L’Egitto: radicalizzazione e genocidio

REDAZIONE 27 AGOSTO 2013

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Di Richard Falk

23 agosto 2013

In retrospettiva, quella di Piazza Tahrir è stata una “rivoluzione” che non è mai stata tale, che ora è stata sostituita da un “controrivoluzione” che non è stata mai possibile. Avere rimosso la dinastia di Mubarak nel 2011, non ha neanche ottenuto il “cambiamento di regime”, e tanto meno ha iniziato  un processo politico di trasformazione. Non c’era alcuna rivoluzione contro cui reagire. Perfino le speranze più modeste di riforma politica e di governo umana erano destinate al fallimento fin dall’inizio.

Che cosa è stata, quindi, Piazza Tahrir? In parte un piano (liberarsi di Mubarak e figli), in  parte fantasia (sperare che l’unità carnevalesca del momento si sarebbe evoluta nella ricerca prolungata di una società giusta), e parte un esperimento delirante  (credere che l’ordine stabilito delle elite di Mubarak ed dei loro oppositori secolari sarebbe stato disponibile a ricostruire un ordine economico e politico più legittimo, anche se significava perdere potere e status importanti).

La svolta verso la “democrazia” in Egitto ha contenuto sempre una condizione nascosta:  la Fratellanza Musulmana è stata benvenuta a partecipare, a patto che non venisse per dominare. Quello che era stato previsto per le imminenti elezioni nazionali egiziane era il 25%-35% di appoggio alla Fratellanza Musulmana con la relativa assicurazione che il prossimo presidente dell’Egitto non sarebbe stato legato ai Fratelli o considerato come rappresentante dell’Islam politico, ma che sarebbe stato preso dai ranghi dei laici liberali (cioè anti-Mubarak, ma anche timoroso dell’influenza islamica nei circoli governativi).

Fondamentalmente, il problema  in questa situazione  democratico egiziana, è stata la popolarità e la forza popolare dell’Islam, e specificamente, della FM che ha ottenuto il controllo in una serie di cinque elezioni durante il 2011-2012: tre per il parlamento, e due per la presidenza. Se ragionevolmente oppure no, questa rivelazione della forza democratica islamica è stata la campana a morto della democrazia in Egitto. Ha costretto chi era contrario ai laici a fare alleanze con i fulool (i resti della elite di Mubarak), determinando il destino del governo Morsi. E dal momento che le procedure di legittimazione delle elezioni avevano ripudiato il vecchio ordine di Mubarak, perfino nella sua forma liberale ricostituita del dopo Mubarak, l’opposizione anti-FM doveva trovare una strategia alternativa. Lo hanno fatto: provocare crisi di governabilità e di legittimità attraverso una massiccia mobilitazione populista.

Le forze armate sono state il jolly nella piattaforma politica. La dirigenza militare sembrava accettare il flusso di Piazza Tahrir, ma anche giocare le sue carte in modo tale da controllare la transizione verso qualsiasi cosa potesse venire dopo, sostenendo di essere il garante dell’ordine. Talvolta veniva percepita come se avesse fatto un patto con la FM e non si dovrebbe dimenticare che il Maggiore Generale Abdel Fattah el-Sisi aveva la carica di ministro della Difesa nel gabinetto Morsi fino al giorno prima del golpe. Però, dato che lo slancio contro Morsi prendeva  forza, i militari si sono impadroniti del movimento, ma questa volta con un mandato popolare di ripristinare l’ordine e la stabilità economica che aveva avuto come sua iniziale priorità la distruzione sanguinosa della FM in quanto fonte  rivale di potere economico e politico. Pensateci: il gruppo che aveva prevalso in una serie di libere elezioni in tutta la nazione è stato trasformato da un giorno all’altro nel capro espiatorio “terrorista” che deve essere schiacciato.

