Le testimonianze di Claudio Abu Sara – Hebron 16/09/2012

Proviamo a fare la strada che mi vietano?
Domenica 9 siamo andati a trovare Hashem Hazzeh, scavalcando muri e vecchie recinzioni. Infatti abita sotto il posto dove si sono insediati i primi coloni israeliani, arrivati qui negli anni ’80, in…

izialmente con due caravan, che poi sono diventati una palazzina dal formato strano (ma siccome è in mano a loro, non è una costruzione abusiva. Abusive sono quelle dei palestinesi, magari anche vecchie di cento anni). Vista questa vicinanza, Hashem e la sua famiglia non possono usare la strada principale, a cui accederebbero da una stradella pianeggiante. Devono fare quel percorso a ostacoli, attraverso cui accompagno i miei amici. Hashem è come sempre molto ospitale, sua moglie prima di portarci il the ci va vedere i suoi dipinti. Intorno alla casa ci mostrano gli alberi che gli sono stati tagliati o avvelenati. E’ proprio una vita impossibile stare sotto questi coloni, tra i quali c’è anche Baruch Marzel, il pericoloso responsabile della comunità ebrea di Hebron. Ma a un certo punto Hashem ci dice: “Ora devo uscire anche io. Proviamo a fare la strada che mi vietano, già che siamo tutti insieme?” E così facciamo, con videocamera che riprende. Si vedono i coloni dalle loro finestre con brutti sguardi, ma nessun movimento. Appena il soldato di guardia in fondo alla strada ci vede sbucare da dove non dovremmo, afferra il telefono e lo vediamo preoccupato in discussioni con i suoi superiori. Ma poi fa un cenno: venite pure avanti. E da allora Hashem ha continuato a fare la strada che da anni gli era preclusa! Quanto durerà? Per ora è tutto contento, dobbiamo andarlo a trovare di nuovo.
Nel primo pomeriggio prendo con me la ragazza americana e parto per Sussya. Prevedo il solito giro. Come al solito un service per Yatta e poi quello più scassato che va (ora ho imparato) ad Al-Karm. Sul pulmino io sono seduto nella fila davanti con un simpatico signore a cui racconto un po’ di cose, Eva è seduta dietro, di fianco ad una bella donnona, carica di borse. Dopo un gran sorriso comincia a farle vedere gli acquisti: visibilmente è tutto finalizzato ad un matrimonio. Ed è tutto un sorridersi e lanciare esclamazioni di approvazione. Quando è ora di scendere, ci hanno ormai detto “venite a prendere un the o almeno un po’ d’acqua”. Dopotutto, penso, è ancora presto e rifocillarsi prima della camminata va bene. Non siamo arrivati! La loro casa è proprio l’ultima della borgata, e ci arriviamo allontanandoci abbastanza dalla nostra direzione. Quando arriviamo ci fanno sedere, ed arriva una delle figlie con un recipiente pieno di riso cotto nel latte. Poi pezzi di formaggio, con il solito pane (tabun), buonissimo e scuro perché fatto di orzo. Evidentemente era il pasto preparato per la famiglia, ma ce n’è sempre in più. E’ evidente, visto quello che mangiamo, che è famiglia di pastori, ma loro ora hanno solo tre pecore, papà lavora come muratore oltre il muro, per questo guadagna di più e possono anche mostrare con soddisfazione tutti gli acquisti: due figlie si sposeranno nelle prossime settimane! Ma mentre mangiamo arriva il the, e man mano arrivano figli e nipoti. Non facciamo in tempo a finire il the che arriva anche il caffè, e pure una bottiglia di acqua e una di succo, “se non bevete ora, portatevele per la strada”! Poi mentre camminiamo, ripenso a questa accoglienza, e credo di ricordare che nelle scritture o nel Corano, ci devono essere tante riflessioni sul fatto che accogliere i viandanti sia una condizione per la riuscita di un matrimonio, o per lo meno sia un buon auspicio. E noi siamo i viandanti! Finalmente, lasciando le bottiglie in più, partiamo, Sussya è di là, ci indicano, ma davanti a noi c’è solo una collina desertica. Dopo averla superata, ritorniamo sul percorso solito, attraversando una zona abitata con case sparse, da cui si lega a noi un codazzo di bambini. Simpaticissimi. Per sganciarli taglio per le colline un po’ prima del solito, più o meno ritrovo sempre lo stesso percorso.
