Le testimonianze di Claudio Abu Sara – Ramallah 23/08/2012

Sono tornato in Palestina.
E’ stato un lungo viaggio ed è stato snervante e frustrante, dopo tre voli, restare bloccato per tre ore all’aeroporto Ben Gurion. Eravamo una ventina di persone, invitate a fermarsi in una saletta, dopo che, al controllo passaporti, ci avevano fermato, dicendoci di aspettare un “collega” che ci avrebbe prelevati. Dalla saletta, man mano, ci chiamavano e ci interrogava…
no, poi ci rimandavano nella saletta dicendo “ancora qualche minuto”. L’interrogatorio è il solito: cosa conti di fare, chi conosci in Israele, dove pensi di andare. Io ho ricominciato la storia dell’anno scorso, con la crisi personale, faticosamente superata, ma bisognosa di un altro periodo di riflessione. Quindi un viaggio “spirituale”? Più o meno…. Ma lì mi rendevo conto dell’assurdità della mia affermazione: come puoi dire che vuoi risolvere problemi esistenziali vivendo nei luoghi “santi”, ma in mezzo a Israeliani frenetici, arrabbiati, scontenti della loro situazione, i quali hanno visibilmente travisato gli stessi pensieri religiosi da cui avrebbero dovuto partire. Penso all’aria insoddisfatta di un ragazzo, studente di teologia rabbinica, che era di fianco a me in aereo. Francese, ma con codini e ammennicoli da rabbi, leggiucchiava un libretto in ebraico e agitava la testa sconsolato: “ma cos’hai, sei così arrabbiato con la vita?”, gli ho chiesto. E’ incerto se chiedere di restare in Israele o restare in Francia. Trova cose contraddittorie in ambedue i posti. C’è infatti una corrente di pensiero ebreo che afferma che il giudaismo è il contrario del Sionismo. Potessero espandersi, non sarebbe male, non ci sarebbero tutti i problemi che ci sono! Ma torniamo all’interrogatorio: “hai un altro passaporto?”, come sarebbe possibile, mi chiedo io. “Non hai precedenti penali?” no, “nemmeno multe per eccesso di velocità?” quelle sì. Insomma a un certo punto ero rimasto per ultimo. Avevo pensato di andare a dirgli: “avete trovato che sono di Al Qaeda?”. Finalmente mi chiamano, con un foglio davanti, ho un momento di tensione. “Ecco, vede, legga, se non capisce l’aiutiamo”, scritto in ebraico e in inglese, è una dichiarazione di impegno a non andare in zone sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. Pena, se mi ci troveranno, di potermi espellere fino a un periodo di dieci anni. “Vede è per reciproca sicurezza, così non può succederle niente”.”Ma è ridicolo -dico- se sono a Gerusalemme e nella mia crisi spirituale voglio andare a Betlemme?” Rimangono interdetti, richiamano il capo e mi danno un numero di telefono di un ufficio di sicurezza a cui chiedere l’autorizzazione a recarmi a Betlemme. Dimenticavo, se non firmo non entro in Israele e anzi dicono che se voglio invece andare in West Bank, non ho che da girare dalla Giordania. Comunque firmo. Dopotutto, penso, se mi arresteranno dirò che è una prova che lì non c’era controllo dell’Autorità Palestinese, ma controllo loro! Certo è veramente paranoico un paese che sa di essere così in colpa da voler nascondere quello che fanno per davvero, anche solo da avere paura che abbiamo amici dalla parte sbagliata.
Ad ogni modo, eccomi oltre i controlli: ufficio informazioni: dove trovo una valigia arrivata tre ore fa? Su questo però sono efficaci, sarà un problema continuo, infatti intorno a tutti gli anelli di ritiro bagagli ce ne sono di abbandonati! Sono le tre di notte, stanno per arrivare un altro bel po’ di voli, fatto sta che fuori ci sono i shuttle per Gerusalemme, che aspettano di riempire e partire, a tariffa fissa. Alle quattro eccomi alla porta di Damasco, dove c’è un ostello che ha un vecchietto che sonnecchia sempre sulle scale, e anche a quell’ora mi accompagna in una stanza per qualche ora di sonno.
Prendo l’autobus per Ramallah, eccomi di nuovo nel simpatico ve e vieni! E’ ancora festa, è il terzo giorno dell’aid (la festa dopo la fine del Ramadan), il giorno dedicato ai viaggi e ai parenti lontani. Siccome è festa, trovo un po’ di difficoltà, prima a trovare un cambiavaluta, poi a trovare una scheda telefonica locale. Nessun problema invece per trovare gli autobus!
