L’equilibrio di potere in Medio Oriente è appena cambiato

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REDAZIONE 29 LUGLIO 2015

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di Peter Van Buren

28 luglio 2015

Non preoccupatevi troppo dei dettagli dell’accordo di luglio per il nucleare tra Stati Uniti e Iran. Quello che importa è che la matematica del potere in Medio Oriente è appena cambiata in modi significativi.

Washington e Teheran hanno annunciato il loro accordo sul nucleare il 14 luglio e, certamente, alcuni dei dettagli sono ancora segreti. Naturalmente l’amministrazione Obama ha negoziato insieme a Russia, Cina,  Gran Bretagna, Francia e Germania, il che significa che l’Iran e altri cinque governi devono approvare il dettagliato “Piano di azione comprensivo congiunto“ di 159 pagine. L’ONU che ha anche dovuto dare il consenso al patto, è già d’accordo su delle misure per mettere fine alle sanzioni contro l’Iran.

Se non siamo tutti ancora esperti di centrifughe e di tassi di arricchimento (dell’uranio), i media si assicureranno che nei prossimi due mesi – durante i quali il Congresso dibatterà e valuterà l’approvazione dell’accordo – lo diventeremo. Si discuteranno strategie di verifica. Gli israeliani sosterranno che l’errore sta nei dettagli. Nei talk show domenicali, i bellicisti irriducibili si lamenteranno senza fine dell’incubo futuro, e anche della facilità con cui il presidente cede alle pressioni e del suo “visionario” segretario di stato, John Kerry. (Nessuno degno di nota, tuttavia,  chiederà perché le passate decisioni del presidente di iniziare o continuare le guerre in Medio Oriente non siano state accolte con almeno lo stesso tipo di scetticismo mostrato per i suoi attuali tentativi di prevenirne una).

Ci sono due punti cruciali da eliminare da tutte le chiacchiere rabbiose che ci saranno: primo, niente di questo è importante, secondo, l’errore non è nei dettagli, sebbene in effetti potrebbe comparire durante quei talk show domenicali.

Ecco che cosa realmente importa: in un momento cruciale e senza che venga sparato uno colpo, gli Stati Uniti e l’Iran sono arrivati a un momento decisivo lontano da un’era di chiara ostilità. L’accordo lega le due nazioni per anni di impegno e lascia la porta aperta a una relazione di gran lunga più completa. Per comprendere quanto esso sia importante è necessario uno sguardo all’indietro.

Una rapidissima storia delle relazioni tra Stati Uniti e Iran

Versione breve: le relazioni sono state terribili per quasi 40 anni. Una versione leggermente più lunga, dovrebbe, tuttavia iniziare nel 1953 quando la CIA aveva aiutato ad organizzare un colpo di stato per cacciar via il primo ministro dell’Iran, che era stato eletto democraticamente ,Mohammad Mosadegh.  Leader laico – proprio il tipo di persona che i funzionari USA hanno sognato fin da quando gli ayatollah presero il potere nel 1979 – Mossadegh cercò di nazionalizzare l’industria del petrolio dell’Iran. Questo all’epoca era totalmente inaccettabile per Washington e Londra, per cui se ne dovette andare.

Al suo posto, Washington installò un leader fantoccio degno della più squallida delle repubbliche delle banane: lo Scià Mohammad Reza Pahlavi. Gli Stati Uniti lo aiutavano a mantenere una forza di polizia segreta particolarmente bieca, la Savak, che lo scià indirizzava direttamente contro i suoi oppositori politici, democratici e altri, compresi quelli che  avevano aderito a un genere di fondamentalismo islamico sconosciuto all’Occidente in quel tempo. Washington si è “beveva” il petrolio dello Scià, e, in cambio, gli vendeva le armi moderne che egli idolatrava. Durante gli anni ’70, gli  Stati Uniti hanno anche fornito combustibile nucleare e tecnologia per i reattori all’Iran per incrementare l’iniziativa del Presidente Dwight Eisenhower “Atomi per la Pace” che aveva dato il via al programma nucleare dell’Iran nel 1957.

