LIBRI. “La nostra cruda logica”. 145 testimonianze di chi ha rotto il silenzio

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13 ott 2016

In italiano, pubblicato da Donzelli Editore, il libro dell’organizzazione israeliana Breaking the Silence con i racconti dei soldati su quanto accade ogni giorno nei Territori occupati

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di Valeria Cagnazzo

Roma, 13 ottobre 2016, Nena News – “Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era normale, né demoniaco né mostruoso”, scriveva Hannah Arendt, inviata per il New Yorker ad assistere al processo del nazista Eichmann a Gerusalemme nel 1961, ne “La banalità del male”. Di una normalizzazione della violenza e dell’orrore nella Palestina occupata, nelle colonie e in particolare ad Hebron, parla anche “La nostra cruda logica” (“Our Harsh Logic” il titolo originale), libro a cura dell’ong israeliana “Breaking The Silence”, pubblicato in Italia per Donzelli Editore e presentato il 2 ottobre a Ferrara nell’ambito del Festival del giornale Internazionale, alla presenza di Alessandro Portelli, docente di letteratura anglo-americana presso l’Università La Sapienza di Roma e  curatore dell’edizione italiana, e di Amira Hass, giornalista israeliana nei Territori occupati per Haaretz.

Il libro è una selezione di 145 testimonianze tra le centinaia raccolte dall’organizzazione tra il 2000 e il 2010 da oltre 1.000 soldati israeliani che hanno operato nei diversi ranghi dell’esercito in Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme Est. “Breaking The Silence” nasce ufficialmente nel marzo del 2004, durante la Seconda Intifada, per radunare al suo interno Israeliani che, dopo aver prestato servizio nell’IDF (Israeli Defense Force), uscivano stravolti dalle azioni brutali e gratuitamente umilianti che erano stati indotti a compiere nei confronti della popolazione palestinese e sentivano l’esigenza di denunciarle pubblicamente. Due sono gli obiettivi principali dell’organizzazione secondo Yehuda Shaul, fondatore dell’ong insieme ad Avichai Sharon e Noam Chayut : raccogliere le testimonianze degli ex militari, verificandole e confrontandole con i reports di altre organizzazioni per i diritti umani per poi pubblicarle, e utilizzare la loro esperienza come “mezzo di educazione”, per supportare i soldati di leva, per esempio, privi durante il servizio militare della possibilità di comunicare all’esterno il disagio e la frustrazione derivanti dalle esperienze vissute, e informare i civili israeliani e gli internazionali attraverso conferenze, eventi pubblici e privati, tours di Hebron e delle colline a sud della città.

Yehuda, 34 anni, sandali e kippah, che per primo ha ricoperto il ruolo di direttore esecutivo dell’organizzazione, ha servito nell’esercito tra il 2001 e il 2004, nel 50esimo battaglione dell’unità Nachal di stanza ad Hebron. La sua storia è quella di molti dei veterani riuniti nella ong e dei soldati che hanno prestato la loro voce per dare vita a questo testo. Quando serviva ad Hebron, racconta a chi lo incontra nella città, aveva molte domande e dubbi su cosa stesse facendo, ma alla fine della giornata, quando si fa il soldato, dice, si trova sempre un motivo per andare avanti. La routine in certe condizioni può salvare e permette di sopravvivere anche quando gli interrogativi si fanno più impellenti. Per distrarsi, progettava intanto il lavoro che avrebbe fatto da civile, una volta uscito dall’esercito. Finché la sensazione di compiere, in qualità di soldato, qualcosa di estremamente sbagliato non diventò così dolorosa in lui da costringerlo a rompere il silenzio e parlarne con alcuni commilitoni: scoprì che anch’essi condividevano i suoi stessi sentimenti.Crearono così Breaking the Silence, ed ebbero presto modo di constatare con stupore come molti Israeliani fossero ignari di quanto succedeva nei Territori Occupati.

