Lettere dalla Palestina occupata

Ecco la seconda e la terza delle lettere di Abu Claudio: sono la cronaca dell’inizio dei suoi tre mesi da Internazionale. Lo accompagniamo a Hebron e Gerusalemme Est, due luoghi che non sono previsti negli itinerari dei pellegrinaggi, ma che abbiamo l’esigenza di conoscere se vogliamo incarnarci in questa Terra, prendere parte alla vita della gente che ci vive e che vede inasprirsi di giorno in giorno una stagione di violenze che dura da più di sessant’anni. Abu Claudio si lascia interrogare da quel che vede; la sua testimonianza ci può aiutare a leggere il giornale con una consapevolezza in più, e con lui potremmo chiederci: ma come si riconosce un “terrorista”?

Seconda lettera dalla Palestina

Domenica ho lasciato Ramallah, in qualche modo la capitale amministrativa palestinese, per spostarmi a Hebron. Già il viaggio è estenuante, perché il bus continua a cambiare strada per evitare i check point, quindi sale e scende attraverso colline che sembrano le nostre: ulivi, vigneti (uva da tavola, ma abbastanza bassa), prugne, pomodori. E’ interessante che nonostante la siccità (non piove da mesi) e nonostante quanti fumatori ci siano, non ci sono incendi in giro: è evidente che i nostri sono sempre dolosi…

Arrivo così a Hebron città di storia antichissima: tanto per accennarne una, la moschea contiene i resti sepolcrali dei patriarchi (da Abramo in poi) e quindi la vogliono tutti: per cui ora gli arabi per entrare nella moschea (controllano l’ottanta per cento della costruzione, contro il 20 per cento degli ebrei) devono passare due check point.

Ieri sera ero lì con un altro e vedevamo benissimo che i soldati si divertivano a far bloccare ogni tanto la girandola da cui si deve passare prima del metal detector; il sopruso è continuo.

Il mercato si svolge su tanti vicoli come tutti i suq arabi, ma qui c’è una zona in cui sopra le botteghe degli arabi si affacciano case di israeliani, i quali si divertono a lanciare sassi, immondizia… quindi ci sono griglie di protezione, ma come è successo a me ci hanno bombardato con getti d’acqua. Pochi passi dopo trovo una pattuglia (presidiano con i fucili spianati anche il mercato): “Ci hanno tirato acqua, perché non difendete la gente?”. Era come se avessi parlato ad un muro:“via via”. Tutti questi soldatini hanno un solo pallino: tenere il grilletto pronto, come dovesse sempre comparire un “terrorista” e come lo riconoscerebbero? Solo dopo morto, come l’altra mattina con i due ragazzi di Qalandia…

Il primo giorno siamo andati a trovare una famiglia che abita nel vicolo; qualche mese fa gli hanno tirato in casa una bomba sonora, che causa scoppi rumorosissimi se all’aperto, ma in casa è distruttiva; una signora che stava finendo la gravidanza ha perso il bambino, e anche lì non c’è modo di andare ad avere riconosciuto qualcosa dallo stato. In un’altra casa dove siamo andati ci hanno mostrato una stanza superiore dove durante la seconda intifada i soldati sono entrati dal tetto e hanno dato fuoco: sono morti due bambini. Sempre raccontando di quel periodo, un ragazzo che ora lavora con noi dice che di una classe di 30 alunni ha perso 12 compagni!

Ora per lo meno non si muore come prima, anche se l’assedio dei militari è dovunque. I coloni a Hebron sono circa quattrocento, ma per loro ci sono almeno tremila militari. Non solo gli israeliani hanno un po’ di case, ma anche creano attorno delle zone cuscinetto che aumentano le loro zone “di sicurezza”, cacciando la gente.

Ora il Ramadan cambia molte abitudini: siccome le ore dei pasti sono rigorose – 4 e 40 di notte e 19 e 40 di sera – di pomeriggio le botteghe cominciano a chiudere e tutti fanno la spesa e corrono a preparare la cena; il mercato che è sempre aperto e vivo fino almeno alle nove, ora è deserto alle 7. Ieri anche io e un ragazzo che era con me siamo andati ad una cena di ramadan: riso e lenticchie, melanzane ripiene, yogurt e cetrioli, qualche salsina, datteri  e dolci. Quando di giorno dico a qualcuno che (alcuni di noi) siamo di ramadan, sono molto contenti; è una forma di condivisione di un fatto culturale, che accomuna tutti, indipendentemente dalla fede religiosa; e sperimenti l’autocontrollo.

Lunedì siamo andati a Betlemme, a vedere il “Aida camp”: un insediamento di profughi che risale al ’48; ormai è un paese, con anche il suo centro culturale: vi passano centinaia di ragazzi, hanno anche un teatro che è stato in giro per l’Europa, musica, pittura ed altro; ci hanno mostrato due CD con le loro attività.

