Le testimonianze di Claudio Abu Sara – Hebron – Al Khalil 23/09/2012

 

Non puoi dirmi come fare il mio lavoro
Così si è ridicolizzato un ufficiale che comandava un plotone: stavo scendendo da casa per un giro di controllo, quando incontro una pattuglia in assetto di guerra. Sono tre su ogni lato della strada,…

imbracciano i loro fucili mitragliatori con il dito sul grilletto, hanno i caschi con la visiera calata, sembrano percorrere la giungla con i colori di guerra. “Ma che fate”, gli dico, “chi state attaccando?” Uno mi guarda e esita,”Come?” “Non c’è nessuna guerra in corso, cosa fate con questo atteggiamento? C’è in giro solo gente tranquilla”. Allora l’ufficiale si stacca, mi ferma, e con fare severo mi dice: “non ti puoi permettere di dirmi come fare il mio lavoro, e siccome non ti piace, vattene da qui, torna al tuo paese” io dico ”va bene, va bene”. Ma siamo all’angolo dove si raccolgono i ragazzi, dove facevamo le partite di calcio. Per cui mentre io continuo a scendere e la pattuglia riprende posizione, dai ragazzi radunati lì si alza un coro da stadio: ”Abu Sara habibi, Abu Sara habibi!” Io alzo le due mani con il segno di vittoria. Non sono riuscito a guardare le facce dei soldati, ma mi immagino che si fossero resi conto del loro essere fuori luogo.
In effetti siamo nei giorni del capodanno, ci sono in giro soldati dappertutto, dicono per difendere gli ebrei che sono in giro molto più del solito, visto che è festa. Però di solito sono stravaccati negli angoli, sudati nel loro abbigliamento sempre guerresco. Solo quella pattuglia aveva preso un atteggiamento da attacco. Più giù incontro un altro gruppo di soldati fuori posto: in nove, armati come sempre di tutto punto, stanno accompagnando un solo israeliano in giro nella città vecchia! Ridicoli anche loro.
Fatto sta che con queste feste, di nuovo, l’accesso alla Moschea è vietato, il check point è chiuso. Infatti c’è più movimento dove andiamo noi, al check point davanti all’entrata di Kiryat Arba, il più grosso insediamento israeliano intorno a Hebron. Mi faccio tutte le mattine la camminata fino là, ci vuole ben più di mezzora, con la ragazza inglese ultima arrivata. Contro le aspettative è un check point tranquillo, i soldati non fermano mai i ragazzi per aprire le cartelle, come avviene a quello che chiamano “Gilbert check point”. Comunque ci hanno chiesto di monitorare quella zona, e lo facciamo quasi tutta la settimana, sia all’entrata che all’uscita da scuola. In questa zona c’è l’enorme costruzione che orami è stata venduta ad una società israeliana. Quindi controlliamo anche lì. Nel 2007 l’immobile era stato occupato dai coloni, con una serie di angherie verso gli abitanti della zona. Ma nel 2008, la corte suprema aveva deciso che non era avvenuta alcuna transazione, e i coloni vengono sgomberati dall’esercito, anche se con episodi di guerriglia, e grandi casini. E’ questa casa che ora la nuova sentenza decreta regolarmente venduta, e i soldi incassati. Dei venditori, qualcuno dice scappati in Giordania, qualcuno dice arrestati dall’autorità Palestinese. Fatto sta che ci si aspetta il rientro dei coloni, con i pasticci che ne possono seguire. Ma per ora, non vediamo mai più di due soldati sul tetto, e non sempre. Da notare, casomai, l’autobotte che rifornisce di acqua l’immobile, in un quartiere che non vede acqua da settimane. Da una casa ci chiamano per un the e un frutto, in uno dei passaggi lì davanti. Raccontano appunto il problema dell’acqua, e ricordano le provocazioni dei coloni quando erano lì.
