L’Est e l’Ovest. I punti cardinali e la revisione della storia a Gerusalemme – di Paola Caridi

La questione di Gerusalemme va ben oltre il Giro d’Italia, ma il Giro d’Italia offre una occasione insperata per parlarne. E dunque parliamone.

 

Devo chiarire, prima di proseguire, qual è la mia posizione. Come giornalista e come storica, la mia descrizione di Gerusalemme come “Una Città” è la città reale nella quale ho vissuto per un decennio. La città che ho osservato e in cui ho lavorato, delle cui sofferenze e complessità sono stata testimone. Non ho alcun rapporto o vicinanza con quello che i governi israeliani hanno pensato e pensano di Gerusalemme dal 1967, e cioè una città unificata sotto l’autorità israeliana e la capitale eterna dello Stato di Israele, capitale non riconosciuta per il diritto internazionale. Quella che cerco di descrivere è la città reale in cui i suoi abitanti – nonostante tutto – condividono uno spazio comune secondo modalità e condizioni asimmetriche, come occupanti e governanti di un settore della città (gli israeliani) e occupati (i palestinesi).

La mia speranza, tutta personale, per una pace lunga, giusta e duratura, è contenuta nell’idea di Gerusalemme Una e Condivisa, così come immaginata da israeliani e palestinesi che, dal 2012, stanno lavorando sul terreno per una visione comune, One Homeland/Two States. Gerusalemme Una e Condivisa sotto l’amministrazione congiunta delle due comunità. Questa visione non è nuova: è parte di un dibattito molto lungo che comprende non solo l’idea della soluzione di Uno Stato, ma anche la discussione di uno Stato binazionale.  Bastano due nomi di altissimo profilo tra gli intellettuali di entrambi i ‘campi’ per indicare la profondità della discussione, seppure limitata a una minoranza lungo una storia che non inizia con la fondazione dello Stato di Israele, ma va indietro nel Novecento. Il primo nome è quello di Martin Buber, il binazionalista Martin Buber che era contro l’idea di uno Stato ebraico, e che successivamente spiegò il suo binazionalismo in una audizione di fronte alla Commissione di Inchiesta Anglo-Americana nel 1947 assieme all’allora rettore dell’Università Ebraica Judah Magnes. Il secondo nome, dall’altro lato, è quello di Edward Said, che in suo famoso articolo del 1999 per il New York Times Magazine si schierò per la Soluzione di Uno Stato, un’idea decisamente poco diffusa in quel periodo.

A Gerusalemme ho dedicato il libro un po’ particolare, Gerusalemme senza Dio. Ritratto di una città crudele (Feltrinelli, 2013), che è da pochissimo uscito in inglese, pubblicato dall’American University in Cairo Press, col titolo Jerusalem Without God. Portrait of a Cruel City. Sono appena tornata dagli Stati Uniti, da un lungo tour concentrato soprattutto in alcune università americane (Università di California Irvine, Harvard, Columbia, Georgetown). Quella che segue è la traduzione e rielaborazione dei miei interventi nelle università, suddivisa in due puntate.

La prima puntata parla di Spazio e Punti cardinali

L’Est e l’Ovest. I punti cardinali e la revisione della storia a Gerusalemme

 “Gerusalemme ha sempre avuto più storia che geografia°. Avishai Margalit, filosofo e pacifista israeliano, scriveva nel 1991 quella che, a buon titolo, potremmo definire una constatazione. Gerusalemme ha avuto la sua storia ed è dentro la Storia con un peso tuttora rilevante. Per lui, e in fondo per tutti noi, Gerusalemme va così tanto oltre la cronaca da rimanere incastonata nel millenario percorso della sua storia, e del suo mito. L’archetipo dello spazio urbano e sociale. L’archetipo della Città Santa in terra. L’archetipo della complessità storica del Mediterraneo.

E se provassimo, invece, a invertire i termini della frase di Margalit? Se provassimo a destrutturare quello che, in generale, pensiamo su Gerusalemme usando una delle buone regole di Roland Barthes? “La città è un discorso”, scriveva. Dunque, abbiamo bisogno di imparare il vocabolario, la grammatica, la sintassi della lingua di Gerusalemme. Ed è la geografia a rappresentare oggi l’elemento fondamentale del tessuto linguistico e semantico della città.

