Le testimonianze di Claudio Abu Sara – Hebron – Al Khalil

Fermatevi a dormire qui

Domenica sera facciamo la prima corsa ad al Boweiri: “tutte le sere ci attaccano i coloni”, dall’avamposto illegale attaccato alla colonia Erfina. Verso le dieci una macchina viene a prendere me e Nick, il mio attuale compagno inglese, giunto da Nottingham in bicicletta, e ci porta alla sbarra che chiude l’accesso alla zona agricola di Al Boweiri. Ci avviamo a piedi e, poco dopo, un Salam Aleikum ci interrompe: ci sono tre persone di vedetta su una sporgenza del terreno. Ci dicono che stasera è tutto tranquillo. Ad ogni modo percorriamo la strada fino in fondo, là dei ragazzi ci fanno vedere il sentiero da dove sbucano i coloni: dicono che sono venuti, ma i soldati li hanno riportati indietro. “Va bene, allora per oggi andiamo, torneremo domani”, alla sbarra avevamo Sami (il contatto palestinese) ad aspettarci. Quando l’indomani torniamo, è molto più presto, appena buio. Quando arriviamo in fondo, un ragazzo ci invita a scendere un poco più sotto, da un sentiero ripidissimo e poi una scala. All’inizio non capiamo, poi troviamo varie persone al lavoro: stanno pigiando uva e mettendo subito il mosto a cuocere in un pentolone, produzione artigianale di mosto cotto. “Potete fermarvi a dormire qui?” Perché no, non abbiamo nessuno che ci aspetti, ed è evidente che la venuta dei coloni potrebbe rovinare in un colpo molto lavoro e un discreto valore. “Ora portiamo un divano”. Dopo il divano arriva una gelatina di uva, sembrava un “biancomangiare”, ma a base di uva, molto buona e nutriente. Dopo la gelatina arriva anche una coperta. Dopo la coperta arriva il the, poi un vassoio con olio e zaatar, lebanon, crema di melanzane, marmellata di fichi e, leccornia, mosto cotto mescolato con tahin! Intanto si era messo a piovere, leggero ma continuo, e proprio, freddo non se ne vedeva. Continuavamo a guardarci in giro per vedere di sistemarci, quando decidono che sicuramente i coloni sono meteo sensibili e che non ci sono rischi per la serata. Così un ragazzo, dopo che ogni tanto c’erano state delle telefonate, ci accompagna in una casa lì vicino. Molto in contrasto con la tettoia malridotta sotto cui si pigiava uva e cuoceva mosto, qui siamo in una casa enorme, con grandi ambienti: ci accompagna nella parte superiore, con una sola stanza usata, in cui ci sono quattro fratelli, con un computer aperto su FaceBook e una televisione. Di tre materassini in terra ce ne affidano due, e non ho capito dove siano andati gli altri fratelli. Nella stanza fa caldo e c’è rumore, un po’ rimpiangiamo di avere lasciato la tranquilla tettoia. C’è anche un ventilatore, mezzo smontato, ma anche a provare ad avviarlo a mano, non va. Un bel po’ di chiacchiere, contro i coloni, soprattutto, ma anche sull’agricoltura, come è possibile viverne. Passa una nonna, si siede per un po’ un papà. Finalmente alcuni si ritirano e vengono spenti i rumori. A un certo punto della notte mi sveglio e comincio a chiedermi perché fa freddo, poi perché mi si scoprono i piedi, poi perché tutto questo vento…. Beh, era partito il ventilatore! Direi che le sorprese con il freddo notturno siano proprio tipiche palestinesi.

Abbiamo fatto un’altra serata a Boweiri: stanno ancora lavorando a cuocere mosto, ma ormai parecchi bidoni di cotto sono pronti. Di nuovo un po’ di chiacchiere, ma anche questa volta non si vedono i coloni: certo, arrivando li avevamo visti in cima alla collina. Basta la nostra presenza a tenerli lontani? Chissà.

