LIBIA. BIJA TORNA LIBERO, TRA MISTERI E RICATTI – di Nello Scavo

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tratto da: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/bija-torna-libero-e-promosso

Nello Scavo martedì 13 aprile 2021

Il guardacoste-trafficante rilasciato e promosso al grado di maggiore della guardia costiera. Le foto inedite da turista durante il viaggio segreto in Italia nel 2017

Bija torna libero, tra misteri e ricatti

Prima ancora di venire scarcerato, il comandante Bija aveva già incassato la promozione al grado di maggiore della guardia costiera libica. E domenica, come oramai appariva scontato, Abdurhaman al-Milad è tornato trionfalmente per le strade di Zawyah, in un tripudio di abbracci, auto in corteo, danze e lodi ad Allah. Immagini che ricordano quelle successive al viaggio segreto in Italia, nel maggio 2017, del quale pubblichiamo nuove foto.

Riabilitato con tanto di firma del procuratore generale di Tripoli, ora molti si interrogano sul futuro del guardacoste indicato dagli ispettori Onu alla testa del traffico di petrolio, armi ed esseri umani nel potente “mandamento” di Zawyah. Lì il capo dei capi è Mohamed Kachlav, anch’egli come Bija inserito nella lista nera di Onu, Unione Europea e Dipartimento di Stato Usa. Domenica Kachlav è apparso in quasi tutte le foto del redivivo al-Milad, a segnare l’inossidabile alleanza tra le tante famiglie della milizia, gestita secondo uno schema che prende a prestito l’organizzazione e i legami politici di Cosa nostra siciliana e l’apparente anarchia sul campo delle paranze di Scampia. “Come se da noi la camorra fosse riconosciuta ufficialmente e si affiancasse apertamente alle istituzioni governative”, sintetizza da Roma un ammiraglio di lungo corso che mal sopporta i colleghi di Tripoli.

Sei mesi di carcere, per quella che da subito era apparsa come una consegna concordata, sono serviti a ripulire la fedina penale del poco più che trentenne Abduraman e accrescere il suo carisma tra i miliziani di al-Nasr, il clan pagato per sorvegliare la raffineria di Zawyah, il porto petrolifero di cui Bija è stato il supervisore, e il campo di prigionia ufficiale diretto dal cugino Osama, descritto dai magistrati italiani come “il peggiore” di tutti i torturatori finora identificati. Tre scagnozzi nordafricani di Osama un anno fa sono stati condannati a 20 anni di carcere ciascuno dal Tribunale di Messina.

Doveva rispondere dell’accusa di traffico di esseri umani e contrabbando di petrolio. Ma la procura lo ha rilasciato per mancanza di prove. “Le prove sono in fondo al Mar Mediterraneo e in molti Paesi europei”, ha reagito Vincent Cochetel, inviato speciale dell’alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr-Acrnur)

Accanto a Bija per il gran ritorno nel feudo di al-Nasr c’erano proprio il cugino posto a guardia dei migranti e il capoclan messo a guardia del petrolio (nella foto sopra Kachlaf è alla sinistra di Bija). Un messaggio lanciato per mostrare che il gruppo è compatto e che con tutti loro bisogna tornare a trattare come un tempo se si vuole continuare a fermare le partenze di barconi, senza troppo pretendere in tema di diritti umani. Meno di due settimane fa gli ispettori delle Nazioni Unite avevano fra l’altro scritto che proprio nel campo di prigionia di Zawyah, “il suo direttore de facto, Osama al-Kuni Ibrahim (nell’immagine seguente è l’uomo in basso a destra, ndr), ha commesso diverse violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani”. Ed è lì che finiscono i migranti intercettati dalle motovedette fornite dall’Italia, che finora si è sobbarcata oltre 800milioni di euro per tenere in piedi le milizie del mare.

A ottenere nell’ottobre scorso l’arresto di Bija era stato il ministro dell’Interno Fathi Bashaga, che nelle scorse settimana ha denunciato un attentato da parte delle milizie di Zawyah. I misteri di Bija non sono pochi. E non sono neanche pochi quanti in Italia temono che possa vuotare il sacco. Ricatti incrociati che il miliziano guardacoste ha saputo fino ad ora padroneggiare. La settimana scorsa il premier Mario Draghi aveva elogiato l’operato della cosiddetta guardia costiera libica. Ma dopo avere creato imbarazzo ai governi Conte e Gentiloni, al-Milad ora riesce a fare altrettanto con l’esecutivo Draghi, che presto dovrà rifinanziare proprio i guardacoste tripolini.

Tra i suoi mentori era indicato anche l’ammiraglio Qassim, a lungo portavoce della guardia costiera e poi defenestrato. Proprio in presenza di Qassim nell’ottobre del 2019 il comandante al-Milad aveva rilasciato una clamorosa intervista a Francesca Mannocchi, nella quale commentava le rivelazioni di “Avvenire” a proposito del suo ancora non chiarito viaggio in Italia. Pochi giorni prima Bija non aveva mancato di minacciare, oltre ad Avvenire, la giornalista Nancy Porsia. Proprio mentre la delegazione libica di cui faceva parte Bija veniva accompagnata a una serie di incontri ufficiali nel nostro Paese, Porsia veniva intercettata su ordine della procura di Trapani che intanto ascoltava le telefonate di altri reporter impegnati a raccontare i loschi traffici nel Mediterraneo Centrale.

Negli ultimi mesi i fedelissimi del comandante Bija si erano scambiati le foto del viaggio in Italia, alcune delle quali arrivate all’intelligence del nostro Paese. Una casualità, o forse un messaggio. Gli scatti mostrano al-Milad nel maggio 2017 in posa sulla banchina del porto di Catania, oppure al pianoforte in un salone ufficiale a Roma, o in albergo mentre si ritrae dopo lo shopping in centro.

Già dall’aprile 2019 Bija era destinatario di un mandato di cattura della procura di Tripoli. Nonostante questo poté recarsi nella capitale, presso il quartier generale della guardia costiera, per lasciarsi intervistare e rientrare indisturbato a Zawyah. Incontrando Mannocchi, come sempre impomatato e fiero della divisa con i gradi di capitano, affermò che la trattativa per fermare i barconi andava avanti con l’Italia già da un pezzo. Il governo “Conte I”, provò a smentire la ricostruzione di “Avvenire”, sostenendo che Bija fu accolto all’epoca dell’esecutivo Gentiloni perché invitato in Italia dall’Onu, a cui avrebbe fornito un passaporto con dati falsi. Ma le agenzie Onu ribadiscono che la composizione della missione fu negoziata esclusivamente tra Roma e Tripoli.

Sulla vicenda sono state presentate oltre una dozzina di interrogazioni parlamentari.. Solo tre hanno ottenuto nient’altro che qualche sommaria risposta.

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