Gerusalemme, ora, ha più geografia di storia.

Prima parte – LO SPAZIO

 Lo spazio occupato dalla città cresce gradualmente e senza interruzioni dal 1967, e cioè sin dall’occupazione di Gerusalemme e la sua ‘unificazione’ sotto il controllo delle autorità civili e militari israeliane. Gerusalemme non si è mai fermata nella sua crescita, perché il suo destino politico in quanto realtà urbana è stato ed è ingabbiato dalla sua espansione. Il destino della città si è, cioè, sovrapposto alla sua estensione. I confini municipali di Gerusalemme, già modificati e allargati dalle autorità israeliane subito dopo la guerra dei Sei Giorni, sono stati tirati da una parte e dall’altra come un elastico. O come una coperta troppo corta. Ora i confini comprendono aree, a est e a sud, che sono parte della città occupata. Perché Gerusalemme è, nel suo settore orientale, a tutt’oggi una città occupata. Una città occupata il cui status è parte integrante di tutti i piani di partizione, suddivisione, confederazione; di tutte le risoluzioni dell’Onu sul conflitto israelo-palestinese; di tutti i tentativi di soluzione della questione israelo-palestinese, dal processo di pace di Oslo alla soluzione di un solo Stato.

Nel settore occupato della città, e cioè in quell’arco che parte dal nord di Gerusalemme e, attraverso il settore orientale, arriva sino a sud, il più importante sindaco israeliano del post’1967, il laburista Teddy Kollek, ha anzi concentrato la sua strategia urbana. In particolare attraverso la sua “strategia delle cinque dita”. Nei fatti, la strategia ha significato incuneare quartieri israeliani (a tutti gli effetti colonie, per la comunità internazionale, in quanto costruiti nella parte di Gerusalemme occupata) tra i quartieri palestinesi. Gli obiettivi del sindaco Kollek, e della politica nazionale israeliana, erano essenzialmente due. Il primo: attrarre la popolazione israeliana a Gerusalemme attraverso una politica abitativa attiva e costante, e rendere impossibile una nuova divisione della città attraverso la presenza delle colonie israeliane a oriente della Linea Verde. Il secondo obiettivo, parallelo al precedente: separare chirurgicamente le parti della città in cui l’incremento demografico palestinese è maggiore, così da modificare il rapporto statistico tra le comunità e rendere le percentuali della popolazione più favorevoli a Israele.

La legge sulla Grande Gerusalemme, la cui discussione alle commissioni della Knesset è stata di recente sospesa e rinviata dal governo Netanyahu dietro le pressioni della presidenza Trump, è stata oggetto di articoli e commenti da parte della stampa di tutto il mondo lo scorso ottobre. Se approvata, la legge porterà a una maggiore espansione urbana sia in termini di spazio sia in termini di popolazione, per sostenere – appunto – l’aumento percentuale della porzione israeliana della popolazione di Gerusalemme entro i confini municipali. È per raggiungere un risultato di questo tipo che colonie molto popolose come Maale Adumim rientrebbero per la nuova legge entro i confini di Gerusalemme, assieme – per esempio – al blocco di Gush Etzion, tra Betlemme e Hebron. In parallelo, le autorità israeliane vorrebbero spostare al di là dei confini municipali quartieri palestinesi estremamente popolosi come Shu’afat, l’unico campo profughi a Gerusalemme e, per inciso, uno dei villaggi della cintura urbana inseriti nel 1947 nel piano di partizione dell’Onu all’interno del corpus separatum.

Gerusalemme ha dunque, oggi, più geografia che storia.

Seconda parte – I PUNTI CARDINALI

Comprendere Gerusalemme senza mappe sarebbe impossibile, di questi tempi. Linee, confini, punti cardinali, strade, piazze, cartelli stradali sono il vocabolario specifico gerosolimitano. Ci dicono quello che la città è divenuta, oggi.

È superfluo dire che la Linea Verde ha cambiato la storia della città? Certo, ma è bene ripeterlo una e mille volte, a giudicare dall’amnesia che di questi tempi colpisce i politici, l’intellighentsjia italiana e internazionale, l’opinione pubblica, virtuale e fisica. Dal 1948 c’è un Oriente e un Occidente, ci sono due precisi punti cardinali attraverso i quali usiamo definire la struttura interna e internazionale della città. Così, la storia diplomatica è divenuta dal 1948 in poi una parte ineliminabile della vita di ogni singolo abitante di Gerusalemme.

