Le testimonianze di Claudio Abu Sara – Hebron 28/08/2012

PALESTINA OCCUPATA 2 – 2012
Torniamo a qualche riflessione precedente: quando ero con Fateh abbiamo avuto delle belle discussioni con i suoi parenti o conoscenti: due gli argomenti, lui a spiegare quanto sia difficile andare all’estero e riuscire in qualche cosa. Gli tocca ogni tanto cambiare, o l’intestazione della ditta o il locale se no le tasse e gli affitti lo uccidono. E invece i fratel…
li e nipoti rimasti lì, magari a via di intrallazzi, comunque tutti si sono fatti grandi case. Poi insieme a spiegare che il lavoro agricolo se trova il mercato a cui vendere paga: che il mio campo di 800 piante di pomodoro, senza irrigazione, ha fatto oltre trenta quintali, e che tutto è stato seccato al sole, ed è venduto ad un prezzo decente, così pagando il lavoro fatto, li stupisce. Ed è anche con Nizar che si facevano queste riflessioni, anche lui dice che i palestinesi stanno tornando a coltivare, con anche università di appoggio, anche se magari copiando gli israeliani per i quali hanno lavorato.
Neta invece osserva che c’è qualcosa di strano nel comportamento dell’esercito. Ai check point i soldati sono più tranquilli e meno strafottenti. L’ho visto anche io: suonano i metal detector quando passo, non fosse che per la mia ginocchiera rinforzata, ma non gliene frega niente. Al venerdì di preghiera, dieci giorni fa, che era l’ultimo venerdì del Ramadan, hanno lasciato passare tranquillamente: ricordo invece l’anno scorso la battaglia che c’era stata al check point di Qalandia. Alle manifestazioni è un po’ diverso, se si pensa all’altra settimana a Qufr Kaddum, quando hanno accerchiato il paese da tre lati, picchiando giornalisti e arrestando anche gli EAPPI. I miei amici di ISM erano infilati in un buco pieno di fichidindia! Sempre meglio le spine che le botte dei soldati, dicono!
Una impressione sarebbe che cercano comunque di tenere una situazione più calma in West Bank, perché sarebbe vero che si preparano all’attacco all’Iran, o anche che tengono i soldati cattivi pronti per altro.
Ma veniamo alla manifestazione a Nabi Saleh. Intanto, come altre volte, era dedicata ai prigionieri ancora detenuti nelle carceri israeliane.
Sembrava che i soldati erano tranquilli. Il nostro gruppo parte sotto un sole infernale, scendendo nel canalone tra le due colline. Gli shebab chiamano: “presto, presto”, effettivamente arriviamo fino alla strada, i soldati non ci hanno fermato con i lacrimogeni. Purtroppo però, non si aspettava che andasse così, per cui il gruppo che arriva alla strada è sparuto, gli altri siamo più in alto. Il presentarsi in ordine sparso è dovuto proprio al fatto che di solito ci fermano con i lacrimogeni: più siamo allargati e più non sanno dove sparare prima. Questa volta, se fossimo stati compatti, saremmo potuti arrivare alla sorgente espropriata. Invece così le donne attraversano la strada correndo, cercando di arrivare alla sorgente: ma a questo punto ai soldati è facile acchiappare le donne e intanto cominciare a spingere gli altri verso la collina. A uno dico vergognati, potresti essere mio nipote, e sei qui a fare il violento. C’è vicino a me un’altra ragazza palestinese che grida male parole, il mio “nipote” fa per prenderla e io gli grido contro “non ti permettere”, almeno quella la lasciano. Ma ci sono almeno tre arresti, compresa la mamma delle due bambine che piangono nella foto. Alla fine gli arresti sono stati sei, di cui due israeliani. Poi risaliamo: a questo punto, dopo gli spintoni, ci