Mentre partivamo da Hebron, dei ragazzi ci avevano avvisato: guardate che domani c’è sciopero generale, non ci sarà nessun mezzo di trasporto. Ma per ora è oggi, domani ci penseremo. Arriviamo a Sussya, stavolta ci sono tutti, anche se Jamal è fuori con le pecore. Prima il the con i nonni e Yussef, ci vogliono anche fare mangiare, ma rifiutiamo. Poi arriva Jamal, ora dovete venire da me, e subito altro the, quello era nell’altra tenda ora dovete bere quello mio. Finalmente riesco a parlare un po’ di più con Jamal, il suo inglese e il mio arabo sono migliorati. Intanto ci eravamo chiesti se davvero sono beduini, e lo sono, provenienti dal Neghev, da cui sono stati cacciati con la guerra del ’67. Per un periodo hanno avuto case in una zona di Yatta, da cui di nuovo gli israeliani li hanno cacciati, a favore di un insediamento. Ora sono lì dal 1980 circa, e di nuovo rischiano lo sradicamento, con la minaccia della eliminazione di otto villaggi dell’area. Quanto al lavoro fatto oltre il confine, “come lo hai trovato?”. Amici beduini che ha incontrato a Yatta, gli hanno di raggiungerlo, che il lavoro c’era. Ma illegalmente, sfuggendo alla polizia di frontiera e ai controlli vari. La paga era di cento shekel (20 euro) al giorno, un terzo di quella nell’edilizia, racconta, ma sempre dei bei soldi per loro. Altri mi hanno raccontato di lavoratori illegali oltre frontiera, che, il giorno di paga, vengono invece denunciati alla polizia, e così rispediti senza paga! Ma a Jamal è andata bene. La mia compagna si prende i bambini, studia filosofia, ma con i bambini ci sta molto bene. A cena torniamo come al solito, Amer mangia con noi, ma la moglie no. Notte di stelle e vento, ma anche di aerei su Gaza.
L’indomani io e Jamal usciamo con le pecore, Eva aiuta a preparare i bambini per la scuola. Ma mentre facciamo colazione, anche melanzane fritte oltre al solito jogurt duro, pomodori e il liquido derivato dallo jogurt, ecco che ritornano i ragazzi: è proprio sciopero generale. Cosa volete fare? Chiede Jamal, state un altro giorno! Gli chiediamo comunque di accompagnarci a Yatta, se poi non c’è modo di viaggiare ritorneremo. Finalmente accende il suo scassone, ed ecco tutti, chi lo incarica di portare le sigarette, chi di comprare non so cosa: sembra per un po’ un via vai di commissioni per tutto l’accampamento. A Yatta incontra un conoscente al volante, indeciso: li porti a Al Khalil? Quanto? Venti shekel, offro. Affare fatto. Quando partiamo vediamo già casino in Yatta, mezzi di traverso per bloccare la strada, fuochi di copertoni, ragazzi che gridano. Lasciamo Yatta, ma al primo paese ci sono camion di traverso, e un comizio in corso. Non c’è modo di passare. Allora proviamo a tornare indietro e prendere una strada laterale, l’idea è di raggiungere la route 60, che percorre tutta la West Bank e che in certi tratti non è vietata ai palestinesi. Ma al primo tentativo, ci vorrebbe un trattore, per accedere alla strada. Non preoccupatevi, se non riusciamo ad andare a Hebron, siete nostri ospiti! Invece riusciamo in un altro punto ad accedere alla route 60, e lì è un balzo superare Hebron e le tre entrate per Qiriat Arba (la zona degli insediamenti di coloni di Hebron). Finalmente, riscendendo da nord, entriamo a Hebron, dove ci accolgono tutti i tipi di blocchi stradali. Cassonetti, mezzi, bidoni, e