Libia. CHI SONO GLI SCHIAVISTI: TORTURANO E UCCIDONO MIGRANTI NEI CENTRI DI DETENZIONE

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tratto da: Avvenire.it

Paolo Lambruschi mercoledì 8 gennaio 2020

Si muovono nei centri, uccidono i migranti senza pietà e ai loro ordini hanno altri uomini senza scrupoli. Sono già stati segnalati alla Corte penale internazionale de l’Aja. Catturarli è impossibile

Da sinistra, Kelifa: potente boss del traffico di esseri umani, comanda sulla costa e anche nella città libica di Sebha. Capace di uccidere senza pietà chi non paga o di rivendere ad altri trafficanti centinaia di persone anche se hanno pagato Mebratu Medhane, trafficante eritreo della banda di Kelifa opera a Tripoli e gestisce le partenze degli scafi. Hamid, luogotenente fidato di Kelifa. Di lui si sa poco, solo che è libico e senza scrupoli e sta nella banda di Kelifa da poco.

I torturatori dei migranti in alcuni lager libici, sotto il controllo delle autorità, hanno ora un nome e un volto. Riconosciuti spesso sui social e segnalati dalle stesse vittime ad attivisti e giornalisti. Nomi e volti dei boia già segnalati alla Corte penale internazionale dell’Aja perché se la situazione caotica e il conflitto impediscono al momento di acciuffarli, la vicenda del torturatore somalo di Bani Walid, Osman Matammud fa scuola. Arrestato a Milano nell’hub di via Sammartini nel 2017 grazie alle testimonianze delle vittime che se l’erano trovato di fronte dopo averlo visto infliggere stupri, abusi e torture e averlo visto uccidere molte persone, nell’ottobre 2017 è stato condannato in primo grado all’ergastolo.


Vengono riconosciuti sui social e indicati dalle loro stesse vittime ad attivisti e giornalisti. Ecco come funziona il mercato di morte che loro governano.
Un precedente di cattura c’è: è quello di Osman Matammud, arrestato a Milano nel 2017 e condannato all’ergastolo


Schiavisti e criminali

Chi riesce a partire da Tripoli deve pagare un noto boss libico. Si chiama Kelifa, è potente, comanda sulla costa e anche a Sebha, città a sud. Capace di uccidere senza pietà chi non paga o di rivendere ad altri trafficanti centinaia di persone anche se hanno pagato. Ai suoi ordini ha criminali e stupratori di varie nazionalità. Come il libico Hamid, i kapò eritrei Mebratu Medhane e il sudanese Assad. Sono loro i protagonisti di molti racconti dell’orrore dei migranti. E, come i Katchlaf e i Bija, sono le guardie del confine esternalizzato europeo profumatamente pagate da Bruxelles e Roma. Bani Walid è in mano alle milizie, poi ci sono i centri ufficiali, dove si stima siano prigioniere almeno 6mila persone.

Dal 2015 l’Ue ha investito 408 milioni in Libia per i migranti con l’Eu Emergency Trust Fund for Africa per Msf. Quasi la metà andrebbe alla protezione di migranti e rifugiati attraverso Acnur e Iom le quali, però, hanno poca voce in capitolo nel Paese. A Zawiyah, ultimamente teatro di attacchi aerei e di scontri tra le forze del generale Haftar e le milizie fedeli al governo tripolino e di attacchi aerei per la conquista della raffineria di petrolio, dall’autunno dal 2015 è stato aperto il centro di detenzione del battaglione Al Nasr.

Il traffico di esseri umani

Il territorio è controllato da Mohammed Kachlaf, che nonostante sia stato colpito dalle sanzioni Onu per la sua attività di trafficante di esseri umani, è il numero due dell’unità di polizia che contrasta l’immigrazione irregolare (Dcim) e attraverso il suo braccio destro Abdul Rhaman Milad, il famigerato Bija, controlla la guardia costiera largamente sovvenzionata da Roma. Da qui, una quarantina di 40 chilometri a ovest di Tripoli, avvengono le partenze di barconi e gommoni. E qui vengono riportati i migranti catturati in mare. Dunque all’Italia e all’Europa la situazione è nota. Meno noto è quanto accade nel centro. Le testimonianze dei profughi ancora detenuti e dei fuoriusciti parlano sempre di armi, artiglieria pesante e munizioni tenute nei magazzini accanto ai detenuti. Acqua e cibo scarseggiano nei due hangar accessibili alle organizzazioni umanitarie. Nel primo sono prigionieri gli eritrei regolarmente registrati dall’Acnur e provenienti da un altro centro e in attesa di venire evacuati. Nel secondo sono detenuti donne e bambini, il terzo è inaccessibile. Qui c’è la sala delle torture per gli sventurati ‘salvati’ in mare dalla guardia costiera libica, soprattutto africani subsahariani. Dopo aver pagato i trafficanti per partire, le famiglie devono pagare un riscatto per far cessare le torture. Il direttore della polizia di Zawiyah, Osama, è anche direttore della Guardia costiera. I profughi che sono passati nel blocco chiuso accusano due persone, uno egiziano e l’altro, libico, che hanno lo stesso nome: Mohammed. Dagli altri hangar ogni giorno i detenuti sentono urla e pianti delle vittime.

Nuove denunce dei profughi

I profughi denunciano la situazione sanitaria e logistica grave nel centro governativo di Zintan, dove i prigionieri non stanno ricevendo abiti pesanti e aiuti da un mese e mezzo, dopo che ai primi di dicembre era scoppiato un incendio che ha distrutto un hangar lasciando molte persone senza tetto. Le stanze e il sistema elettrico sono stati riparati dall’equipe di Medici senza frontiere. Ci sono molti casi di tubercolosi e una tensione alta tra chi è stato registrato nel 2017 e non viene evacuato. Negli ultimi tre mesi sono state evacuate dall’Unhcr solo 11 persone su 23 intervistate. Del resto i reinsediamenti e i rimpatri volontari vanno a rilento. Usa e Ue non vogliono i profughi. Il centro Gdf (Gathering and Departure Facility) del ministero dell’Interno di Tripoli per le persone vulnerabili in attesa di ricollocamento gestito dall’Unhcr scoppia da luglio, quando il conflitto in Libia è peggiorato. Ci sono circa 900 persone in più, tra cui alcune rilasciate dalla detenzione e altre provenienti dalle aree urbane che si sono introdotte. L’Agenzia Onu ha proposto loro assistenza in denaro, aiuti di base, assistenza sanitaria di base e 240 persone hanno finora preso questo pacchetto e lasciato il Gdf. Ci sarebbero 45 malati di Tbc . Il 2 gennaio scorso tre colpi di mortaio hanno sfiorato il centro. Infine a Sebha, sud est di Tripoli, manca l’acqua potabile e non vengono distribuiti i viveri e la polizia ha aperto addirittura un piccolo spaccio dove i migranti sono costretti a comperare il cibo a prezzi esorbitanti. Pochi possono permettersi di pagare. Oltre a fame e sete i prigionieri sono terrorizzati dalla guerra. Anche qui sono stati sparati colpi di mortaio. E chi fugge rischia di finire nelle braccia della gang di Kelifa.

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