LE VERE RAGIONI PER CUI TRUMP LASCIA L’UNESCO

di Jonathan Cook

16 ottobre 2017

A prima vista, la decisione presa la settimana scorsa dall’amministrazione Trump, seguita immediatamente da Israele, di lasciare l’agenzia culturale delle Nazioni Unite, sembra strana. Perché penalizzare un organismo che promuove l’acqua pulita, l’alfabetismo, la conservazione dell’eredità culturale e i diritti delle donne?

L’affermazione di Washington che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (Unesco) è prevenuta contro Israele, oscura i veri reati che l’organizzazione ha commesso agli occhi degli Stati Uniti.

Il primo è che nel 2011 l’Unesco è diventata la prima agenzia dell’ONU che ha accettato la Palestina come membro. Questo ha messo i Palestinesi sulla strada di promuovere il loro status all’Assemblea Generale un anno più tardi.

Andrebbe ricordato che nel 1993, quando Israele e i Palestinesi firmarono gli accordi di Oslo sul prato della Casa Bianca, il mondo che osservava, supponeva che lo scopo fosse di creare uno stato palestinese.

Sembra però, che la maggior parte dei politici americani non ricevesse mai quel promemoria. Sotto la pressione dei potenti lobbisti di Israele, il Congresso degli Stati Uniti approvò frettolosamente la legge per anticipare il processo di pace. Una legge del genere costringe gli Stati Uniti a cancellare i finanziamenti per qualsiasi organismo dell’ONU che ammette la Palestina.

Sei anni dopo, gli Stati Uniti sono in arretrato di 550 milioni e senza diritti di voto all’Unesco. La loro  uscita è poco più di una formalità.

Il secondo reato dell’agenzia si riferisce al suo ruolo nella scelta dei siti  patrimonio dell’umanità nel mondo. Quel potere si è dimostrato più che irritante per Israele e per gli Stati Uniti.

I territori occupati, presumibilmente il centro di un futuro stato palestinese, sono pieni di questi siti. Le reliquie ellenistiche, romane, ebraiche cristiane e musulmane, promettono non soltanto la ricompensa del turismo, ma anche l’occasione di controllare la narrazione storica.

Gli archeologi israeliani, di fatto l’ala scientifica dell’occupazione, si interessano principalmente di scavare, preservare ed evidenziare gli strati ebraici del passato della Terra Santa.

L’Unesco, invece, valuta tutta l’eredità culturale della regione, e mira  a proteggere i diritti dei Palestinesi viventi, non soltanto le rovine di civiltà morte da tempo.

In nessun posto la differenza tra le agende si è dimostrata più severa  che a Hebron occupata, dove diecine di migliaia di Palestinesi vivono sotto lo stivale di poche centinaia di coloni ebrei che li sorvegliano. In luglio, l’Unesco ha fatto infuriare Israele e gli Stati Uniti per aver messo Hebron nella lista di una manciata di siti patrimonio dell’umanità “a rischio”. Israele ha definito la risoluzione “storia falsa”.

Il terzo reato è la priorità che l’Unesco dà ai nomi palestinesi dei siti patrimonio dell’umanità che sono sotto occupazione aggressiva.

Molto dipende dal modo in cui vengono identificati i siti, come comprende Israele. I nomi influenzano la memoria collettiva, dando significato e importanza ai luoghi.

Lo storico israeliano Ilan Pappe ha coniato il termine “memoricida” che indica la cancellazione da parte di Israele della maggior parte delle tracce del passato dei Palestinesi, dopo averli “sfrattati” dai quattro quinti della loro patria nel 1948: i Palestinesi definiscono questa azione Nabqa, la Catastrofe.

Israele ha fatto di più che radere al suolo 500 città e villaggi palestinesi. Al loro posto ha impiantato nuove comunità ebraiche con nomi ebraicizzato, intesi a soppiantare gli ex nomi arabi: Saffurya è diventata Tzipori; Hittin è stata soppiantata da Hittim;

Muyjadil si è trasformata in Migdal.

Un processo analogo a quello che Israele chiama “Giudiazzazione” è in corso nei territori occupati. I coloni di Beitar Ilit minacciano i Palestinesi di Battir. Nelle vicinanze, i Palestinesi di Sussiya sono stati rimossi da un insediamento ebraico che ha esattamente lo stesso nome.

Le poste in gioco più alte sono a Gerusalemme. La vasta piazza posta al di sotto della Moschea di Al Aqsa, è stata creata nel 1967, dopo che oltre 1000 Palestinesi erano stati sfrattati e il loro quartiere era stato demolito. Milioni di visitatori ogni anno camminano lentamente nella piazza, ignari di questo atto di pulizia etnica.

I coloni, aiutati dallo stato di Israele, continuano a circondare i siti cristiani e musulmani, con la speranza di prenderne il controllo.

Questo è il contesto dei recenti rapporti dell’Unesco che mettono in evidenza le minacce alla Città Vecchia di Gerusalemme, compreso il rifiuto di Israele alla maggior parte dei Palestinesi diritto di frequentare Al Aqsa.

Israele ha fatto pressioni per fare in modo che Gerusalemme venga rimossa dalla lista dei siti patrimonio dell’umanità che sono a rischio. Insieme agli Stati Uniti, ha creato una frenesia di sdegno morale, rimproverando l’Unesco di non essere riuscito a dare  la priorità ai nomi ebraici usati dalle autorità dell’occupazione.

La responsabilità dell’Unesco, tuttavia, non è di salvaguardare l’occupazione o di sostenere gli sforzi di Israele per la giudaizzazione. E’ lì per difendere la legge internazionale e impedire che i Palestinesi vengano fatti sparire da Israele.

La decisione di Trump di lasciare l’Unesco non è certo soltanto sua. I suoi predecessori si sono azzuffati con l’agenzia fin dagli anni ’70, spesso a causa del suo rifiuto di cedere alla pressione israeliana.

Ora Washington ha una pressante ragione in più di punire l’Unesco per aver permesso alla Palestina di diventare membro. Ha bisogno di dare l’esempio dell’organismo culturale per dissuadere altre agenzie dal fare lo stesso.

L’indignazione costruita di Trump per l’Unesco e ignorare i suoi fondamentali programmi globali servono a ricordarsi che gli Stati Uniti non sono un “onesto mediatore” per la pace in Medio Oriente, ma piuttosto il più grosso ostacolo alla sua realizzazione.

Una versione di questo articolo è apparsa per la primo volta sul quotidiano, The National di Abu Dhabi

Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale  Martha Gellhorn per il Giornalismo.  I suoi libri più recenti sono: “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [ Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per rifare il Medio Oriente] (Pluto Press) e Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [La Palestina che scompare: gli esperimenti di Israele di disperazione umana] (Zed Books).  Il suo nuovo sito web è: www.jonathan-cook.net.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-real-reasons-trump-is-quitting-unesco

Originale: non indicato

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

LE VERE RAGIONI PER CUI TRUMP LASCIA L’UNESCO

http://znetitaly.altervista.org/art/23334

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