a ripetizione. Copertoni in fiamme dappertutto. Tutti ci fermano: appoggiate le nostre rivendicazioni! Una macchina accosta, un uomo più distinto ci chiede cosa facciamo, se possiamo incontrarci, è un funzionario del ministero dell’interno, ma non sostengo Fayyad, non vi preoccupate. Ci scambiamo i telefoni e prometto un incontro. Tutto intorno alla piazza c’è una folla colossale, ma la manifestazione è convocata per il pomeriggio. Troviamo tutti i negozi chiusi, mai visto uno sciopero così. Trovo solo sulla porta semichiusa il commerciante a cui avevo lasciato i bagagli al mio arrivo: guarda, mi dice c’è un italiano. E’ un optometrista, con il negozio al piano superiore, è stato dieci anni a Bergamo. Un periodo bellissimo, racconta, lavoro e studio, amicizie, tutti che ti aiutano, sembrava come in Palestina. Dopo un caffè, un esame della vista, un controllo di occhiali, decidiamo di salire a casa, gli altri ci aspettano, dobbiamo lavarci e mangiare qualcosa. Ora si passa dal check point, anche se si vede che è già successo qualcosa. Saliamo a casa, gli altri stanno uscendo, li raggiungeremo tra poco. Comunque nella notte c’è stato un uomo colpito da un proiettile in una gamba. Pare che qualcuno avesse una molotov, e i soldati hanno sparato. Quando riscendiamo, il check point è chiuso, di là gli shebab tirano sassi, e da qui i soldati escono ogni tanto a sparare lacrimogeni. Noi dobbiamo risalire un po’ e poi con dei ragazzi scendere calandoci da muretti e recinzioni. Arriviamo giù e ci dicono: ora fate come volete, a destra problemi con gli israeliani, a sinistra problemi con l’Autorità Palestinese. I soldati israeliani ora sono sui tetti e sparano lacrimogeni come proiettili dall’alto. L’anno scorso avevo visto i commercianti chiedere ai ragazzi di smettere di tirare sassi e lasciarli lavorare. Ma oggi è sciopero, il campo di battaglia è libero da interferenze. Intanto anche la manifestazione al municipio è degenerata: i ragazzi hanno preso a sassate gli uffici del comune, e anche qui la polizia risponde a manganellate. Molti diranno che questo scontro interno è quello che vogliono gli israeliani. Comunque questa giornata di mobilitazione in tutta la West Bank fa cedere presto il governo, per il poco che può decidere. Il prezzo della benzina scende un po’, e viene promesso il pagamento degli stipendi di agosto (c’era bisogno di questo casino per così poco?). Si sente la gente dire basta con il protocollo di Parigi, basta con gli accordi di Oslo. Questo sarebbe un po’ di più!
Tornando al mercato, ci dicono che anche il check point alla moschea è chiuso. Siamo intrappolati in mezzo agli scontri. Era successa una cosa divertente: una ragazza francese che avevo già visto, passando dalla piazza, raccoglie da terra un candelotto lacrimogeno inesploso, e se lo mette nello zaino. Passando al check point pare che volessero arrestarla per detenzione di una bomba, e così avevano chiuso tutto. Poi si accorgono che è roba loro, e tutto il problema svanisce come una bolla di sapone. Riusciamo quindi ad uscire dal lato della moschea, anche se nei vicoli ristagna molto fumo di lacrimogeni. E percorrendo Shuada Street è evidente che non possiamo avvicinarci al check point 56. Troppi lacrimogeni, per cui decido di salire attraverso l’uliveto conteso, e girare intorno alla collina di Tel Rumeida.