Vado anche a Sussya, da solo, l’inglesina è stanca e l’americanona non se ne parla proprio, si avvia già a Ramallah. Così, sempre a sorpresa, mi avvio. Ad Al-Kharmil non faccio incontri particolari, tranne ragazzi con cui faccio parte della strada. C’è molta preoccupazione in giro per il film contro Maometto, ci sono stati casini in vari paesi, e anche qui spesso c’è gente che mi chiede: l’hai visto? Perchè sono così contro di noi? Io, che avevo cominciato l’anno scorso facendo il Ramadan, dico che sono mezzo musulmano. E il ragazzo che cammina con me mi chiede, perché solo mezzo? Ma perché è da poco. Dopo altre chiacchiere è tutto felice di aiutarmi a ripetere con lui: Allah è l’unico Dio e Maometto è il suo profeta, frase con cui iniziano tutte le preghiere. Bene, ciao, vado per la mia strada, grazie. No mi dice lui, veramente partecipe, grazie a te che ci sostieni!
A metà strada il solito pastore che mi aspetta a braccia aperte: vieni a prendere un po’ d’acqua, grazie, la prossima volta. Poi Ahmed, il fratello più giovane, in cima alla collina, con uno dei greggi. Siediti con me: un po’ di chiacchiere, scopro che hanno piantato peschi in questo deserto, gli alberi sono protetti con copertoni, sia per mantenere l’acqua che gli versa, sia per evitare le pecore. Un pozzo è in mezzo alla piantagione, ed è a secchiate che innaffia il pescheto. “Appena arrivi alle tende, manda un ragazzo con acqua per me”. Ma i ragazzi preparano la bottiglia e poi mi prendono per mano: così riparto, con Mohamed in spalla e Izrar per mano: facciamo il giro, prima Ahmed, con le pecore del nonno, poi il secondo figlio di Yussef, con le pecore di Jamal. Tra un gioco e un abbeverata, arriva l’orario del rientro. Non ho mai presentato le figlie di Jamal: Nur, Luce. Izrar, Profumo. Salla, Dolcezza.
Jamal e Yussef stanno concludendo un altro pozzo, lì vicino, realizzato per un altro clan, come lavoro a pagamento. Lo vado a vedere la mattina dopo, attorniato da un bell’uliveto. Ma Jamal deve ancora sistemare qualcosa, e io me ne vado per le colline, devo rientrare ad Al-Khalil, lavarmi e partire per Ramallah con Ruby.
Giovedì meeting, organizzativo, anche sui Media, su ISM Italia, sulle manifestazioni. Finisce che i sei più nuovi vanno a Kufr Qaddum e i tre più esperti andiamo a Nabi Saleh: Marshall, Alex e io. Io finisco sempre la serata del giovedì con Neta e Nizar.
Venerdì non c’è fretta, tanto sappiamo che la strada viene chiusa, per impedire a internazionali e giornalisti di raggiungere il paese. Poi c’è il casino del ritorno all’ora normale, ma non si sa mai chi si adegua all’ora nuova subito e chi non si sa quando. Il service ci lascia ad una curva, il paese è sopra di noi. Saltiamo giù, con noi c’è anche un ragazzo della mezzaluna rossa. Appena fatti pochi passi per i campi, ci gridano da dietro “fermi”. Sette o otto soldati, da dove sono sbucati fuori? Dove erano nascosti? Via di corsa su per la collina, e quelli dietro, ma come in altre occasioni, sono troppo carichi per prenderci. Meglio non riderci sopra, e se chiamassero una jeep ad intercettarci più su? Via ancora, più in fretta possibile, fino a nasconderci dietro una casa e tirare il fiato.