Ho promesso, prima di raggiungere l’ISM, di andare a cercare Fateh, il mio amico che ha il ristorante palestinese a Palermo. E’ di un paesino vicino a Tulkarem. Ci siamo accordati di scambiarci i numeri di telefono locali via internet. Ma lui avrà accesso a internet di giorno? Io sì, passando dalla nostra casa a Ramallah, da cui mando il mio nuovo telefono. Decido quindi di partire per Tulkarem, se non avrò notizie da Fateh, cercherò il nostro contatto ISM di Tulkarem. E così faccio, appena arrivato a Tulkarem. Ho viaggiato a lungo per valli coltivate, in parte un percorso già fatto, in parte completamente nuovo. La novità è la discesa verso il mare. Tulkarem è all’inizio di quello che era la piana di Palestina e che ora è Israele. Il mare è solo a 15 km. Fa molto caldo e c’è molta umidità. Mi ricorda Tel Aviv l’anno scorso. Abed mi fa prendere un taxi per portarlo da lui, ci vogliono cinque minuti. Ma il mio tassista deve comprare i dolci per se e per un amico, stanno dieci minuti nella pasticceria, Abed si preoccupa che non arrivo, intanto mi portano anche un po’ di dolci sul taxi: “Kol (mangia), sono per te”. Finalmente arriviamo da Abed, su una collina fuori Tulkarem, è felicissimo di vedermi, sapeva che dovevo venire, ma non mi aspettava a casa sua. E’ l’ora più calda, accendiamo un ventilatore, mi fa mangiare qualcosa, ci raccontiamo un sacco di cose. Ma Fateh non chiama: “lo cerchiamo noi, gli Ashqar, se non sono di Tulkarem, sono tutti di Saida (un paese poco lontano)” . E’ bastata una telefonata ad un amico, per rintracciarne un altro che è nipote di un fratello di Fateh. In pochi minuti arriva il numero del telefono che ha Fateh! Com’è piccolo il mondo. Lo chiamiamo, è andato a trovare una nipote vicino a Jenin. Restiamo d’accordo di trovarci per le otto a Saida.
Pomeriggio con Abed. Per il caffè (e i dolci, e il succo di frutta…..) vengono due volontari di EAPPI. Si tratta di un gruppo legato alle chiese protestanti del nord Europa, che hanno una presenza di osservatori. Per esempio ad Hebron è con loro che ci dividiamo le sorveglianze delle scuole, ma di solito non si sbilanciano troppo. Questa volta però c’è stato il casino del venerdì scorso a Kufr Qaddum (vedi l’articolo sul sito italy.palsolidarity.org). Oltre ai pestaggi dei giornalisti sono stati arrestati per qualche ora gli EAPPI! Si dice che non sono scappati in fretta come gli ISM. Fatto sta che ora non vogliono più andarci, di solito si mettevano in una casa con una famiglia, all’inizio del paese, dal lato dell’attacco. Ma ora chiedono non dite che c’eravamo, andate voi da quella famiglia: se si sa che sono proprio contro Israele, non avranno più soldi pubblici! Meno male che almeno noi rispondiamo solo alla nostra coscienza.
Passeggiata nel giardino di Abed: con tutti gli anni che ha fatto in galera, gli ulivi ha continuato a curarli il vecchio padre. Ci vuole veramente una mano a sistemarli (lo faremo insieme), ma intanto benedetti alberi che caricano sempre, anche potandoli così poco e male. Certo le olive sono molto piccole e asciutte, ma gli alberi non sembrano sofferenti. Finalmente mi accompagnano alla stazione dei bus: c’è un service che parte per Saida. Ed eccomi a Saida, la prima altura (450 mt) sopra la pianura. C’è un po’ più fresco. Vengo lasciato in uno slargo: su sedie in cerchio, fratelli e nipoti di Fateh, lui è ancora a Jenin. In fondo alla strada la musica di un matrimonio. Il fratello maggiore di Fateh è stato a lungo Mayor di Saida. E’ ancora un’autorità a cui spesso il paese si riferisce. Saprò dopo che lo spiazzo in cui siamo era occupato da una casa della famiglia, a cui anche Fateh aveva lavorato quando tornava da scuola. E’ stata distrutta dagli israeliani, facendola saltare, durante l’Intifada, come rappresaglia: un figlio è in galera con vari ergastoli come ideatore di un attentato. Ma mentre aspettiamo Fateh, gira thè e poi caffè e poi biscotti fatti in casa. Tutte le mie risorse in arabo per spiegare cosa faccio….. Finalmente arriva Fateh e ci andiamo a unire al matrimonio.