Ognuno possiede la propria bussola a Gerusalemme. Ognuno sa come calcolare il momento e il luogo esatto in cui si trova. Ci sono pochissimi altri posti nel mondo in cui i punti cardinali sono così importanti, determinanti si potrebbe dire. C’è una differenza abissale, soprattutto in termini di diritti civili e sociali, tra chi nasce a est, a Gerusalemme est, e chi nasce a ovest, a Gerusalemme ovest. Dall’una o dall’altra parte della Linea Verde che, a Gerusalemme, è ancora fisicamente evidente: segue, in gran parte, la Road no. 1, l’arteria che da fuori città si incunea e arriva lambire la Città Vecchia. Perché l’intera Città Vecchia di Gerusalemme – è bene ricordarlo – è nel settore occupato del territorio urbano. È a Gerusalemme est, a oriente della Linea Verde.

C’è un abisso tra chi va a vivere in una casa a ovest, e chi vorrebbe costruirla a est, ma senza riuscire a ottenere una licenza edilizia. O tra chi va a lavorare da est a ovest, e chi può passare un checkpoint da ovest verso oriente con la propria macchina senza essere fermato. La bussola tascabile che ogni abitante possiede, a Gerusalemme, serve sia a descrivere la sua condizione, sia a definire i limiti della sua esistenza. Definisce i diritti realizzati e quelli solo desiderati. Definisce i diritti di cittadinanza e le condizioni di subordinazione. E la bussola personale diventa, in questo modo, una sorta di faro, di lanterna che indica il percorso di vita.

I punti cardinali di Gerusalemme seguono le linee spezzate della storia, le prevaricazioni degli attori politici internazionali, dall’epoca degli imperialismi ai neocolonialismi mascherati. I punti cardinali di Gerusalemme seguono soprattutto, ed è banale ricordarlo, le matite spesse usate da diplomatici e militari, politici locali e leader nazionali. Ma ciò che è stato segnato in modo impersonale e artificiale sulle mappe diviene, nella trama urbana, una ferita nella terra. Come un coltello piantato nella carne viva. I centimetri sulle mappe divengono metri, decine di metri, centinaia di metri nella trama urbana.

Eppure… eppure, nonostante l’incidenza della storia diplomatica recente, quello che la storia contemporanea significa a Gerusalemme, per il popolo di Gerusalemme, per le comunità di Gerusalemme, per i gerosolimitani, non può cancellare la Storia di Gerusalemme, lunga e complessiva e complessa. La sua long durèe. Ciò significa che per i suoi abitanti Gerusalemme è una. La città non è “una parte” della città. Non solo per gli israeliani. Allo stesso modo per i palestinesi. Gerusalemme è una, e solo una. Non c’è un oriente palestinese e un occidente israeliano, come se nella storia della città il senso di appartenenza delle comunità potesse essere definito dal loro legame con un punto cardinale preciso.

C’è un esempio che può spiegare in modo chiaro la frattura tra le mappe politiche e il senso di appartenenza alla città.

Nella prima metà del ventesimo secolo non esisteva uno sviluppo urbano palestinese così massiccio a est di contro a una espansione della presenza ebraica a ovest della città. Al contrario, entrambe le comunità hanno sviluppato la propria presenza (borghese) a occidente, semplicemente perché l’ovest era il punto cardinale del mare, e dunque del commercio. Una spinta naturale, in una città comunque complessa ma non segnata da una divisione netta.

Le proprietà immobiliari in quella che poi è divenuta Gerusalemme ovest, nel 1948, erano per il 40% palestinesi, per il 26% ebraiche, e per il resto (circa il 34%) appartenenti in qualche modo alla dimensione pubblica o alle istituzioni religiose palestinesi. Non è un dettaglio, questo. Contraddice, anzi, la percezione che di Gerusalemme si ha in Occidente. Una percezione secondo la quale le comunità israeliana e palestinese a Gerusalemme appartengano, ognuna di loro, a un preciso punto della bussola urbana. Non è questo il caso, nella realtà. Edward Said era nato in quella che è ora la parte occidentale di Gerusalemme, a Talbyeh, un quartiere che è rimasto profondamente nella memoria gerosolimitana come un quartiere costruito dalla media e alta borghesia palestinese cristiana. Martin Buber visse nella stessa casa appartenente alla famiglia Said, per un periodo.

