, allora passeggiata fino da un fratello, dove si prende l’aria che si infila nella valle, un posto molto più fresco. Il fratello esce con un piatto di fichi. Mi offrono di tenermi a dormire, ma respingo, almeno quando sono a Hebron, la mattina ho il mio turno al check point alla moschea, dalle sette alle otto. Così mi preparo a partire, prima che poi capiti di non trovare più un mezzo di trasporto. No, mi fermano, Fatima sta preparando un dolce che devi mangiare. Ritorno a casa, finalmente penso a qualche foto. E arrivano dei bocconcini prelibati, fritti, ripieni. Mangia, mangia. C’è un ragazzo, alla guida di una macchina senza targa (quante ne ho viste). Mi accompagna sulla strada. Wafik viene anche lui, vuole essere sicuro che parta con qualcuno che lui conosce. Infatti alla fine è un pulmino che riporta a casa operai dal check point, operai che fanno la giornata oltre il muro, e guadagnano un terzo di un israeliano, ma sempre molto più che se lavorassero qui.
Oggi ho portato in giro per Hebron il mio nuovo gruppo. Cominciando dalla collina con gli ulivi bruciati, e scendendo su Shuada Street dal cimitero arabo. Poi i check point, la moschea dove siamo saliti, e il mercato dove facevano a gara nei commenti: finalmente Abu con un gruppo nuovo! Un caffè, un the, un felafel, tutti ci offrono qualcosa. Ad una certa ora partiamo per Beit Ommar: la manifestazione del sabato. Pochi giorni fa i coloni, in una incursione, hanno demolito una serra, per cui la manifestazione va a partire da lì. I soldati ci aspettavano da un’altra parte, per cui vengono al confronto solo in quattro. Evidentemente non ci fermano, basta girargli intorno. Così scorazziamo per un po’ lungo la recinzione di Karme Sur, salendo e scendendo da muretti che separano vari pezzi che dovrebbero essere coltivati a frutta, ma dove rimane poco. Dall’altra parte della recinzione arrivano parecchie jeep, ma i soldati devono entrare da un cancello e poi raggiungerci. Chissà poi perché, facciamo una manifestazione pacifica, non stiamo certo cercando di sfondare i loro recinti. Ma è così, loro devono venire a fermarci. E così trafelati e ansanti, a poco a poco arrivano, in numero ben superiore a noi! E gli diciamo: “Se solo c’era un soldato di guardia da questa parte, i coloni non avrebbero distrutto la serra”. Ma questo a loro beninteso non interessa, i palestinesi non hanno nessun diritto che vada rispettato. Il proprietario della serra si è rivolto alle autorità, ma per ora nessuna risposta. Dopo che ci spintonano per un po’, e tirano un brutto calcio a un ragazzino dodicenne, ci ritiriamo. Risaliamo al centro del Palestinian Solidarity Project. I tre israeliani che erano con noi decidono di ripartire subito, temono che i soldati possano venire a cercarli. Anche noi ripartiamo, abbiamo deciso di andare a Betlemme, all’Università Palestinese, dove abbiamo appuntamento con Sami Basha, professore legato a progetti di riabilitazione per diversamente abili da situazioni di guerra. E’ amico di una nostra amica palermitana, è stato a Roma vent’anni. Racconta tante cose, e ci chiede di fare in ottobre degli incontri con gli studenti: è molto importante che incontrino degli internazionali. Non possono viaggiare, non possono neanche andare a Gerusalemme. Sarà molto importante che sappiano che ci preoccupiamo della loro terra. Sami ha sia passaporto italiano che documenti palestinesi. Ogni tanto si diverte ai check point, cominciando in un modo e continuando in un altro. Ma tante cose sono vietate, ogni volta che va in Israele deve chiedere permessi, che durano pochissimo. Così per quando è stato a Gaza: cosa ha visto è raccapricciante: conosciamo i millecinquecento morti, ma non la quantità di menomati, gli arti mancanti, le ustioni irreparabili. Hamas avrà i suoi torti, ma l’operazione Piombo Fuso è una cosa che non si potrà mai perdonare a Israele, con la distruzione e gli esperimenti con armi proibite che hanno fatto.
Dal tetto dell’università c’è un grande panorama.
Anche a Betlemme incontriamo manifestazioni di giovani che bloccano le strade. Questa volta sentiamo anche chiaramente slogan contro Israele e contro l’occupazione.
Ecco il link alle foto di oggi
https://picasaweb.google.com/112424888208586679688/28Settembre#
Hebron 8-9-2012

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