Lezione di vigliaccheria dei giudici israeliani sul poligono 918 dell’esercito

REDAZIONE 10 SETTEMBRE 2013

 A Bedouin boy rides a donkey near a sign in a West Bank village, near the border with Jordan

“Pericolo. Area di Tiro. Ingresso vietato”

di Amira Hass – 10 settembre 2013

 

Il poeta israeliano Haim Gouri l’aula in stile chiesa ancor prima che avesse inizio l’udienza per la quale era venuto lunedì scorso. Invece che da un Gesù crocefisso, la parete era decorata da una menorah, il simbolo dello Stato d’Israele.

Nella tribuna sopraelevata sedevano il presidente della Corte Suprema di Giustizia Asher Grunis e i giudici Hanan Melcer e Daphne Barak-Erez. Avevano trattato tre petizioni prima di iniziare a occuparsi della patata bollente del Poligono di Tiro 918. Come Gouri, altri aspiranti osservatori che erano arrivati alle undici e trenta del mattino, quando doveva iniziare l’udienza, l’hanno lasciata prima di quando effettivamente iniziasse, due ore e mezza dopo. Nel farlo si sono persi la lezione di vigliaccheria esibita dai giudici.

I banchi di legno della semi-cattedrale erano occupati tutti e i giudici presumibilmente sapevano che la maggior parte delle persone del pubblico era venuta per ascoltare la loro sentenza sulla petizione contro la pretesa dello stato che mille persone fossero evacuate dalle loro case nella West Bank per consentire all’esercito israelianodi addestrarsi nei circa 26.000 dunam di terra [circa 2.600 ettari] nelle colline meridionali di Hebron.(Si tratta di parte dei 9,5 milioni di dunam di terra [circa 9.500 chilometri quadrati] di terra che l’esercito giù utilizza come zone di addestramento, 6,5 milioni dei quali [6.500 chilometri quadrati dei quali sono nel Negev e un milione di dunam [circa 1.000 chilometri quadrati] sono nella West Bank – circa un quinto dell’intero territorio).

In prima fila sedevano alcuni arci-ispettori dell’Amministrazione Civile. Nelle file centrali, indossando kefiah bianche, c’erano venti dei 252 appellanti che tentavano di liberarsi del poligono di tiro. Sono rimasti al loro posto per tutte le ore che ci sono volute prime che arrivasse il loro turno: diritti, silenziosi e attenti, anche se la maggior parte di loro non conosceva l’ebraico. Gli altri erano principalmente attivisti israeliani e diplomatici europei.

Il concetto di “sofferenza” o, per dirlo più eufemisticamente, di “problema umanitario”, soffre esso stesso di un eccesso di attenzione nei folclori nazionali, nei media e presso le ONG. Ilil Amir, l’avvocato che gestisce la causa nell’interesse dello stato, ha affermato che lei e i suoi colleghi dell’ufficio del pubblico ministero, Itzchak Barth e Aner Helman, vedono chiaramente “difficoltà umanitarie nella situazione oggi esistente”. In altre parole lei sta dicendo che siamo gente compassionevole che non è diventata insensibile alla sofferenza. Ma “sofferenza” e “difficoltà umanitarie” sono concetti che rientrano nella categoria dei disastri naturali, delle cause di forza maggiore, della sfortuna, della miseria soggettiva; qualcosa di accidentale, individuale, non determinato da interessi o intenzioni.

Una petizione di 24 autori israeliani contro l’evacuazione fa anch’essa riferimento alla sofferenza. Quel documento, tuttavia, cita invece una causa diretta della “sofferenza” dei 252 appellanti alla Corte Suprema e delle loro famiglie: “In questi anni hanno sofferto incessanti abusi da parte dell’esercito e dei coloni. Le loro case sono state demolite in continuazione, le loro cisterne sono state bloccate e i loro raccolti distrutti … Sono minacciati di evacuazione immediata dai loro villaggi. Vivono in questo modo in costante paura, inermi di fronte a un potere sfrenato che sta facendo tutto quanto in suo potere per sradicarli dal luogo in cui vivono da centinaia di anni.”