Nel 1979, subito dopo mesi di dimostrazioni e vedendo il suo destino nelle strade di Teheran, lo scià scappò. Il capo religioso, l’Ayatollah Komeini tornò dall’esilio per prendere il controllo della nazione in quella che divenne nota come Rivoluzione Islamica. Gli “studenti” iraniani incanalarono decenni di rabbia anti-americana verso lo scià e la sua polizia segreta nell’azione con la quale si impossessarono dell’ambasciata americana a Teheran. In un avvenimento che pochi americani di una certa età è probabile dimentichino, 52 membri americani del personale dell’ambasciata furono tenuti in ostaggio per circa 15 mesi.

Per rappresaglia gli Stati Uniti, tra le altre cose,  avrebbero aiutato l’autocrate iracheno Saddam Hussein (ve lo ricordate?) nella sua guerra contro l’Iran negli anni ’80, e, nel 1988, un missile da crociera statunitense abbatté un volo civile iraniano uccidendo tutte le 290 persone a bordo. (Washington sostenne che era stato un incidente). Nel 2003, quando l’Iran  aprì un dialogo con Washington, in seguito ai successi militari americani in Afghanistan, il presidente George W. Bush dichiarò quel paese parte della “Asse del Male.”

In seguito l’Iran ha finanziato, addestrato, e aiutato a guidare un’insurrezione sciita contro gli Stati Uniti in Iraq. Per vendetta le forze statunitensi assalirono un ufficio diplomatico iraniano lì e arrestarono parecchi membri del personale. Quando Washington ritirò lentamente le sue truppe dall’Iraq, l’Iran aumentò il suo appoggio ai capi favorevoli a Teheran a Baghdad. Quando crebbe il programma nucleare dell’Iran, gli Stati Uniti attaccarono i suoi computer con  malware, dando il via a quella che in effetti fu la prima guerra cibernetica della storia. Contemporaneamente, Washington impose sanzioni economiche al paese e al suo cruciale settore di produzione dell’energia.

In breve, durante gli scorsi 36 anni, le relazioni tra Stati Uniti e Iran sono state ostili, antagonistiche, improduttive, e spesso semplicemente meschine. Nessuno dei due paesi sembra averne beneficiato, anche se entrambe restarono impegnate nella lotta.

L’Iran in ascesa

Malgrado i migliori sforzi degli Stati Uniti, l’Iran è ora la potenza co-dominante in Medio Oriente e in ascesa. (Washington resta l’alta metà di quel “co.”)

Un altro rapido tuffo nella storia in gran parte dimenticata: gli Stati Uniti sono inciampati nell’epoca successiva all’11 settembre con due invasioni che hanno eliminato efficacemente i nemici chiave dell’Iran sui suoi confini orientali e occidentali: Saddam Hussein in Iraq e i talebani in Afghanistan. (Il primo se ne è andato per sempre, i secondi stanno facendo meglio in questi giorni, sebbene è improbabile che minaccino l’Iran per un po’ di tempo.) Dato che quelle guerre hanno continuato a estendersi senza le vittorie promesse, la stanchezza militare dell’America ha indebolito il desiderio nell’amministrazione Bush di lanciare altri attacchi militari contro l’Iran. Fate un salto in avanti di quasi un decennio: Washington ora appoggia tranquillamente almeno alcuni dei tentativi militari di quella nazione in Iraq contro lo Stato Islamico in rivolta. L’amministrazione Obama è apparentemente almeno a metà rassegnata a far finta di non vedere, mentre Teheran si assicura che avrà un regime fantoccio a Baghdad. Nelle sue strategie che stanno fallendo una dopo l’altra in Yemen, Libano e Siria, Washington ha tutt’altro che supplicato gli iraniani di assumere un ruolo guida in quei luoghi. Loro lo hanno fatto.

