Libia battaglia per i pozzi petroliferi e droni Usa da Sigonella

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Nell’Est la battaglia per i pozzi petroliferi. Si combatte a Ras Lanuf e a Es Sider e nella parte orientale del Paese.
-I terminal petroliferi risorsa e dannazione.
-Partiti dall’Italia 550 attacchi coi droni, tutti ‘autorizzati’ da Roma?

L’Oil crescent fortuna e dannazione

Libia battaglia per i pozzi petroliferi dell’Est, i terminal di Ras Lanuf ed Es Sider, il famoso “oil crescent” da cui parte più del 60 per cento della produzione di greggio del paese. Il tesoro della Libia che la settimana scorsa erano finiti nelle mani di quella che Vincenzo Nigro su Repubblica, definiste «una sorta di armata Brancaleone composta dai soldati di un ex criminale diventato capomilizia, Ibrahim Jadran assieme, sostenuto da uomini armati della sua tribù, i Magharba». Con lui si erano schierati miliziani delle Benghazi Defense Brigade, una coalizione di ex jihadisti fra cui ex di ‘Ansar Al Sharia’, e altri gruppi criminali/tribali.

Dopo giorni di bombardamenti aerei e di combattimenti, gli uomini del generale Khalifa Haftar che controlla quasi tutta la Cirenaica hanno annunciato di aver ripreso sia Sider che ras Lanuf. «Le forze armate hanno il controllo del porto di Sidra e stanno inseguendo il nemico in direzione ovest», ha annunciato il portavoce del Libyan National Army di Haftar, il generale Al Mismari. I terminal petroliferi sono la risorsa decisiva per lo Stato libico: i proventi della vendita del petrolio vengono versati alla Banca Centrale libica, che li gira poi allo stato, o meglio -sempre Vincenzo Nigro- «Ai 2 governi che rivendicano legittimità in Libia, quello di Fayez Serraj e quello del premier parallelo Al Thinni a Bengasi». Al Thinni ‘cappello’ politico del generale del generale Khalifa Haftar.

Dall’Italia 550 attacchi coi droni

Sempre da Repubblica la rivelazione di 550 missioni di attacco attraverso droni sulla Libia dal 2011 a oggi. Azioni Usa quasi tutte partite dal territorio italiano, Sigonella, Sicilia. Più di tutte le altre -precisano- lanciate con i Predator nel resto del mondo. Dopo la caduta di Gheddafi le operazioni si no interrotte e comunque lanciate assai di rado fino al 2016, quando l’allora presidente Obama decise di utilizzare i Predator per colpire le postazioni dell’Isis nel Paese nordafricano, e in particolare nella regione di Sirte. Tra agosto e dicembre di quell’anno, complessivamente gli Usa hanno lanciato 495 attacchi, per la maggior parte in questo caso condotti da un altro tipo di drone, il Reaper, e migliaia sono stati i missili scaricati sugli obiettivi.

Gli attacchi sono stati guidati dalla base di Creech nel deserto del Nevada, ma i velivoli sono decollati anche in questo caso per la maggior parte da Sigonella, in Sicilia. Gli accordi bilaterali tra Roma e Washington che regolano le azioni dei droni dal nostro Paese sono segreti. La senatrice Roberta Pinotti, ministra della Difesa dal 2014 allo scorso primo giugno, si è limitata a precisare: «Come ho dichiarato in Parlamento, il governo ha autorizzato di volta in volta le richieste americane di usare la base di Sigonella per compiere attacchi con droni contro obiettivi terroristici in Libia e per l’ operazione del 2016 contro l’Isis a Sirte. Non sono mai stati segnalati danni collaterali né vittime civili». Tutti ‘autorizzati’ da Roma quegli attacchi? A volerci credere.

 

Libia battaglia per i pozzi petroliferi e droni Usa da Sigonella

https://www.remocontro.it/2018/06/22/libia-battaglia-per-i-pozzi-petroliferi-e-droni-usa-da-sigonella/

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