tirano i soliti lacrimogeni che ci accompagnano verso il paese. Sembra che si sono calmati, ritirano anche le jeep e il camion “skunk water” che era posizionato sotto il paese. Due soldati si ritrovano da soli in una posizione isolata, sotto il paese. Dei ragazzi li attaccano sul fianco con qualche sassata. Quelli rispondono sparando lacrimogeni tutto intorno ad altezza d’uomo, finchè riescono a sganciarsi e a raggiungere gli altri: c’era stato un bel coro di appoggio ai due che si erano avventurati verso i soldati. A questo punto sembra finita, ma non è vero, i soldati, che avevano la strada principale sbarrata da sassi, vanno a girare dall’altra strada, che di solito sono loro a tenere chiusa, e da lì attaccano. Lo “skunk Water” si blocca per un guasto (hahahaha, lo riportano indietro a traino. Meglio ancora, sembra sia stato un sabotaggio), ma i soldati e le jeep no. E comincia questo giro assurdo, di inseguire gli shebab, nel campo sportivo, negli uliveti intorno, nelle strade. Ma non li riescono nemmeno a vedere, figurarsi a prendere. Queste facce di soldati stravolti dalla fatica e dal sudore e che si ritrovano con in mano un pugno di mosche. Quando si ritirano, i ragazzini gli fanno sberleffi in tutti i modi. Immagino quanta rabbia avranno avuto in corpo: intanto ci lasciano il ricordino di riempire di lacrimogeni l’entrata del paese, stavolta ci sono dentro anch’io, e il vento è contrario. Purtroppo stavo cercando un service per rientrare a Ramallah, cosa che abbiamo fatto, anche io ero molto stanco. Mentre eravamo ancora sull’altra collina, le forze di occupazione avevano già invaso il paese, rompendo porte, acchiappando gente, sparando i soliti proiettili di acciaio-gomma. Un’uomo di settantanni è rimasto ferito a un dito perché gli hanno sparato in una mano, da distanza ravvicinata. Tra i feriti anche la novantenne nonna di Mustafà Tanmimi. I fermati sono poi stati rilasciati dopo otto ore senza che nessun fermo fosse trasformato in arresto.
Torno all’appartamento ed è Hisham che dopo un po’ mi viene a trovare!
Il sabato mattina avevo promesso che sarei sceso a Sheik Jerrah, a trovare gli Al Kurd. La situazione sembra tranquilla, è già un po’ che non c’è movimento nella parte di casa occupata dai coloni. Papà Al Kurd lavora anche di sabato, e mi trovo con Mohamed, ragazzo dalle mille iniziative, che è già stato a parlare al Parlamento Europeo! Viene anche la ragazza danese che ha tenuto i contatti nell’ultimo periodo: ora toccherà a me.
Quando arrivo a Hebron è ormai l’orario dell’uscita delle bestie feroci. Avevo già concordato con i ragazzi che sono qui, che ci saremmo incontrati proprio lì, al tour dei coloni nella città vecchia. Prima c’è il rientro della pattuglia che ha perlustrato la zona: controllare che non ci siano pericoli nascosti. Poi i soldati rientrano dalla loro parte, ad aspettare che arrivi l’autobus con i coloni. Ma già questa perlustrazione ha del grottesco: una pattuglia in assetto da guerra a controllare lo stato di sicurezza di un tranquillo mercato!
Quando escono, sembra di essere al circo, quando gli animali feroci seguono in fila indiana un percorso preciso, scortati sui lati da tutti questi soldatini con il mitra in mano. Anche qui dico ad un ragazzino: ma non siamo gente normale, sia di qua che di là, che ci fanno i vostri fucili? Non potrebbe essere gente tranquilla che viene a fare compere, come fanno i turisti? No,no, dobbiamo difendere gli ebrei. Ma da cosa? Se mai bisogna difendere i commercianti da qualche ebreo provocatore!