La manifestazione poi è breve, anche se ci sono stati tre fermati, quando la manifestazione è arrivata vicino alla strada. Invece pochi lacrimogeni e più uso di pallottole di gomma-acciaio, per cacciare i ragazzi che tirano sassi. E’ morta una delle anziane e si prepara il funerale, per cui al posto delle ore di combattimento, veniamo invitati ad un pranzo offerto dai parenti. Come ai matrimoni, riso con spezie e pollo, più insalata e yogurt, per tutti quelli che si presentano. Anche qui uomini in un locale e donne in un altro. Che Nabi Saleh diversa dal solito, e dire che l’accoglienza ci aveva fatto temere il peggio. Il peggio invece lo hanno passato i nostri compagni, a Kufr Qaddum: di nuovo invasione del paese, inseguimenti fin nelle case, lacrimogeni alla Moschea, da cui la gente ha risposto con un lancio di scarpe contro i soldati. Ma dei nostri sei, quattro arrestati. Portati prima alla colonia illegale di Qedumim, poi imprigionati vicino a Tel Aviv, con l’accusa di lancio di pietre e di presenza in zona militare. Se quella del lancio di pietre è proprio ridicola, il dichiarare un paese zona militare, la dice lunga sulle pretese di democrazia di questo paese. Se è zona militare non puoi avere amici a casa, se è zona militare non puoi recarti alla moschea, e avanti così. E tutto questo perché? Per non riaprire alla gente di Kufr Qaddum la strada più corta, sulla cui riapertura si è già pronunciata favorevolmente la corte, anche se è sulla data di riapertura che non c’è certezza. Quindi anche di fronte alla loro corte, fanno diventare zona militare un paese. E procedono ad arresti: giovedì sera avevano arrestato tre giovani. Durante la manifestazione i nostri quattro e due palestinesi. Domenica pomeriggio altri quattro arresti. I nostri, processati ieri sera, sono agli arresti domiciliari a Tel Aviv, senza passaporto, e in attesa, tra una settimana, di essere ceduti al ministero dell’interno per probabile deportazione. Ripeto: che paese democratico!
Marshall tende a restare a Ramallah, ma gli diciamo dai, vieni con noi, magari porta fortuna e tra poco li liberano, sapevamo che erano ad una stazione di polizia e gli prendevano le impronte digitali. Così, speranzosi, partiamo per Al-Khalil. Avevamo promesso di partecipare sabato ad una marcia per i villaggi palestinesi che sono sotto minaccia di sgombero, nelle colline a sud di Hebron. Almeno Alex e io partiamo. Marshall conta di andare a Tel Aviv, si sa che il processo dovrebbe essere sabato sera tardi, quando la corte riapre dopo lo shabbat. Service per Yatta, poi quello per le frazioni, che accetta di portarci fino ad At-Twani per un po’ di shekel in più. Tanta gente, le donne del paese con bei vestiti, ragazzi di tutti i tipi. Un gruppo di israeliani di Taayush, i ragazzi di operazione Colomba, qualche altro internazionale. Parte la marcia, l’idea è di toccare cinque villaggi, ma poi quelli del comitato di resistenza decidono di abbreviarci un po’ le fatiche: fa proprio caldo. A occhio siamo molto più di cento persone, su e giù per le colline desertiche, sempre con un po’ troppi soldati che vanno e vengono con le loro jeep. Quando siamo vicini all’avamposto illegale di Mac Ma’on, escono un po’ di coloni incazzati, e i soldati si mettono in mezzo a tenerci separati. E’ assurdo pensare che i soldati devono intervenire nell’accompagnamento dei bambini, passando vicino ad un avamposto che è illegale anche per la legge israeliana: anziché cancellare gli abusivi, mettono i soldati che sono un costo collettivo! La colonia complessivamente è enorme, e chiude i movimenti delle piccole collettività, tutte di pastori. La marcia comunque riesce a passare vicino ai coloni, cosa di solito impossibile, e quando in distanza si vede il gruppo di Tuba che ci viene incontro ci sono grida di trionfo. Per la giornata di festa organizzata proprio a Tuba, è allestita una tenda, dove ogni tanto arrivano viveri e bevande: sono le varie famiglie di pastori che contribuiscono, senza un particolare coordinamento. Arriva un giro di the, ma subito ne arriva un altro, almeno lo avremo avuto tutti. Poi gira pane, yogurt, cetrioli e pomodori. Poi gira caffè. Poi c’è di nuovo pane. Poi gira the….. e avanti così tutto il pomeriggio. Ci sono chitarre, si canta. C’è musica palestinese e