Il giorno dopo ci scambiamo i volontari con Nablus, così verso l’una ho i nuovi arrivi, e quasi in contemporanea, l’incontro con quello di ieri. In un caffè del centro lo incontriamo, con anche una signora, divorziata, che lavora per un servizio di aiuto psichiatrico. Pensavo che volessero più discussioni sulla politica locale, invece è più sul sociale, usi e costumi nostri e loro. Un’ora interessante, promette che riprenderemo e che ci porterà uva da una sua azienda vicino a Hebron. Come di mia competenza ho da introdurre i nuovi alla città e ai suoi problemi: come sempre mi arriva la domanda, ma a te parchè piace stare a Hebron? Stai con me due giorni e vedrai. E infatti è la gente, i contatti, le tazze di the, il modo di muoverci, che coinvolge pure le nuove ragazze, che però rimangono qui proprio poco.
Partenza per Ramallah, di giovedì conto sempre di vedere sia Hisham che Neta, anche se non c’è meeting. E così avviene. Di più abbiamo da discutere di ISM-Italia e dei soldi raccolti con la richiesta “aiuta Jalaal a tornare a casa”. Questi sono anche in più! La cauzione di Jalaal è stata pagata e lui sta tornando a casa. Quindi come usare meglio quelli in più. Quanto a noi, preparazione della lettera.
Venerdì voglio tornare a Nabi Saleh, ci sono stato solo la prima settimana. Ma ho due nuove. Decidiamo piuttosto che contatterò Said a Ni’lin e metterò le due ragazze su un taxi. Ci ritroveremo nel pomeriggio. E io vado a Nabi Saleh. I soldati impediscono l’accesso ai service, così mi scaricano ad una curva e salgo in paese a piedi. E’ molto presto, vado a casa di Namal e Bilal, contenti di vedermi, dopo un po’ fanno colazione e mi invitano, così per una volta non faccio la manifestazione a pancia vuota. Si parte, vari israeliani, pochi internazionali, tanti palestinesi. Alla prima discesa, lungo la strada, ci fermano con getti di acqua puzzolente. Il vento gli è contrario, ci ritiriamo un poco. Però i soldati si asserragliano intorno ad una casa sotto il paese e lì vengono a lungo tenuti fermi da lanci di sassi. Per ora tirano pochi lacrimogeni, mentre sparano agli shebab con pallottole di acciaio-gomma. Noto che in una giornata così non c’è nessun volontario della mezzaluna rossa. Finisce questo primo scontro, a un certo punto gli shebab vengono allontanati con i lacrimogeni, e ci portiamo sull’altra collina. Il gruppo di soldati che era stato impegnato si ritira, mentre sull’altro, in direzione della sorgente espropriata, un gruppo di ragazzi tiene impegnato un altro gruppo di soldati. Il grosso del gruppo, ci sono anche due anziane signore di un “Donne internazionali per la pace”, siamo sotto un carrubo. Anche questo scontro viene abbandonato. Torniamo verso il paese, ed ecco di nuovo delle jeep che si avvicinano. Ora però la casa dove stavano i soldati la mattina è in mano a noi, e i soldati rimangono più sotto. Ce ne vuole tempo e lacrimogeni per obbligarci ad abbandonare la posizione. Finalmente riscendono. E’ finita? Macchè. I ragazzi si preparano a bruciare cose sulla strada. Io intanto approfitto di un giornalista che deve andare a fare il suo servizio e va verso Ramallah. Quando scendiamo, superando i vari blocchi stradali fatti dai ragazzi, verso la torretta all’accesso del paese, ci accolgono i soldati con fare arrabbiato e tanto di megafono: via di qui, non potete passare, dobbiamo attaccare gli shebeb, levatevi in fretta o vi spariamo. Così lasciamo Nabi Saleh con il lungo giro dall’altra parte, e quando ripassiamo di lì c’è ancora il grande fuoco e i soldati che avanzano.
Torniamo a Hebron, con due chiamate: da At-twani per una manifestazione/azione per il sabato, e da Sami, il contatto palestinese di Hebron, con problemi con case di cui i coloni devono prendere possesso. Ed eccoci tornati.