E’ bello tornare ad Hebron, tanti abbracci affettuosi. Avevo cominciato dal commerciante al quale avevo lasciato zaino e borsa per andare nel mercato, che mi aveva offerto caffè e uva; era stato l’ultimo che avevo salutato andando via, e il primo che ho trovato arrivando: parla solo arabo, ma con una bella espressività. Poi tanti altri nel mercato, sia il pomeriggio del sabato, che la domenica. I ragazzi che trovo qui sono tutti in partenza, una italiana, tre spagnoli e un danese. Così ci sono due serate di addio con i contatti locali di ISM, che passano invece a ritrovare me. Così anche il padrone di casa, preside di una scuola, con cui avevo parlato spesso l’anno scorso. E i ragazzi sulla strada, la nostra ripida salita: Abu, Abu! Sono quelli delle partite a calcio quando c’erano Aida e Jude!
Ma lunedì mattina scendendo in paese cominciano i guai. Io mi sento allegro, uno perché non dovrebbe fare finta di essere in un paese normale? Saluto il soldatino al primo check point: Hello! Hello! Anche lui, con un bel sorriso. E no gli dico, come fai a sorridermi amichevolmente con quel fucile in mano? Ma no, dice siamo amici di tutti! E com’è possibile, con tutte quelle armi? E me ne vado. La mia affermazione era estremamente sovversiva: io causo problemi! Questo è quanto dice nella telefonata al check point 56, quello che limita l’area palestinese e quella a totale controllo israeliano. Per cui arrivandoci mi chiedono il passaporto, in uscita dalla zona israeliana (cosa rarissima). Glielo faccio solo vedere, la pagina con la faccia e quella con il visto. No me lo devi dare. No, secondo la tua legge, te lo devo fare vedere, lo devo dare solo alla polizia. Tira e molla me lo strappa di mano e intanto chiama la polizia, io mi incazzo proprio, un ragazzo che con la violenza mi strappa il passaporto dalle mani! E’ successo un finimondo: due jeep di soldati, l’ufficiale superiore, poco dopo uno di quei cosi mostruosi su cui gira la polizia. Intanto passava Jonas, il danese, che chiama gli altri tre. Passavano quelli di Youth against settlement, con riprese televisive. Passavano le signore israeliane di Human Rights Watch. E’ diventato un assembramento colossale.
Hanno provato a tergiversare, mi hanno detto che non devo disturbare il lavoro dei soldati, che non devo insultare il soldatino, ma lui non deve strapparmi il passaporto dalle mani!, (vedo che gli preparano una tirata di orecchie, non glielo aveva mica detto). Comunque è nato un caso partendo da ben poco. Quelli di Youth against settlement immaginano che sono stato scambiato per uno di Welcome to Palestine sfuggito al blocco israeliano, e così mi fanno una intervista per la loro TV. Approposito di TV avevamo avuto anche una televisione turca a fare un servizio sui volontari ISM, proprio nel ricordo di Rachel Corrie, che oggi è stata uccisa un’altra volta, con questa sentenza che conferma che si è trattato di un ”incidente”. Nessun colpevole!
Anche i ragazzini sulla strada ora mi dicono che mi hanno visto su Facebook, pronto per l’arresto!
Comunque la mia intenzione era scendere a Sussya. Per martedì quelli di Operazione Colomba convocavano un meeting sui villaggi da demolire e con un memoriale in occasione della sentenza su Rachel Corrie. Gli avevo telefonato che ci sarei stato, probabilmente recandomi già a Sussya la sera prima. Avevo anche telefonato a Nasser, il nostro contatto ufficiale a Sussya, però dopo poco era caduta la linea. Parto poco dopo le due. Alla ricerca del service, uno che mi vede da una certa distanza, mi dice Yatta? Si, e mi carica come ottavo, seduto sul portaoggetti. Arrivo a Yatta, e, senza bisogno di spiegazioni, uno mi dice: vai a Sussya? Vieni (qui come nono passeggero), ti lascio a …..(una frazione di Yatta che non ho ancora imparato), e poi vai a piedi. Evidentemente anche lui si ricorda che faccio così.