un po’ di ragazzi inscenano i loro balli. I ragazzi fanno corse con gli asini sulle colline. Poi c’è la proiezione del film “Tomorrow’s land”, realizzato dagli Op. Colomba. Ordini e contrordini su chi rimane. Intanto già nel primo pomeriggio il gruppo dei Taayush e altri avevano lasciato, facendo più o meno il percorso a ritroso, ed erano stati intercettati dai coloni, che li prendevano a sassate. Intervenuti i soldati era stato fermato un colono! Quindi alla fine restiamo a dormire lì in sei, Alex e io, tre ragazzi di Op. Colomba, e un altro italiano che vive a Gerusalemme da tre anni. Tutti gli altri partono, caricati su un carrello di trattore e su un pickup, per rientrare ad at-Twani. Quelli che restiamo veniamo divisi in due famiglie. Alex, io e il terzo veniamo accompagnati in una grotta, enorme. Fuori si era alzato vento freddo, che bel tepore qui dentro. Poi con un giro di pane, pomodori e Jameed, più il solito the, si sta proprio bene. Ma la grotta non viene usata per dormire!
La notte è sotto le stelle: ero in cima ad una collina, a Tuba, in uno dei paesini più sperduti delle colline a sud di Hebron. Il giorno era passato tra tazze di the e di caffè, ma erano i colori della sera ad attirarmi. I nostri ospiti pastori avevano già provato ad invitarci ad andare a dormire, ma avevamo detto di non avere sonno, erano si e no le nove. Così aveva girato un altro the. Al secondo tentativo di “andiamo a dormire”, accettiamo. Siamo di nuovo come era successo l’anno scorso in qualche occasione, le donne vanno sotto tetto, in tenda aperta, dopo avere preparato i pagliericci e le trapunte per gli uomini. Siamo dislocati in tre posti, io sono in quello più in cima alla colina, e per giunta dei tre quello messo verso ovest, da dove soffia un vento potente. Lo stellato era grandioso, la via lattea tangibile. Sono rimasto a guardare il cielo. L’orsa maggiore stava tramontando, alla mia sinistra. Venere era appena spuntata davanti a me. Cassiopea splendeva con un numero di stelle mai visto. Dietro la mia testa era lo scorpione che tramontava, sopra alcune luci israeliane oltre la frontiera, a sudest. Verso est proprio, si indovinano, più che vederle, delle luci dalle colline della Giordania. Provo a chiudere gli occhi, ma poco dopo sono di nuovo lì a guardare. In fondo, so che per aspettare Orione ci vorrà un po’. Ma prima sale l’aquilone, con quel suo formato piccolino nel cielo enorme, e la sua coda bella dritta. Richiudo gli occhi. Il vento soffia troppo forte e alza la mia trapunta. Cerco di infilarla sotto la stuoia. Qualche metro più su c’è anche la girandola di un generatore eolico, piccolo, antico, fischia come un disperato con il vento che c’è. Mi accorgo che con questo vento non c’è ancora rugiada, comunque mi tiro su il cappuccio della felpa e lo stringo. Così va avanti la notte, ma non ho sonno, il cielo è troppo bello. Ogni volta che guardo Cassiopea ha girato un po’. Ecco finalmente c’è Orione, ma prima un’altra luce troppo forte. Deve essere Giove. Anche la via lattea non è più parallela a dove sono steso, sta girando anche lei. E quante altre stelle che non conosco, quante formazioni dai contorni bellissimi. Mi immagino gli antichi che davano il nome alle costellazioni, vedendo disegni formati nel cielo. Ora Orione è molto più alto, il vento è calato, la pala eolica bisbiglia solo. In cambio aumenta la rugiada, tutto si sta bagnando. A un certo punto c’è uno scoppio di luce a est, aumenta velocemente. Se è vero che è cambiata l’ora, sono le 5 meno venti. Scompaiono tutte le stelle, rimangono i pianeti: ce n’è un terzo che prima non avevo notato, è Saturno. Non avevo notato quanto brillano più delle stelle, sono vicinissimi e per ora riflettono in modo incredibile il sole che non è ancora sorto. Finalmente qualche movimento, si alzano in volo i colombi (c’è un piccolo allevamento), raglia un asino, abbaia un cane, belano varie pecore, si alzano le donne, la mamma passa con i pani da infornare. Si alza papà, va a prendere granaglie per le pecore, quassù c’è così poco in giro che non le porta nemmeno fuori, ma prima pulisce le mangiatoie, le galline hanno cercato avanzi e hanno lasciato escrementi! Intorno a dove era appoggiata la mia testa il cuscino è tutto bagnato, così pure la trapunta e le scarpe.