Sabato, di nuovo il service per Yatta. Di nuovo la piazzetta di Yatta e le chiacchere, le trattative per il prezzo. Io avevo capito che c’era un service per At-Twani, ma non è vero. E’ sempre quello per al-Karm, che però, per pochi shekel in più, ci porta ad At-Twani: la strada è discreta, non come per Sussya! Ci scarica alla casa di Operazione Colomba! Sette ragazzi italiani, un caffè vero, anche qui un ragazzo si ricorda di me da una demolizione dell’anno scorso, e con altri ci siamo sentiti al telefono. Pare che tutti i sabati fanno qualche iniziativa, con un certo Musab, che è quello che ci ha chiamati. E’ che sabato scorso hanno arato un campo sotto la colonia e i coloni li hanno attaccati in massa. Per fortuna c’erano soldati che si sono messi in mezzo. Quindi oggi hanno chiamato tutti quelli che si può, per essere più noi che i coloni. Si va in un oliveto, dove ogni giorno trovano uno o due alberi nuovi a cui hanno rotto parecchi rami. Anche oggi vediamo che ce n’è due rotti. Cosa farebbe uno di noi a trovarsi gli alberi danneggiati così? Siamo davvero in tanti, con parecchie jeep dell’esercito. Raccogliamo i rami rotti in giro e salgono con un trattore a caricarli. Anche quando i soldati si allontanano, lasciando una sola jeep, i coloni non si avvicinano. Vediamo solo un gruppetto che rimane in distanza. Ci sono gli israeliani di Tayoush, che non avevo mai incontrato. Sono decisissimi. Chiamano la polizia e non vengono via finchè non riescono a farli venire, fotografare il danno nuovo e prendere nota (servirà a poco, dicono, ma almeno facciamo sudare anche loro). Noi siamo riscesi con i palestinesi, c’erano anche varie donne. In un paesino che conterà un centinaio di persone, una trentina è venuta nell’uliveto! Trovo Abed, arrivato dopo, nostro contatto per Susya, con cui non ho mai avuto un gran feeling. Per tornare ci accodiamo a Tayoush, che viaggiano su un grosso pulmino con autista e hanno posto anche per noi. Ma non hanno finito i loro impegni, e così faccio un’esperienza nuova: muoversi con israeliani in quelle contrade. Completamente diverso, le strade che usano loro, finora le ho solo incrociate percorrendo gli sterrati palestinesi. Hanno appuntamento ad un posto di blocco al confine meridionale sulla linea verde. Un palestinese di un villaggio vicinissimo al confine è stato fermato senza documenti, ora suo fratello ce li porta e vengono consegnati alla polizia con tutti noi, quattordici persone, come scorta. Sembra che verrà rilasciato. Ma c’è un altro problema, di uno che è stato arrestato, sulla sua terra, mentre pascolava le sue pecore. E’ uno di quelli che vivono tra il check point e la linea verde di confine vera e propria, in una zona la cui giurisdizione è dubbia. Mentre queste trattative con la polizia vanno avanti, uno ci racconta di una delle dicerie peggiori tra gli ebrei a Gerusalemme: i palestinesi di Gerusalemme non pagano le tasse. Niente di più falso, perché pagare le tasse è l’unico modo per mantenere la residenza. Gli israeliani fanno di tutto per espellerli. Uno che è stato a studiare fuori, quando torna gli dicono, ora non hai più legami, basta residenza! E avere la residenza non è molto, ma ti lascia vivere lì. Solo in ordine con le tasse puoi presentare qualsiasi tipo di domanda, quindi i palestinesi sono quelli che le pagano di più!
Finalmente anche loro ci riportano a nord di Hebron, da dove prendiamo un service che rientra in città. Oggi festa ebraica, non c’è giro turistico dei coloni, invece siamo pronti per tornare ai check point e ai bambini che vanno a scuola.
Hebron 16 settembre 2012 Abu Sara

Ecco le foto di questa settimana
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