Bellissimo tornare alla mia camminata nelle colline desertiche. Un’ora di mezzi pubblici e 50 minuti di marcia, ed eccomi agli accampamenti di Sussya. Il primo che mi vede e riconosce è uno dei figli di Yussef, sta correndo dietro a suo fratello con le pecore per portargli una bottiglia di acqua. Mi spiega che Jamal non c’è, è a lavorare in Israele a raccogliere cipolle. Yussef (suo padre) nemmeno c’è. Allora decido di andare prima dai cugini, Abed e Nasser. Anche loro sono in Israele, trovo solo i nonni, con cui prendo il primo thè. Ma, gli chiedo, come sta il padre di Jamal – ora vado a trovarli. Cambio accampamento ed ecco le bambine che mi corrono incontro, mi prendono lo zaino, lo mettono nella tenda. Ma la mamma non c’è? Nemmeno lei, è a Tel Aviv, ma lei questa sera viene. Allora vado dai nonni. Abu! Che bello, sei tornato! Facciamo il thè, mangia un po’ di pane! Finora tutte le spiegazioni erano state in arabo, e io mi sentivo lanciato, ma dopo un po’ la nonna mi ha buttato giù, con un’aria di superiorità: “viene in Palestina, torna in Palestina, dice che gli piace la Palestina, e io ancora non capisco cosa dice!” Ho passato un bel po’ di tempo con i bambini. Se togli i quattro più grandi ne avevo sempre dodici. Un po’ di foto, un po’ di giochi. Ricordi di quando giocavo con i miei….. Finalmente arriva Yusef, con attrezzi da lavoro edile. Stanno rinnovando la scuola di Sussya, non so bene dov’è, con anche un impianto di biogas! Intanto mangia, mi dice, sono rientrate le pecore, c’è pane e latte appena munto. Se vuoi dormi qui. Va bene. Poi arrivano le donne, la moglie di Jamal e le due mogli di Yusef: com’è bella Tel Aviv! Com’è bello il mare! Non erano mai andate. No vieni a dormire da noi, dice la moglie di Jamal, ti ricordi che Amer (il maschio grande, che ora andrà a scuola) vuole dormire vicino a te. Va bene, così, contro ogni tradizione, rimaniamo seduti a chiacchierare con i bambini intorno io e lei, con un pò di patate fritte e pane e thè.
Stamattina alle sei e mezzo viene chiamato Amer, io mi alzo subito, c’è il convulso avvio di giornata: pecore che escono al pascolo, bambine che riempiono secchi di acqua, ordini di qua e di là. Sto uscendo con le bambine e le pecore, quando Yusef mi chiama: guarda là, i soldati, una ruspa. Raccolgo al volo la macchina fotografica e mi avvio più in fretta che posso. Si tratta di un altro accampamento, una collina un po’ più avanti. La prima foto è presa ancora da lontano, ma hanno allontanato la gente, sono sul pendio un po’ più giù, e la ruspa sta manovrando prima da un lato, poi ora che arrivo io dall’altro, per ridurre a un mucchio di ferri e tele due belle tende con tanto di cartello: “con il contributo delle Nazioni Unite”. Due delle quattro tende di cui è composto l’accampamento. Senza ordini di demolizione, senza esibire documenti di alcun genere. Scene di insulti ai soldati che se ne vanno, grida di vittoria e libertà. Si sono presentati con due jeep militari, altri quattro fuoristrada, la ruspa e un autobus di soldati. Sembra che se ne vanno, ma quelli di Operazione Colomba che dovevano raccogliermi per quel meeting, fanno sapere che ci sono altre due demolizioni nella zona. Cominciano i giri di thè, sono ancora con me sia Yusef che il padre di Nasser. Pian piano tutti tornano alle loro occupazioni: loro demoliscono e si ricostruirà.
In qualche modo anche io rientro a Hebron, ho le batterie scariche sulla macchina fotografica, devo mettere su internet le foto e la notizia della demolizione! Domani o tornerò a Sud, o andrò a Nord, pare che ci sono state demolizioni anche a Betlemme e ad Al masara.
Hebron 28- 08-2012

Contrassegnato con i tag:

Articoli Correlati

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam