Libertà di apprendere e dominio coloniale

Le recenti proposte di “boicottaggio” delle Università israeliane per difendere la libertà di insegnamento per i Palestinesi ha suscitato una serie di polemiche, sul fatto che la parola e l’azione del boicottare si possa applicare alla comunicazione scientifica ed alla cultura in generale. E’ quindi importante chiarire il significato politico, ed etico, di quel che si vuol fare per difendere il diritto a libertà di insegnamento ed apprendimento per i Palestinesi nei Territori Occupati ed in Israele stessa. La situazione è tragica, e non da ieri. Nei Territori Occupati (T.O) la frequenza alle Scuole, dalle elementari all’Università, è resa molto difficile ai Palestinesi: scolari sono stati aggrediti dai coloni israeliani (ci sono stati feriti ed anche qualche morto), nell’indifferenza delle “forze dell’ordine” dell’occupante israeliano. Le università palestinesi sono spesso chiuse dalle forze di occupazione, o l’accesso ne è reso molto difficile a studenti e docenti: tanto che gli anni accademici non possono avere andamento regolare.
Qual è l’atteggiamento delle università e degli universitari israeliani riguardo a questa situazione? Solo 403 universitari israeliani, su un totale di oltre 9000 ( circa il 4%!) ha firmato l’appello di 5 loro colleghi per la libertà di insegnamento dei palestinesi (“Academic Freedom for whom”, Lettera a Haaretz), conculcata e pressoché soppressa da Israele, dalla scuola elementare in poi. In Israele, le scuole per cittadini arabi-palestinesi non ebrei sono di qualità molto inferiore e dispongono di mezzi molto più limitati rispetto a quelle per bambini ebrei.
Il comportamento degli universitari in Italia ed in altri Paesi europei è di solito molto ambiguo su questo problema, e si tende a non accennarvi nei contatti con colleghi israeliani. La posizione degli europei scientifici, letterati o operatori di spettacoli culturali di varia natura e levatura, inclusi gli “sportivi” (termine che comprende soprattutto i tifosi del calcio e gli impresari dello sport) è determinata soprattutto dai loro interessi, nel senso lato del termine. Anche gli universitari italiani che non hanno interessi di collaborazioni o affaristici con le università israeliane hanno amici e colleghi israeliani con i quali hanno magari condiviso per decenni discussioni su appassionanti argomenti di fisica, biologia o chimica, mentre non hanno probabilmente neanche un conoscente scientifico palestinese. E’anche vero che il mondo islamico, dopo le grandi conquiste della matematica e dell’astronomia arabe del periodo medioevale, si è tagliato fuori dal progresso del sapere scientifico che si è sviluppato in Europa, dal Rinascimento in poi. Lo studio delle cause di questo è certo interessante, e meriterebbe ampia trattazione. Resta che i Palestinesi sono in condizioni di forte inferiorità per tutto ciò che riguarda ricerca scientifica e le applicazioni che ne derivano: ma è questa una buona ragione per chiudere le loro Scuole ed Università? Gli israeliani si sono resi colpevoli di questo crimine, che prosegue da decenni in Israele e nei Territori Occupati. Pensano di distruggere culturalmente, umanamente e politicamente il popolo di cui hanno conquistato la terra? Viene in mente l’episodio, in “Se Questo E’ Un Uomo”, in cui Primo Levi descrive l’esame di chimica a cui lo ha sottoposto il funzionario-chimico nazista per distruggere la sua persona, umiliandola per toglierle ogni stima di sé stesso, ogni dignità di persona. Gli israeliani ( e non solo i governanti) mettono in pratica collettivamente questo metodo contro i Palestinesi, con un disprezzo che non si può definire altrimenti che razzista. Gli universitari israeliani sono colpevoli di collaborazione, alcuni diretta altri indiretta, in questo delitto, che è dei più gravi. Esistono, per fortuna, onorevolissime eccezioni, che si battono per la difesa dei diritti del popolo palestinese e di quello all’istruzione in particolare. Certo nessuno pensa di boicottare questi nostri colleghi, né gli artisti, cineasti e musicisti che si sono chiaramente schierati per la libertà ed autodeterminazione dei palestinesi.
Occorre che sia detto chiaramente che quando parliamo di boicottaggio delle università israeliane intendiamo combattere questa loro omertà con la politica razzista del loro governo. Non dobbiamo mantenere il dialogo con chi non si dissocia, con parole e azioni, da questa politica: lo manteniamo, e forte, con i gruppi e le persone che, in Israele, si oppongono apertamente a questo stato di cose. Non è possibile una “neutralità” in nome della cultura. Gli universitari israeliani, purtroppo nella loro grande maggioranza, accettano le norme fasciste-razziste del loro governo, non dimostrando alcun dissenso politico né etico, né alcun rispetto per la libertà di cultura dei palestinesi. In Israele, oggi, avvengono cose incredibili per un Paese che vuol essere considerato civile: insieme alla soppressione della libertà di insegnamento ed apprendimento, il governo propone un giuramento di fedeltà allo “Stato Ebraico” ai suoi cittadini non ebrei, e vieta la residenza in Israele e nei Territori Occupati dei loro coniugi non israeliani. A questo neppure il fascismo italiano è mai arrivato.

Giorgio Forti e Paola Canarutto

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