Durante i miei dieci anni a Gerusalemme ho provato  per la città quello che Edward Said molti anni prima ha descritto della storia del suo popolo e degli israeliani. Dopotutto, scriveva, “israeliani e palestinesi sono così aggrovigliati, nonostante la loro ineguaglianza e la loro reciproca antipatia, che semplicemente una separazione netta non si verificherà, non si potrà verificare e non potrà funzionare”.

C’è un secondo esempio, un esempio doloroso nella coscienza nazionale e nella memoria palestinese. A Gerusalemme, le persone che hanno bisogno di un sostegno psichiatrico vanno a ovest, al Centro di salute mentale di Kfar Shaul. Prima del 1948, c’era Deir Yassin, lì, e lì sono ancora oggi i resti di Deir Yassin. Il luogo della strage perpetrata dalla Stern Gang e dall’Irgun nel maggio del 1948: il paese della cintura di Gerusalemme fu svuotato dei suoi abitanti, in gran parte uccisi, e i sopravvissuti condotti su camion accanto alla porta di Damasco. Il villaggio è ancora lì, le casette intatte. Il villaggio è il Centro di Igiene Mentale di Kfar Shaul, invisibile ai passanti, chiuso dalla recinzione. Deir Yassin era uno dei villaggi che, nella parte occidentale della mappa, circondavano come un anello Gerusalemme e, prima del 1948, rifornivano la città di verdura e frutta, latte e olive, lavoratori. Non solo. Deir Yassin era uno dei paesi che dovevano rientrare entro i confini del corpus separatum nel 1947. I vincitori hanno sovrapposto un nome, Kfar Shaul, a Deir Yassin. Ma le tracce della storia, seppure nascoste ai più, sono ancora lì.

E c’è un terzo esempio, tra i molti che si potrebbero fare, che descrive la vita all’interno della Città Vecchia come la vita in uno spazio urbano non cristallizzato secondo i punti cardinali. Non rinchiuso entro limiti definiti con precisione da cartografi militari.

Una premessa necessaria. Fino all’ultima parte del diciannovesimo secolo, Gerusalemme era la Città Vecchia. Chiusa all’interno delle mura antiche di Solimano il Magnifico. La città era la Città Vecchia, una piccola città cinta da mura.

Fino all’avvento del Mandato britannico, Gerusalemme era molto più intrecciata, mescolata in termini confessionali di quanto noi possiamo oggi immaginare. I britannici hanno rotto la sottile e costante osmosi tra le comunità lungo confini invisibili, lungo terre-di-nessuno che erano allo stesso tempo luoghi di contaminazioni e mescolanza. C’erano i caffè, c’erano i commerci, c’era una singolare possibilità di mescolanza e dunque di modernità. I nuovi governanti sotto mandato internazionale suddivisero la Città Vecchia entro quattro quartieri separati che col tempo sono divenuti sempre più settori omogenei secondo affiliazioni etnoreligiose. Così, oggi, conosciamo la Città Vecchia attraverso la sua suddivisione in quattro quarti, in quattro quartieri: musulmano, cristiano, armeno, ebraico. Separati, oggi ancor più di prima.

E ancora una volta, l’intervento politico e internazionale ha modificato la composizione urbana e la vita sociale di Gerusalemme.

Gerusalemme ha più geografia che storia, di questi tempi.

Alla prossima puntata, dunque. Dove si parla di Ridefinizione spaziale della vita sociale e comunitaria di Gerusalemme. E infine di Ridefinizione spaziale della città in quanto tale.

 


Paola Caridi, scrittrice e giornalista. Da oltre un decennio si occupa di Medio Oriente e Nord Africa, in particolare di islam politico in Palestina ed Egitto. Ha pubblicato, per Feltrinelli, Arabi Invisibili, Hamas, Gerusalemme senza Dio. Ha scritto un testo teatrale, Cafè Jerusalem

 

L’Est e l’Ovest. I punti cardinali e la revisione della storia a Gerusalemme – di Paola Caridi

L’Est e l’Ovest. I punti cardinali e la revisione della storia a Gerusalemme

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