Anche questa settimana è occupata da festività giudaiche: il sukkot. Di nuovo la moschea chiusa agli arabi e il check point di accesso all’area pure lui. Pellegrini a migliaia. Ogni tanto chiudono un’area, per esempio la base della collina di Tel Rumeida, dove stiamo noi, riempiono di soldati tutto intorno, e portano alcuni autobus di pellegrini: obiettivo un qualche posto “sacro”. Così un altro giorno dentro la città vecchia, con decine di soldati in perlustrazione e di nuovo un gruppo di pellegrini in visita. Comunque non sembra succedere niente, solo il solito intralcio alle attività economiche, ai percorsi per andare a scuola. C’è un ragazzo francese che lavora con una NGO, su un progetto Sumud, che si impegna a portarci da alcune delle famiglie che dovevamo cercare. Una abita sotto le recinzioni di Qiriat Arba, di fianco alla stradella pedonale che dalla colonia porta alla Moschea di Abramo. Quindi spesso i bambini vengono attaccati. Ci impegniamo a venire ad accompagnarli a scuola, piuttosto che stare al check point Muntanabbi dove ci avevano chiesto di andare, e dove davvero i soldati non si sognano mai di nuocere ai ragazzi. La casa dove ci rechiamo è proprio di fronte all’edificio con la vendita contestata, ma sull’altro lato della valle, ai piedi di Qiriat Arba. Nei giorni di festa c’è un gran via vai di sionisti lungo la stradella. Scopriamo che la strada principale ha avuto fatta la sua dose di apartheid: una serie di transenne chiude uno stretto corridoio laterale, dove devono passare gli arabi, “inferiori”. La strada è per il via vai di pellegrini. Ma oggi la festa è finita, e oltre alla monnezza lasciata dai pellegrini, anche le transenne sono ancora lì. Due ragazzi giustamente incazzati cominciano a buttarle giù. Un soldato da una postazione su un tetto grida: fermo. Ma quelli si allontanano: è arrivata una jeep con soldati incazzati e come sempre armati di tutto punto, per cercare i due fuggiaschi: anche qui, ci sarà stata anche la nostra presenza, comunque la loro caccia è stata infruttuosa. Alla scuola ci chiedono di restare li un poco, chissà che i soldati non vengano li a cercare i due ragazzi, nel qual caso dovremmo bloccare i soldati fuori della scuola.

L’altra famiglia da cui andiamo è in una situazione ancora peggio: stanno in mezzo all’area percorsa avanti e indietro dagli israeliani, vicino a una delle scuole palestinesi di quell’area, vicino al check point dove frugano le cartelle. Sono tra i pochi rimasti vicino a Shuada Street, e sono ridotti in un piano della casa: i piani superiori erano stati occupati da sionisti, che hanno lasciato bandiere, ma sono stati sgomberati. Anche qui ora situazione di stallo, i piani superiori sono chiusi, ma la solita donna scatenata viene a sedersi su uno scalino della casa per leggere la sua Torah, annunciando che presto verrà a stare lì. La polizia interviene, ci manda via e manda via anche la donna. Il mio amico francese si fa accompagnare da una ragazza palestinese che fa da interprete, noi ci arrangiamo da soli. Promettiamo di tornare ogni tanto. Intanto siamo anche ritornati da una famiglia che abita vicino alla costruzione contesa, dove ci avevano chiamato per un caffè. Di nuovo: “venite, venite”. La mamma è una specie di “curandera” locale. Dieci figli e tanti nipoti, nessuno con attività precise. “A noi neanche l’acqua arriva”, e ci fa vedere una specie di riconoscimento del’OLP, di cui va fiera, causa, secondo lei, dell’abbandono da parte delle autorità. Lei e prima di lei sua madre, hanno sempre curato la gente: bevande per facilitare gravidanze, sia per problemi dell’uomo che della donna, benedizioni di accompagnamento: si lancia in un’invocazione sulle mie ginocchia instabili, che dovrebbe servirmi, “ma devi stare di più seduto”. Questo non ci vuole un genio per capirlo, ma tanto non lo faccio di certo. Vuole che gli troviamo soldi per fare un recinto, gli alberi che aveva intorno a casa sono stati rotti dai coloni. Se non recinta non può più fare niente.