E questo scalfisce soltanto la superficie della nuova influenza iraniana nella regione. Malgrado il danno fatto dalle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti, la vera forza dell’Iran sta  nella patria. E’ probabilmente la nazione musulmana più stabile in Medio Oriente.  E’ esistita, più o meno entro i suoi attuali confini per migliaia di anni. E’ quasi completamente omogenea dal punto di vista etnico, religioso, culturale e linguistico, e con le sue minoranze relativamente sotto controllo. Mentre è ancora governata in gran parte dai suoi ecclesiastici, il paese ha tuttavia sperimentato una serie di transizioni elettorali democratiche fin dalla rivoluzione del 1979. Cosa molto significativa, al contrario di quasi ogni altra nazione in Medio Oriente, i leader dell’Iran  non governano nel timore di una rivoluzione islamica. Ne hanno già avuta una.

Perché l’Iran non avrà armi nucleari

Allora, parliamo di quelle armi aa nucleari. Soltanto uomo cieco al buio non noterebbe un fatto ovvio riguardo al Medio Oriente più Grande: i regimi a cui gli Stati Uniti si oppongono, tendono a trovarsi  sbattuti  nel caos una volta che perdano i loro programmi nucleari. Gli israeliani hanno distrutto il programma di Saddam, e anche quello della Siria, dal cielo. La Libia di Muammar Gheddafi è andata in malora grazie al cambiamento di regime ispirato dall’America e dalla NATO, dopo che il leader libico aveva rinunciato volontariamente alle sue ambizioni in campo nucleare. Allo stesso tempo, nessuno a Teheran poteva non capire  come l’iscrizione della Corea del Nord nel club del cambiamento di regime non è stata rinnovata una volta che quel paese è diventato nucleare. Considerate quelle ragioni piuttosto buone che ha l’Iran per sviluppare un robusto programma di armi nucleari – e per non rinunciarvi completamente.

Mentre, fin dal 2002, Washington non ha preso un giorno libero nelle sue minacce di guerra verso l’Iran, non è il solo paese che gli ecclesiastici temono. Sono molto convinti che Israele, con il suo arsenale nucleare  non riconosciuto,  ma anche troppo reale, sia in grado e possa un giorno essere disposto a compiere un attacco mediante missili, velivoli o sottomarini.

Ed ecco l’ironia aggiuntiva: le minacce americane e le armi nucleari israeliane spiegano anche il motivo per cui l’Iran rimarrà sempre un threshold state) – uno stato che ha la maggior parte o tutta la tecnologia e i materiali necessari per fare un’arma di quel genere, ma che sceglie di non fare i passi finali. Proprio esattamente quanto un paese è vicino in ogni dato momento ad avere un’arma nucleare funzionante, si chiama “breakout time”. Se l’Iran dovesse arrivarci troppo vicino, con un breakout time troppo breve, o se diventasse davvero nucleare, un attacco devastante da parte di Israele e/o degli Stati Uniti sarebbe quasi inevitabile. L’Iran non è una società del terzo mondo. Le sue aree urbane e le sue infrastrutture sono esattamente i tipi di cose che le campagne di bombardamenti sono destinate   spazzare via. Chiamate quindi il programma nucleare dell’Iran un “gioco del pollo”, ma un gioco in cui tutti i giocatori coinvolti sapevano sempre chi avrebbe sbattuto gli occhi per primo.

L’accordo tra Stati Uniti e Iran sul nucleare

Così, se l’Iran non diventerà mai una vera potenza nucleare e se il mondo ha vissuto oramai da un po’ di tempo con l’Iran come “threshold state”, l’accordo di luglio è importante?

Ci sono due risposte a questa domanda: non lo è e lo è.