I bambini sono pronti, con la cartella in spalla. Dovremmo accompagnarli fino a dove li scorteranno i soldati. Contrordine, la partenza è tra un’ora, venite a prendere il the. Il pane è caldo, c’è un po’ di olio e dei pezzi di jameed, che qui chiamano lebanon, come quello fresco (si tratta sempre di derivati dallo yogurt). Ma intanto i bambini sono partiti, gli altri tre ragazzi gli corrono dietro, e li trattengono fino all’arrivo della jeep. Li chiamiamo: “e noi, che dobbiamo tornare a Hebron?” “Stiamo tornando”. Poco dopo arrivano, anche loro rientrano ad At-Twani, e così ci guidano per la via che usano sia loro sia gli abitanti di Tuba quando vanno con l’asino in “paese”. Si scende a precipizio in un fondo valle, poi lo si segue, inizialmente in discesa, poi, dopo una confluenza (di uadi secchi, l’acqua non ci corre quasi mai), in salita. Ma questa colonia di Ma’on è enorme, ha ramificazioni dappertutto, infatti anche così passiamo sotto delle strutture, o serre o allevamenti, dove sentiamo gente al lavoro. Poi c’è anche da incrociare la strada israeliana, quindi facciamo tutto molto in fretta. Per fortuna è ancora presto e non si muore di caldo. Dopo la strada, ci separiamo: loro la costeggiano, tenendosi abbastanza nascosti, io e Alex tagliamo per le campagne, intenzionati a raggiungere Al-Kharmil, che è dove prendo il service anche quando rientro da Sussya. Ad un certo punto, passiamo di fianco ad un gregge, con tanto di riparo, e anche coltivazioni più verdi che sulle montagne che abbiamo lasciato. Sembra che al primo saluto non siano molto caldi. Forse hanno paura che siamo coloni. Ma al secondo saluto fatto in arabo, per giunta chiedendo notizie sulla strada da percorrere, si muovono e dicono, venite a prendere un po’ di acqua, tra dieci minuti devo andare a Yatta e vi do un passaggio. Sono padre e figlio, intanto venite, e ci portano, su una stuoia all’ombra, come tutti i pastori. Siamo trafelati, sudatissimi, che meraviglia questa ombra fresca. Passano i minuti, ecco, ci diciamo, i soliti dieci minuti arabi. Ma, mentre le pecore vengono spostate in un’altra zona, arrivano due figli e la madre: The, pane, olio, zaatar, uovo fritto, formaggio! E’ proprio vero che siamo in Palestina! Di colpo è ora di andare, due ragazzi, con la solita macchina senza targa, ci accompagnano fino al Service per Hebron.
Hebron – Al Khalil 23 settembre 2012-09-23
Di nuovo: www.italy-palsolidarity.org
https://picasaweb.google.com/112424888208586679688/1724Settembre

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