In un altro dei giri per Hebron, ci siamo fermati alla “tenda beduina”. In uno slargo nella città vecchia, di fianco alla loro casa che gli israeliani hanno demolito, si è insediata in questa tenda una famiglia di origini beduine. Hanno poi avuto assegnata una casa di fianco alla tenda, ma sono rimasti con la tenda, dove preparano the o caffè, ma anche pasti. Noi, io, un ragazzo francese, una spagnola e un’argentina, ci fermiamo per un the. Due figli della famiglia lavorano con il francese in un progetto culturale. Fatto sta che papà decide di invitarci per il giorno dopo per una maklube (pollo e riso). Quando all’indomani ci presentiamo all’orario convenuto, il nostro dorme bellamente. Viene qualche dubbio sull’affidabilità, ma tanto anche le spagnole, che dovevano arrivare da Betlemme, non sono ancora arrivate. Però il francese aveva agganciato tre ragazze giornaliste, e le aveva invitate. Insomma, prima che ci siamo tutti, la maklube è pronta per tutti: ma poi ci separa, i cinque che aveva invitato lui (a quelli della sera prima, si era aggiunto, ma lo sapeva, Nick), in casa, le tre nuove, nella tenda. Perché? Da noi non vuole soldi, si accontenta di fare pagare le tre francesi!

Ho visto moltiplicarsi i cosiddetti luoghi sacri: è così che conquistano territori. Basta dichiarare una zona “di interesse archeologico” ed e’ fatta. Dichiarare che una pietra ha 3000 anni non è certo difficile, tutte le pietre hanno milioni di anni, ma dire che ci ha appoggiato le chiappe Abramo o un profeta, è una affermazione molto labile. Ma queste diventano le verità su cui basano il sionismo. Tutto quello che è legato alla storia, per esempio le case di Hebron che hanno parecchie centinaia di anni, non sono “beni culturali” perchè non c’entrano con il sionismo, si possono distruggere, come hanno fatto e come faranno ancora. Cancellare la storia degli altri per dire che esistono solo loro, questo è alla base del loro razzismo. Un pietrone alla base della collina di Tel Rumeida a Hebron, un altro sulle colline di Sussya, ed ecco delle zone da chiudere ogni tanto per farci dei pellegrinaggi. A Sussya hanno recintato un pezzo e ne fanno una sinagoga sulle colline, poi per sicurezza chiudono con massi le strade percorse dai palestinesi, tanto quelli non contano niente. Solo loro, discendenti degli “eletti” devono spadroneggiare, attraverso una forma di razzismo nuovo, non a base etnica, che sarebbe impossibile vista la mescolanza etnica rappresentata dai sionisti, ma a base religiosa.

Un’altra cosa su cui mi interrogo sono gli attacchi che i coloni fanno di sabato: ma non avevano il divieto di anche solo camminare? evidentemente c’e’ una deroga, che se si attacca il “nemico” anche il sabato è benedetto. Così ci spiegava un soldato simpatico: ” lo sapete, no, i nostri nemici, i Filistei, il popolo che occupava questa terra, tutti i loro discendenti vogliono ucciderci, per questo dobbiamo difenderci, anche se qualche volta sembriamo paranoici”.

A Sussya, oltre che durante il sukkot, quando abbiamo trovato la strada israeliana intasata da macchine e autobus legati al pellegrinaggio a quella assurda sinagoga, siamo tornati venerdì sera. Jamal sabato scorso aveva avuto la terra invasa da pastori israeliani. E’ dall’anno scorso che avevo visto un gregge guidato da coloni, ma si tenevano alla larga. Ora questo scende sulle terre dei miei amici e, con anche un bel po’ di capre, le manda in mezzo agli ulivi a fare danni. Jamal si guarda bene dal reagire violentemente, sa che sarebbe pronto per la prigione. Ma chiama polizia e esercito nella forma di qualche ufficiale al di sopra del solito soldatino che lo controlla e che non fa niente contro il pastore-colono. Insomma c’è stato un casino. Così Jamal ci ha chiesto di ritornare venerdì sera per vedere cosa sarebbe successo il sabato. Ma il mercoledì le mamme sono convocate alla scuola di Sussya, se ho capito bene per la programmazione. Decidiamo così di accompagnarle, è da un po’ che volevo vedere la scuola. Nick (ora gli hanno detto che Nick è troppo simile a una parolaccia in arabo, e hanno proposto di chiamarlo “Nasim”, rugiada) e io, prima passiamo nell’accampamento di fianco, dove c’è una jeep di soldati, ma nessun problema, e intanto aspettiamo che le mamme si preparino: finalmente le vediamo, belle agghindate per presentarsi a scuola. Le raggiungiamo, e Sanah (la moglie di Jamal) mi fa cenno di mettermi in spalla il piccolo Mohammed. Così ecco la comitiva pronta. A scuola c’è anche una visita di una delegazione dell’Unicef, che distribuisce quaderni e matite, prende nota dei problemi e se ne va. Noi facciamo una comparsa nelle classi, i maestri chiedono di vederci di più, anche la scuola è a rischio demolizione, insieme ai villaggi del circondario.