Non è realmente importante perché il patto cambia molto poco in pratica. Se le clausole dell’accordo verranno attuate nel modo migliore in cui attualmente le comprendiamo, senza imbrogli, allora l’Iran si sposterà lentamente dal suo attuale breakout time di due o tre mesi a quello di un anno e più. L’Iran non ha armi nucleari ora, non le avrebbe se non ci fosse alcun accordo, e non le avrà con l’accordo. In altre parole, l’accordo di Vienna ha eliminato con successo le armi di distruzione di massa che non sono mai esistite.

E’ davvero importante perché, per la prima volta in decenni, due grandi potenze del Medio Oriente hanno aperto la porta alle relazioni. Senza la copertura politica dell’accordo, la Casa Bianca non potrebbe mai immaginare di fare un secondo passo avanti.

E’ una svolta perché tramite questo gli Stati Uniti e l’Iran per la prima volta ammettono interessi condivisi, anche se riconoscono i loro conflitti in corso in Siria, in Yemen e altrove. Questo è il modo in cui gli avversari operano insieme: non si devono fare patti come quello di luglio con gli amici. In effetti la descrizione fatta dal presidente Obama del modo in cui sarà attuato l’accordo – basato sulla verifica e non sulla fiducia –rappresenta una precisa scelta di parole. Il riferimento è al presidente Ronald Reagan, che ha usato l’espressione: “fidatevi  ma verificate” nel 1987 quando firmò il Trattato sulla limitazione dei missili a portata intermedia  con i russi.

L’accordo è stato raggiunto nel modo della vecchia scuola, sedendosi a un tavolo per molti mesi e trattando. I diplomatici consultavano gli esperti. Uomini e donne in completi e tailleur, non in uniforme, portavano  avanti gran parte della trattativa. Il procedimento, forse non noto alla generazione del dopo 11 settembre allevata nel machismo della formula “siete con noi o contro di noi”, si chiama compromesso. E’ parte essenziale di un’abilità che è  sempre meno nota agli americani: la diplomazia. Lo scopo non è di sconfiggere un nemico, trovare rapide soluzioni tampone,    risolvere ogni problema bilaterale, o anche ottenere il rilascio dei quattro americani trattenuti in Iran. Lo scopo è raggiungere una soluzione reciprocamente favorevole per un problema specifico. Questa abile politica dimostra il tipo di destrezza della politica estera che gli elettori americani hanno raramente visto esercitata fin da quando a Barack Obama è stato conferito il Premio Nobel per la Pace 2009 (Cuba è stata la unica eccezione).

Verte tutto sul denaro

Mentre la diplomazia ha portato Stati Uniti e l’Iran a questo punto, il denaro contante sarà ciò che amplierà e sosterrà il loro rapporto.

L’Iran, che è al quarto posto con le sue riserve di petrolio grezzo verificate e con le seconde più grandi riserve di gas naturale del pianeta, è pronto a vendere sui mercati mondiali non appena saranno tolte le sanzioni. A quanto si dice i giovani iraniani bramano un maggiore impegno con l’Occidente. L’eliminazione delle sanzioni permetterà alle imprese iraniane l’accesso al capitale globale e alle aziende esterne l’accesso ai mercati commerciali iraniani affamati.

Fin dal novembre 2014, i cinesi, per esempio, hanno raddoppiato i propri investimenti in Iran. Le ditted europee, comprese la Shell e la Peugeot, stanno ora avendo colloqui con funzionari iraniani. La Apple sta contattando i distributori iraniani. La Germania ha inviato una delegazione commerciale a Teheran. Nella capitale iraniana cominciano ad apparire di nuovo le pubblicità delle automobili europee e dei beni di lusso. Sarà necessario acquistare tecnologia  del valore di centinaia di miliardi di dollari e competenze se il paese dovrà ammodernare le sue logore infrastrutture per il petrolio e il gas naturale. Molti dei suoi aerei di linea sono vecchi di decenni e hanno bisogno di essere sostituiti. Le linee aeree a Dubai stanno aggiungendo rapidamente nuove destinazioni in Iran per soddisfare le richieste crescenti. Il denaro abbonderà. Dopo di ciò, sarà molto difficile per i guerrafondai di Washington, Tel Aviv o Riyadh “rimettere il dentifricio nel tubetto” (tornare indietro) e questo è il motivo per cui ora si sentono tali urla e digrignare di denti.