Quando la parola “terroristi” viene usata per designare i nemici dello stato, significa che la legge delle armi sostituirà quella della legge. Rappresenta l’adozione delle tattiche di sterminio da parte dello stato, e quello che ne è seguito non dovrebbe sorprenderci. La partecipazione di ElBaradei al colpo di stato e al governo ad interim, seguita dalle sue dimissioni, riflette il dilemma dei liberali e la loro confusione: fare i carini con i militari per amore del controllo politico senza tuttavia volere che troppo sangue innocente venga versato. Notate che la maggior parte degli ex-liberali rifiutano di rompere con il governo ad interim di el-Sisi avendo fatto la loro scelta in questa situazione, definita come meglio “noi” che “loro”.

La Fratellanza Musulmana è stata responsabile?

La Fratellanza Musulmana avrebbe potuto gestire le cose in maniera diversa, ed evitato lo scenario del 3 luglio? Sì, se avessero mantenuto la loro promessa di partecipare come forza di minoranza nel nuovo ordine politico egiziano, prendendo la precauzione  di astenersi dal dominare il parlamento, e non per cercare la presidenza. In altre parole, è probabile che se la Fratellanza Musulmana avesse atteso pazientemente e avesse permesso a un candidato laico di fallire, la loro posizione complessiva  attualmente potrebbe essere piuttosto forte. Questa valutazione presuppone che chiunque fosse stato scelto  per essere il primo leader dopo  Mubarak, non sarebbe stato in grado di soddisfare le aspettative del pubblico egiziano rispetto alla ripresa dell’economia e della giustizia sociale, e sarebbe stato rifiutato “democraticamente”.

E’ stato riferito ( non si sa in che modo affidabile ) che nel febbraio del 2012, a Nabil ElAraby, un laico liberale noto e rispettato nel mondo, e una volta Segretario generale della Lega araba, era stato detto che avrebbe avuto l’appoggio per la presidenza sia del Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) che della FM, se avesse accettato di candidarsi alla presidenza dell’Egitto. Questo appoggio avrebbe assicurato una vittoria elettorale, ma prudentemente ElAraby ha declinato l’offerta.

L’imprudenza del fallimento della FM di mantenere la promessa di non concorrere alla presidenza, sta diventando chiara soltanto adesso. Avendo aspettato per circa 80 anni l’opportunità di controllare il destino del paese, la FM avrebbe dovuto essere saggia e avere aspettato qualche altro anno per vedere come si evolvevano le cose nel paese, specialmente viste le forze probabilmente  schierate contro di loro se avessero preso il centro della scena. Naturalmente i consigli retrospettivi sono sempre saggi, e raramente rilevanti.

Alcuni hanno puntato ai fallimenti della leadership di Morsi come causa primaria del colpo di stato di el-Sisi. In altre parole, l’errore fatale della FM non è stata la loro indisponibilità a stare sullo sfondo politico, ma i loro fallimenti quando sono riusciti ad arrivare in primo piano. Si sostiene che se Morsi fosse stato più aperto, più capace di trattare per prestiti internazionali e di attirare investimenti stranieri, più “motivante” nel promuovere una visione dell’Egitto del futuro, di mano meno pesante nel trattare l’attivismo antagonista, e più paziente nella promozione di un’agenda islamica, forse le cose sarebbero andate a finire in modo diverso. Forse, si sostiene ancora,  il governo Morsi avrebbe probabilmente perduto un po’ della sua popolarità a causa delle difficoltà che ogni leadership avrebbe affrontato, ma non sarebbe stato deposto, e la sua base politica non  sarebbe stata criminalizzata e schiacciata da una campagna di implacabile terrore di stato seguita al golpe.

E’ impossibile valutare questo giudizio contrario ai fatti, ma ho i miei grandissimi dubbi. E’ rilevante che con poche eccezioni, coloro che  sono stati  così offesi dalle tattiche con maniere forti e dalla incompetenza attribuita al governo di Morsi, hanno distolto gli occhi dalle tattiche  sanguinarie del regime di el-Sisi  o che le hanno perfino avallate, denunciando come traditori quei pochi, come ElBaradei, che hanno defezionato.

Dopo il colpo di stato: una mentalità genocida?