Quando venerdì ritorno, con Maia, già di sera troviamo varie jeep di soldati al posto del solo soldato alla torretta, e con i lampeggianti accesi. Poi c’è una notte di quelle meravigliose. La luna si alza tardi, e così prima c’è uno spettacolo, come la notte che avevo fatto a Tuba, ma stanotte dormo nella tenda, con solo un lembo della tenda alzato, uno spicchio di cielo stellato e un bel vento freddo. Alle cinque e venti ci alziamo, e via con le pecore. Anche oggi pare che il soldato sia addormentato, non dice niente quando ci nascondiamo alla sua vista, un po’ più in alto del limite che ci impone, ma dove con la rugiada c’è un bel po’ da mangiare. Quando ci spostiamo un po’ vediamo arrivare altri mezzi militari: hanno in mano fogli con cartine, hanno binocoli, cominciano a scrutarci. Dopo un po’ in tre scendono verso di noi e chiamano Jamal, ma arriviamo anche io e Maia, ragazza italiana che da venerdì mi accompagna. “E’ vietato agli stranieri, andate via di qui o entro cinque minuti vi arrestiamo”. “Ma di chi è questa terra?” chiedo, rivolto a quello che parlava di più inglese (l’altro che parlava in arabo non mi aveva voluto rispondere). “E’ terra palestinese” e prende una gomitata dal soldato che gli è di fianco (come dire: ma cosa dici!). “E allora perché non possiamo starci noi e il nostro amico?” “Perché io ho detto di no!” Mi sono messo a ridere, ma Jamal, all’idea di vedermi arrestato, è subito partito: “andiamo, andiamo”. Dopotutto le pecore avevano mangiato per un’ora e mezza, siamo saliti all’abbeverata, e poi di nuovo a giocare con i bambini, è sabato, non sono a scuola. Penso a quei soldati, che magari avevano la buona intenzione di essere lì a controllare che non venisse il pastore-colono a fare danni, ma che non sono capaci di comunicare, come mi pare che si farebbe tra esseri umani: sanno solo minacciare, e non riesci mai a vederli come in grado di svolgere un lavoro di sorveglianza, quanto solo a mostrare continuamente la cattiveria dell’occupazione e, come sempre, del razzismo che ci sta sotto.

Video su youtube: http://www.youtube.com/my_videos_edit?video_id=BQaX5QuJ4JQ

Venendo avevamo trovato il solito anziano con le pecore, ma stavolta era a sonnecchiare nella tenda: di venerdì aveva un nipote che lo sostituiva con le pecore! E così, finalmente ci siamo fermati con lui per il the. E al ritorno di nuovo, anche le sue pecore erano rientrate all’ombra, e lui, con anche il nipote, ci aspettava per un altro the. Questa volta siamo scesi nella grotta al fresco: proprio un bel posto, poche parole, un bel the, qualche domanda anche al nipote.

Dovendo rientrare a Hebron presto venerdì, per ripartire per Yatta e Sussya, avevamo optato per la manifestazione di Al Masara, un posto vicino a Betlemme, dove il muro è ancora in costruzione. Ero con Maia e un’altra inglese, che voleva ripassare da Hebron prima di ripartire per Londra. Paese con un gruppo di italiani fisso, legati ad Assopace, anche per la raccolta delle olive. Manifestazione con niente di particolare, poca partecipazione locale. Rivendicazione del diritto ad andare sui propri terreni, che il percorso del muro taglierà fuori. Cordone di soldati che ferma la manifestazione: interessante il tentativo di discutere con i soldati, chissà che qualche parola non li raggiunga, fra le tante dette. La più bella è una donna con in mano una foto incorniciata del marito in prigione: energica anche nello scandire slogan.

Hebron- Al Khalil 7 ottobre 2012

Claudio Abu Sara
Link alle foto: https://picasaweb.google.com/112424888208586679688/16Ottobre
Altre notizie: www.italy.palsolidarity.org

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