E’ la serata maschile: musica su un palco, su una poltrona c’è lo sposo. Un serpentone di ballerini attraversa la piazza a ritmi palestinesi. Tutti uomini, a centinaia: ragazzi in maglietta ma anche tanti in giacca e cravatta, sudati da fare paura. A un certo punto si portano su una pedana di legno: lì si selezionano i migliori, per dei balli più impegnativi, con salti e battute di piedi. Un gruppetto di donne è su una balconata e guarda giù. Pare che la sera prima ci sia stato il ballo delle donne! Tutto il paese è invitato, anche invitato a salire in una specie di centro che si affitta, a mangiare. Ma senza sedersi, ogni volta che un gruppo sale, dalla cucina escono piatti di “makluba”, riso, salse, yogurt e carne di montone. Ci sono dei tavolini stretti su cui appoggiarsi, si mangia, si guarda la piazza dall’alto e si torna giù. Ci sono anche posti a sedere, un uomo passa continuamente ad offrire caffè. Fateh osserva che qualche anno fa tutti sarebbero stati con copricapo bianco e djellaba bianca; oggi saranno quattro o cinque.
Finalmente andiamo a dormire, da un nipote. Qui tutti hanno case spaziose, dove prima c’erano coltivazioni, anche Fateh mi mostra il suo terreno, dove, chissà quando, anche lui vorrebbe farsi la casa. La colazione con un enorme “tabun”, il pane più largo di una pizza famigliare, condito con zaatar e olio. Comunque sembra che siamo in una zona tranquilla, dopo l’Intifada, in cui Saida ha avuto ben 28 morti ammazzati (secondi solo a Jenin), ora non hanno insediamenti vicini, e infatti si vedono anche gli uliveti più curati, così come la pianura con ortaggi e serre. Scendiamo a Tulkarem, con anche il fratello maggiore: Fateh ha bisogno di prelevare e non ha trovato bancomat funzionanti. Come me l’anno scorso, eccoci all’umiliante pellegrinaggio per banche. Quando non se ne può più, per caso, un bancomat senza banca attaccata, gli dà soldi, anche se in dinari giordani! Un giro al mercato, e poi un caffè in un locale, dove ci raggiunge anche Abed, attrezzato con un portatile per mostrare le attività di ISM.
Quando rientriamo a Saida, il nipote ha preparato piccioni ripieni! Beninteso la moglie mangia a parte, ma noi tre ci spolpiamo questo tenerissimo piccione, ripieno di riso pinoli e mandorle varie, contornato da insalata e yogurt. Dopo la siesta (ci vuole proprio), mi chiamano un service, che mi riporta a Tulkarem, e da lì un altro, che si arrampica a Nablus. Torno alla nostra casa con terrazza, ma la trovo occupata da una famiglia! Si sono dimenticati di dirmi che abbiamo cambiato appartamento! Ricomincia le telefonate, da Abed mi faccio dare il nostro contatto di Nablus, che mi ricorda bene. Così mi avvio verso il centro, e dopo un pò di peripezie, sento chiamare: “Abu!”. E’ Wael, che mi accompagna all’appartamento, molto più grande, qui si potrà stare in tanti quando sarà ora delle olive. Trovo solo un ragazzo svedese, altri tre rientrano dopo dalla valle del giordano, stanchi e lerci. C’è una ragazza spagnola che era qui anche l’anno scorso e mi festeggia. C’è Alex, di cui abbiamo messo uno scritto sul sito. Ancora più tardi, rientrano anche dei francesi. Quanto a me, sto facendo il giro da nord a riprendere i contatti e rivedere quelli che posso, ma l’orientamento è fermarmi a Hebron, dove manca una presenza stabile.
Stamattina sono andato a Burin, uno dei paesi dove avevo raccolto olive. Lì ho cercato Gassan, il ragazzo che tiene in mano il centro giovanile. In piazza un anziano per cui ho raccolto olive mi riconosce, mi chiama: fa panini con i felafel, e subito me ne fa fare uno, che non vuole pagato! Gassan mi mostra il centro nuovo che stanno costruendo, in una bellissima costruzione antica, ma sono fermi perché sono finiti i soldi.
Racconta che ieri sera sono venuti ad arrestare un ragazzo. Si sa che è l’inizio di una catena: domani ne arresteranno un altro, dicendo che il primo ha fatto dei nomi, e avanti così. Vorrebbe che una ragazza vada a parlare con i soldati, vediamo se più tardi Alba verrà a fare il tentativo. Racconta anche di essere stato chiamato dai soldati e minacciato: “non vogliamo vedere internazionali in mezzo ai piedi quando si raccolgono le olive”. Lui ha risposto che è il suo paese e non quello dei soldati, che qui è benvenuto chi va a loro e non sono certo benvenuti i soldati. “Allora ci rivedremo in prigione”, gli ricordano, ma non sarebbe la prima volta. Io invece riparto in autostop per scendere a Ramallah, dove conto di ritrovare Neta e Nizar per mettere insieme un bel po’ di cose: ISM, i volontari, le difficoltà sia a Gaza che qui, i dubbi sui nuovi gruppi che si teme possano dividere di più. Con Nizar agricoltura e cucina, con le bambine che mi aspettavano in strada baci e abbracci.
Ramallah 23.08.2012

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