LEZIONI DI VITA E MORTE DAL SAHEL – di Mauro Armanino

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tratto da: https://comune-info.net/lezioni-di-vita-e-di-morte-dal-sahel/

Mauro Armanino  27 Ottobre 2020

Dal primo gennaio ai primi giorni di ottobre nel Niger la malaria, secondo le troppo caute stime ufficiali, ha ucciso circa 2500 persone, 35 volte più del Covid. Nei paesi del mondo dove non si è schiacciati dalla pressione del circo mediatico si vive ancora consapevolmente la naturale fragilità della vita, la sabbia e il soffio del vento accompagnano il viaggio nella quotidiana provvisorietà dell’essere nel mondo. Non si ha paura di vivere la vita come gratuita e inestimabile occasione per camminare assieme. Nell’Occidente una volta ritenuto “cristiano”, scrive Mauro Armanino, emigrato nella lontana Niamey, la morte viene invece sempre più censurata, non è più un fatto sociale come la vita. Si muore come si è vissuto, clandestinamente e in corrispondenza con le ideologie dominanti, basate sul consumo e l’effimero della pubblicità. Nella parte di mondo si ritiene in diritto di saccheggiare e dominare l’intero pianeta, la morte torna a farsi viva sugli schermi televisivi o delle reti sociali quando è spettacolo. Guerre, assalti, attentati, fatti diversi o bollettini medici nei quali la morte è pura statistica per decidere le prossime misure di contenimento dei contagi legati alle epidemie che assediano la civiltà

Particolare della Fucilazione del Principe Pio, il quadro con cui Francisco Goya denunciava la barbarie della guerra. André Malraux arrivò a sostenere che con questa opera nasce la pittura contemporanea.

Nell’Occidente una volta supposto ‘cristiano’ abbiamo censurato la morte. Arriva come un impiccio, un accidente di percorso, una colpevolezza non contemplata dal programma, un errore di calcolo. E allora si muore di nascosto e né le campane né le veglie funebri nelle case trovano lo spazio di un tempo, quando la morte era un fatto sociale, come la vita. Si muore all’ospedale, spesso nell’isolamento e l’obitorio degli ospedali di ultima generazione è quasi invisibile, come uno sgorbio operato sulle strutture architettoniche di ultima generazione. Si muore come si è vissuto, clandestinamente e in corrispondenza con le ideologie dominanti, basate sul consumo e l’effimero della pubblicità. La morte torna a farsi viva sugli schermi televisivi o delle reti sociali quando è spettacolo. Guerre, assalti, attentati, fatti diversi o bollettini medici nei quali la morte è pura statistica per decidere le prossime misure di contenimento dei contagi legati alle epidemie che assediano la civiltà. I cortei funebri, la precarietà della vita e i cimiteri con i loro simboli, cercavano comunque di dare un senso all’ultimo tramo e transito della vita. Unico, personale e decisivo, nel quale la solitudine della propria morte, inevitabile, mette a nudo la fragilità che era rimasta nascosta, come in agguato, durante tutta la vita. In fondo la morte è il grande momento di verità della vita.

Nel Niger la malaria, ossia il paludismo, ha ucciso, secondo le statistiche probabilmente politicamente lontane dalla realtà, circa 2 500 persone dal primo gennaio al 7 ottobre di quest’anno. Un aumento del 30 per cento rispetto all’anno scorso dove le persone che hanno perso la vita sono state 1930. Questo significa che questa malattia ha ucciso 35 volte di più della quotata e commentata Covid 19. Tutta una questione di notorietà e di messa in scena perché morire di meningite, malaria, diarrea, parto e fame è molto meno importante che morire di Coronavirus, dove a morire sono soprattutto gli occidentali. Qui da noi la vita e morte nascono assieme ed è solo la buona volontà degli antenati e di altri intermediari di Dio che si mettono d’accordo ogni giorno sul da farsi. Sappiamo della naturale fragilità della vita, sabbia e soffio e vento e viaggio nella quotidiana provvisorietà dell’essere nel mondo. Tutto qui, in genere, si prepara all’ultimo momento perché c’è qualcosa che può accadere all’improvviso. Una visita, una malattia inattesa, un ritorno insperato, la corrente elettrica che sparisce, il taxi che non arriva e l’appuntamento dimenticato per inavvertenza. La vita è fragile precaria, effimera, sfuggevole, distratta, affaccendata dalla ricerca del cibo, della salute e del lavoro anch’esso giornaliero. Da noi si sa ancora morire senza vergogna.

Niger. Immagine tratta da https://www.flickr.com

C’è stato il coprifuoco, il divieto delle preghiere in comune, l’obbligo delle maschere al coperto e all’aperto, il blocco delle frontiere aeree e terrestri, corsi di perfezionamento nella gestione dell’epidemia, fondi per aiutare l’economia e proposte per annullare il debito. Nulla di tutto questo è stato seriamente seguito per più di qualche giorno, per mancanza di fede nella malattia, noncuranza, impreparazione e soprattutto perché, come la gente diceva, non abbiamo mai visto la famosa Covid passeggiare sulle strade. Talmente vero che la malattia in questione, vistasi messa in disparte e delusa da questa mancanza di considerazione, ha pensato di ritirarsi in buon ordine malgrado gli appelli a restare per avere altri FONDI COVID da gestire. In cambio ci sono state le inondazioni, gli attacchi terroristi, le carestie e le prossime elezioni presidenziali ad accaparrare le prime pagine dei giornali che nessuno legge. Ciò che si evince da tutto ciò è che nel Sahel sappiamo morire con dignità perché non abbiamo paura di vivere la vita come gratuita e inestimabile occasione per camminare assieme. La perdita dei legami sociali è il vero dramma dell’Occidente e della parte del mondo che cerca di imitarlo nella sua perdizione. Solo questo fattore rende sia la vita che la morte entrambi inesplicabili. Vivere significa con-vivere e solo perché siamo assieme possiamo attraversare la vita traghettando la morte come un passeggero tra gli altri. Nessuno libera nessuno, ci si libera assieme e in comunione, insegnava Paulo Freire.

   Niamey, 25 ottobre 2020

 

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