Sebbene molte cose rimangano sconosciute, la sequenza di quattro massacri quando alternative più leggere erano facilmente a disposizione per ripristinare l’ordine, le mosse per criminalizzare la FM (fermando Morsi e arrestando i capi della FM, e  facendo appello  al pubblico di dimostrare così da legittimare questa strategia di oppressione), e il ricorrere al linguaggio del “terrorismo” per demonizzare i dimostranti pacifici cercando di sostenere i diritti costituzionali, rivelano un quadro di estrema alienazione da parte dei capi del golpe.

Se la polarizzazione ha avvelenato il pozzo della legittimità democratica, poi il suo impulso accelerato ha portato in Egitto alla comparsa di un clima di opinione genocida. Questo sta accadendo nel paese, facendo sì che quasi ci si aspettasse che molti dei sostenitori del colpo di stato nella massa di egiziani non trovasse nulla di sbagliato nelle tattiche delle forze di sicurezza fin dal 3 luglio, che richiedessero entusiasticamente che el-Sisi diventasse il prossimo presidente del paese, e che considerassero i seguaci della Fratellanza Musulmana immeritevoli di  essere trattati come “egiziani” dato che sono al di là dei limiti dall’umanità  che non merita né pietà né diritti. In un’atmosfera del genere, si accetta qualsiasi cosa

Suppongo che in questo caos egiziano che si evolve possiamo imparare il modo in cui funziona il mondo, notando chi sta zitto, chi approva, e chi fa ridicolmente appello a entrambe le parti di mostrare “la massima moderazione”. Viviamo ancora in un mondo in cui i calcoli strategici dell’hard power* quasi sempre hanno maggiore importanza delle affermazioni del soft power **, associate sempre alla democrazia e ai diritti umani. Non è un bel quadro, sia che ci si pongano domande  circa questi  sostenitori  islamici convinti come l’Arabia Saudita e la Conferenza degli Stati Islamici o su questi difensori liberali internazionali come gli Stati Uniti, l’Unione Europea e perfino il Segretario Generale dell’ONU.

Questi avvenimenti in Egitto sollevano anche domande imbarazzanti sulla possibilità che esistano limiti esterni alla politica dell’autodeterminazione che ha giustificato molti movimenti nazionali contro il colonialismo  e il dominio oppressivo europeo. L’Egitto è nel bel mezzo di quello che si potrebbe chiamare un processo di auto-determinazione satanica e non c’è alcuna prospettiva di intervento umanitario anche se ci fosse una motivazione che invece non c’è. Chi avrebbe addirittura la temerarietà di invocare la norma della Responsabilità di Proteggere  (Responsability to Protect, R2P), su cui così pomposamente si è fatto affidamento per la distruzione della Libia di Gheddafi, nelle tragiche circostanze della Fratellanza Musulmana? La R2P, non è un principio emergente di legge internazionale, come sostengono i suoi difensori, ma un principio operativo di convenienza  geopolitica.

L’ethos della solidarietà umana indica che nessuno di noi che si dedica ai diritti umani, alla responsabilità dei leader per i crimini contro l’umanità, e alla ricerca di un’autorità umana, dovrebbe abbandonare l’Egitto in questa tragica ora di necessità. Allo stesso tempo, bisogna ammettere, che non esiste politica di solidarietà umana  capace di fornire supporto all’ethos anche davanti a sussulti genocidi.

*(“uso dei mezzi militari ed economici per influenzare il comportamento e gli interessi di altri organismi politici”, da http://en.wikipedia.org/wiki/Hard_power, n.d.t.)

**(http://it.wikipedia.org/wiki/Soft_power)

Richard Falk è Professore Emerito di Legge internazionale della cattedra intitolata ad Albert G. Milbank all’Università di Princeton e Visiting Distinguished Professor (studioso eminente invitato a tenere corsi in altre università) di Studi globali e internazionali all’Università di California, sede di Santa Barbara. E’ anche relatore  speciale dell’ONU per i diritti umani dei palestinesi

http://znetitaly.altervista.org/art/12162

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