LIBANO, LO SHOW DI HARIRI – di Fulvio Scaglione

di Fulvio Scaglione |  23 novembre 2017

 

Una cosa – l’unica, peraltro – è certa. Saad al-Hariri, il primo ministro del Libano, ha montato uno show d’eccezione. È scappato in Arabia Saudita, da lì ha dato le dimissioni dicendo di sentirsi in pericolo di vita, ha fatto un giro del Mediterraneo ed è, infine, tornato in patria, giusto in tempo per sfilare con le massime autorità e tra due ali di folla nella Festa dell’Indipendenza, facendo capire che a questo punto le dimissioni potrebbero benissimo essere ritirate.

Il senso profondo di tutto questo, con ogni probabilità, è noto solo a lui e a pochi altri privilegiati. Per esempio, a Mohammad bin Salman (MbS), giovane figlio di re Salman dell’Arabia Saudita, erede al trono e vero uomo forte del regno. Vista da fuori, la sceneggiata offre una conferma: il Libano, purtroppo per i libanesi, sta diventando il terreno dove si giocherà la rivincita della partita che le monarchie sunnite (più gli Stati Uniti) hanno perso in Siria nei confronti dell’alleanza sciita costituita da Assad, l’Iran, Hezbollah (più la Russia).

Pur tra mille problemi, per primo sono gli oltre un milione di rifugiati siriani sunniti che ancora vivono in una dozzina di campi d’accoglienza, il Libano stava vivendo una stagione non banale di riordino istituzionale. Il Paese si era dato un presidente, Michel Aoun, dopo due anni di vuoto, aveva approvato la legge di bilancio dopo dieci anni di esercizi provvisori, era riuscito ad approvare una nuova legge elettorale. Tanta roba, come si dice. Roba che tornava a profitto degli sciiti di Hezbollah, presenti nel governo di unità nazionale presieduto dal sunnita Hariri, ma senza dubbio titolari di azioni assai più «pesanti» delle sue.

Così Hariri ha sparigliato le carte, fuggendo, dimettendosi e tornando in due settimane, prima che Hezbollahpotesse accreditarsi come figura ad alto tasso di responsabilità istituzionale. Hariri, però, non ha fatto tutto questo da solo. Si sente lontano un miglio odore di sauditi e israeliani (ormai grandi amici, tanto che MbS ha fatto di recente una visita a Tel Aviv, segreta ma opportunamente pubblicizzata), con il beneplacito degli americani. D’altra parte non è che Hezbollah e gli iraniani stiano a guardare. Basta pensare allo Yemen, dove sono attivissimi nel sostegno ai guerriglieri houthi che stanno portando la minaccia ai confini stessi del regno saudita.

Per questo le nubi si stanno accumulando sul Libano, Paese che è reso ancor più infiammabile dalla questione dei rifugiati. Detestati perché ospiti sgraditi, ma graditi dai sunniti locali che li vedono come potenziali alleati. Il problema è che il Libano, oggi, non è solo il Libano: un conflitto finirebbe per coinvolgere in diversa misura anche Siria, Iran, Russia, Arabia Saudita, Francia, Regno Unito e Usa, a star stretti. E la giostra del Medio Oriente farebbe un altro dei suoi tragici giri.

 

 

Libano, lo show di Hariri

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