I reali timori degli israeliani e dei sauditi

Né Israele né i sauditi si sono mai  realmente aspettati di commerciare in missili      con un Iran in possesso di armi nucleari, e le loro obiezioni primarie all’accordo non sono logiche. I critici hanno detto che l’accordo durerà soltanto 10 anni. (Le disposizioni fondamentali si ridimensionano per oltre 10 anni, poi diminuiscono). A parte il fatto che un decennio in politica equivale a un’intera esistenza, questa linea di pensiero presuppone anche che, dato che il calendario arriva a 10 anni e un giorno, l’Iran scapperà  dall’accordo e diventerà indipendente. E’ una strana discussione da fare.

Analogamente, qualsiasi discorso sul fatto  che l’accordo  provocherà  una corsa agli armamenti in Medio Oriente, è da tempo superato.  Israele ha da tempo la bomba e la cosa non ha innescato alcuna corsa agli armamenti. Timori latenti che l’Iran creerà “la Bomba islamica” ignorano il fatto che il Pakistan, con le mani sporche per aver     favorito il terrore e con molti estremisti a portata di mano, è stata una potenza nucleare almeno fino dal 1998.

No, ciò che fondamentalmente preoccupa gli israeliani e i sauditi è che l’Iran entrerà nella comunità di nazioni come socio in diplomazia e partner commerciale degli Stati Uniti, dell’Asia, e dell’Europa. Imbarcandosi in un’offensiva diplomatica subito dopo il suo accordo per il nucleare, i funzionari iraniani hanno rassicurato i paesi musulmani amici nella regione che speravano che l’accordo avrebbe preparato la strada a una maggiore cooperazione. La politica americana nel Golfo Persico, una volta   concentrata in modo affidabile soltanto sulle proprie necessità di sicurezza e di energie, potrebbe (finalmente) iniziare ad allinearsi con una realtà euroasiatica sempre più sfaccettata. Un Iran potente in effetti è una minaccia allo status quo – da questo deriva  il turbamento a Tel Aviv e a Riyadh – non soltanto militare. Il potere reale nel ventunesimo secolo,  a meno di  di guerra totale,  spetta  al denaro.

L’accordo di luglio riconosce la mappa del potere del modo reale del Medio Oriente. Non rende amici l’Iran e gli Stati Uniti, ma, tuttavia, apre la possibilità che i due più grossi protagonisti regionali si parlino e sviluppino i tipi di legami finanziari e commerciali che renderanno il conflitto più inattuabile.  Dopo più di tre decenni di ostilità iraniana-statunitense nella regione più   instabile  del mondo, questo non  è un piccolo successo.

Peter Van Buren ha denunciatogli sprechi e la cattiva gestione  del Dipartimento di stato durante la ricostruzione in Iraq sul suo blog: We Meant Well (Avevamo buone intenzioni): How I Helped Lose the Battle for the Hearts and Minds of the Iraqi People [Come ho contribuito a perdere la battaglia per i cuori e le menti del popolo iracheno]. E’ collaborator regolare di  TomDispatch, e scrive di avvenimenti attuali su :We Meant Well. Il suo libro più recente è Ghosts of Tom Joad: A Story of the #99Percent [Fantasmi di Tom Joad: una storia del #99Percento].Il suo prossimo libro sarà unromanzo: Hooper’s War [La guerra di Hooper].

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znet/article/the-balance-of-power-in-the-middle-east-just-changed

Originale: TomDispatch.com

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

L’equilibrio di potere in Medio Oriente è appena cambiato

http://znetitaly.altervista.org/art/18031

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