I giudici hanno deciso di non costringere i pubblici ministeri statali ad affrontare i fatti o le tesi di principio presentate dagli appellanti. Ad esempio, la corte non ha costretto lo stato ad affrontare il punto affermato da Tamar Feldman, un legale dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele, e cioè che il geologo e geografo Nathan Shalem aveva incontrato questi villaggi di contadini e pastori negli anni ’30, anche se lo stato afferma che quest’area era un poligono di tiro prima di diventare residenza permanente degli appellanti. Né la corte ha obbligato lo stato ad affrontare la tesi che i rapporti dell’Amministrazione Civile sulle ripetute demolizioni di cisterne e di tende dimostrano come la gente che vive in quei luoghi sia attaccata alle proprie case e alla propria terra, e continui a tornare, nonostante la persecuzione.

La richiesta che lo stato riveli che cosa ci sia di così importante in questi 26.000 dunam di terra da giustificare l’evacuazione è stata elusa. I giudici sono corsi in aiuto dei procuratori dello stato e li hanno esonerati dal dover rispondere alle tesi degli appellanti che la posizione dello stato contiene numerose falsità, ad esempio la contestazione che “nessun danno è stato causato” nel corso delle esercitazioni che hanno avuto luogo nell’area (e che perciò alle esercitazioni dovrebbe essere consentito di proseguire e gli appellanti dovrebbero accedere alla loro terra solo nei fine settimana e per due mesi l’anno, come da suggerimento dello stato).

Shlomo Lecker, l’altro avvocato rappresentante gli appellanti, ha depositato personalmente quattro richieste di danni per conto di residenti gravemente feriti nel corso di esercitazioni a fuoco nell’area è ha ottenuto un risarcimento di due milioni di shekel [circa 420.000 euro].

“Questo caso è speciale”, ha affermato Grunis. Ma la questione è che le cose non stanno così; ci sono un mucchio di altre comunità palestinesi che Israele ha in progetto di evacuare. La sola cosa che è speciale in questo caso che il tumulto internazionale suscitato dagli attivisti israeliani di gruppi per i diritti, come Ta’ayush, Rabbini per i Diritti Umani, Rompere il Silenzio e l’Associazione per i Diritti Civili in Israele. I giudici hanno dimostrato in continuazione di temere la questione fondamentale sollevata da Leker e che si applica non solo a questo caso: come sia possibile, dopo quarant’anni di un regime di occupazione, continuare ad affidarsi alla legge militare, che dovrebbe essere temporanea, e a utilizzarla per giustificare l’incomprensibile divario, il baratro malvagio e criminale tra il modo in cui lo stato tratta gli ebrei e il modo in cui tratta i palestinesi.

Per giungere a una conclusione su questo caso la Corte Suprema deve prendere una posizione: schierarsi con l’esercito, con il suo controllo dittatoriale sui palestinesi e con il suo piano di evacuazione, o opporvisi. Non ci sono vie di mezzo.

“Val la pena di pensare a soluzioni e percorsi creativi”, ha affermato Grunis. Perciò ha proposto una mediazione, anche se un tentativo di mediazione è fallito nel 2004-2005, quando lo stato ha offerto 200 miseri dunam di terra [circa 20 ettari] in prossimità della cittadina di Yatta, nella West Bank, in cambio del poligono di tiro. La mediazione crea l’illusione che questa sia semplicemente una disputa civile, una questione privata a proposito di una terra “controversa”; nell’ambito di questa illusione entrambe le parti hanno un potere uguale e uguali risorse e qualsiasi vantaggio o danno che potrebbe determinarsi interesserebbe entrambe la parti in misura analoga.

Quale che sia l’esito della mediazione, questa giuria ha già trovato la sua personale via di scampo.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:  http://www.zcommunications.org/a-lesson-in-cowardice-at-the-idfs-firing-zone-918-by-amira-hass.html

Originale: Haaretz

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

http://znetitaly.altervista.org/art/12279

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