E già che ero lì ho fatto un bel giro alla basilica della Natività e alle attività in giro. Erano le due, un orario con poca gente in giro; suggestiva la Grotta sotto la basilica, anche qui in condivisione tra cristiani, ortodossi, cattolici, armeni. Siccome giro con la kefiah a turbante c’è chi mi chiama: allora sei dei nostri! Lì c’è stato il primo che mi ha offerto limonata fresca, che gli ho rifiutato per il ramadan e mi faceva una gran festa. Produzione di souvenir: una sacra famiglia in legno di ulivo, ma con davanti un muro!!!

Terza lettera dalla Palestina

Due giorni intensissimi: rientro a Ramallah, preparandoci al venerdì. Essendo in Ramadan c’è qualche manifestazione in meno, ma io sono nel gruppo che va a Nabi Saleh, il paese che è in questo momento il clou dell’azione; prendiamo posizione molto presto (alle otto siamo là), perché quasi sempre tra le nove e le dieci mettono un posto di blocco per impedire agli internazionali di accedere al paese a dare manforte. Questo paese è in cima ad una collina bellissima, con panorami sugli uliveti intorno e su alcune colline boscose. Ma purtroppo sulla collina di fronte hanno insediato uno dei villaggi illegali (per lo meno illegali per l’ONU), e da lì parte l’odio e la brama di prendersi anche questo villaggio.

Al mattino ci riuniamo prima in una casa del paese per un caffè, poi in un’altra casa per un the; poi sotto un gelso bianco enorme, comincia l’assembramento; direi che alla fine tra gente del paese e internazionali (tra i quali c’è anche qualche israeliano) siamo arrivati a un centinaio. Sulla strada c’è chi fa collezione di lacrimogeni già sparati: c’è chi ne tiene un mucchio, chi addirittura li ha appesi come se fosse il bucato, e sono a centinaia! Di solito infatti la battaglia è dentro il paese; ma ieri no.

Le camionette dell’esercito si erano riunite in due posti, ma senza salire al paese; avevano sbagliato i conti, pensando che con il ramadan ci sarebbe stata poca gente? Fatto sta che entriamo nel campo di fronte e i ragazzi del paese si fanno man mano più forti e arrivano fino a qualche decina di metri dall’esercito, e lì partono i lanci di gas lacrimogeni, anche se non particolarmente fitti; poi si vede che sulla collina di fianco si erano preparati un altro po’ di soldati; quindi anche quelli più in basso cominciano a salire; un’altra camionetta si piazza sulla strada all’entrata del paese e comincia qualche lancio di lacrimogeni. I ragazzi del paese ci chiamano per asserragliarci nella casa più alta. Ma a quel punto non si capisce più niente: dei soldati erano già dentro la casa e sparano un lacrimogeno, poi cercano di uscire, ma fuori c’è una sassaiola; sparano lacrimogeni a caso, più per proteggersi la via di fuga che altro; ne ho visto inciampare e cadere uno con una faccia spaventatissima; con tutte le loro armi non sapevano che fare… Per una volta  siamo rimasti noi padroni del paese! Qualcuno voleva inseguire i soldati, ma c’era una debolezza da ramadan.

Ora alcune considerazioni: come si fa a mettere in mano delle armi sofisticate a dei ragazzini sprovveduti? Cosa non potrebbe succedere se sbagliano più di quanto hanno fatto? La settimana scorsa invece c’erano dei riservisti che hanno messo il paese a soqquadro: giornalisti pestati, zaini rovesciati e sempre la minaccia che dobbiamo andarcene, perché loro la fanno diventare zona militare.

Per la sera invece mancavano almeno due nella casa di Sheik Jarrah, per cui ci sono andato; come ho già scritto si cerca di tenerci quattro persone, nel caso che quei pazzi sionisti facciano qualcosa. Una notte dell’ultima settimana hanno tirato secchiate di cacca e piscia sulla tenda dei nostri; ma stanotte è stata tranquilla, a parte le condizioni dove dormiamo (io su un divano sfasciato lungo un metro e 20!). Ma la signora araba ieri ci ha portato salatini e dolcetti fatti in casa: per tutti il ramadan è un periodo per mangiare cose buone. Stamattina invece il più stronzo degli israeliani è uscito a far cagare il cane (un cagnone cattivo) e voleva fargliela fare nel giardinetto dove abbiamo la tenda; mi sono incazzato, per fortuna il cane ha dato retta a me ed è uscito in strada!

Sheik Jarrah è un enorme quartiere a Gerusalemme Est, fatto di palazzoni, compreso quello dell’ONU: qui nel ’48 furono costruite delle case per i rifugiati cacciati da Israele, per cui i palestinesi non sono proprietari e ogni scusa per buttarli fuori è buona; se una casa viene lasciata vuota, anche solo per andare a trovare amici, viene occupata dai sionisti che sembrano in giro come se fossero a caccia.

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