Il loro slogan diventò pertanto: “Portare Hebron a Tel Aviv”, far conoscere quello che Israele faceva in Cisgiordania a chi in Israele viveva. La loro prima mostra nella città israeliana, nel 2004, turbò e sconvolse: non si esponevano immagini di guerra e di sangue, ma scene quotidiane di subdolo terrore e testimonianze fastidiose, in quanto pronunciate da Israeliani, da connazionali, che pur non essendo necessariamente pacifisti, denunciavano l’utilizzo della macchina militare non come mezzo di difesa di Israele ma di attacco, e svelavano per la prima volta agli occhi del pubblico le modalità immorali e disumane attraverso le quali lo Stato portava avanti una vera occupazione militare. Lo scopo era quello di scatenare un dibattito etico all’interno della società israeliana. Le loro storie nel 2012 sono diventate un libro, da quest’anno tradotto anche in italiano.

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 Blitz notturni nelle case dei Palestinesi di Hebron, blocchi interminabili ai checkpoints, gambizzazioni, arresti arbitrari, fino alle turpitudini più bieche come quella di urinare attraverso un tubo sulle galline di un cortile e sulla famiglia palestinese dei loro proprietari o di defecare sui divani delle abitazioni perquisite, i racconti messi insieme nel libro descrivono storie di ordinaria violenza in un inferno così quotidiano da diventare, per chi ne è fautore, quasi “banale”. La vessazione diviene pratica routinaria e monotono impiego. Questo è, secondo Portelli, che della versione italiana ha scritto la prefazione, uno dei principali spunti di riflessione del volume: la normalizzazione del male, la banalizzazione della crudeltà messa in atto per tenere in piedi lo status quo dell’occupazione, in maniera tanto efficace che buona parte dei soldati (e non solo) incastrati tra i suoi ingranaggi arrivano a non prenderne consapevolezza e perdono anzi la capacità di distinguere quanto sia giusto da quanto sia eticamente sbagliato.

La completa estraniazione dei giovani militari da ogni forma di autonomia di giudizio sembra il vero obiettivo delle alte sfere gerarchiche: una burocrazia tante volte kafkiana, gli ordini beffardi dettati dai superiori, mai accompagnati da una spiegazione, un esasperato senso di cameratismo, un odio ingiustificato nei confronti degli arabi ai quali si viene allenati fino a che questo non diventa “abitudine”, arrivano a “intrappolare” i soldati nel loro ruolo di forse consci ma certamente miopi autori di una lenta e quotidiana sevizie attraverso la quale pungolare costantemente il vicino e perpetrare il “male” nella sua ordinarietà. Un giovane soldato arriva a dire della sua esperienza nell’IDF: “Non sono stati commessi grossi crimini contro l’umanità, ma è l’esistenza stessa del posto di blocco che è come un osso continuamente in gola per la popolazione”. Non fatti eclatanti, che stupiscano per la loro efferatezza, ma quotidiani atti che costantemente umiliano, sviliscono, rendono impossibile la vita dei Palestinesi. Da una parte questo fa sì che della “cruda” realtà dell’occupazione e del colonialismo israeliano i media non parlino e gli stessi Israeliani possano essere talvolta, in parte, all’oscuro: da qui la necessità di “rompere il silenzio”; dall’altro, i meccanismi sordi e subdoli attraverso i quali essa si applica e viene conservata, corrodendo lentamente le esistenze dei Palestinesi, contribuiscono a produrre una sorta di alienazione nei soldati poco più che diciottenni  chiamati a compierli, educati sin da piccoli a provare un autentico terrore nei confronti del nemico, uno sconosciuto e potenziale terrorista, e sostenuti dall’impunità e dall’onnipotenza loro concessa sulla sua vita. Su questi due pilastri, terrore e impunità, si fonda, secondo Portelli, la stabilità dell’esercito di Israele, da tutti noto come l’”esercito più morale del mondo”.

Quello che in questi racconti, raccolti in forma orale e poi fedelmente trascritti, colpisce il docente, esperto di storia orale, è la strumentalizzazione del linguaggio, utilizzato per formare le leve e comunicare gli ordini, che attraverso una insidiosa scissione tra significante e significato dei termini arriva a rendere ordinaria la barbarie. Così che, per esempio, il “rastrellamento nelle case” diventa semplicemente “dimostrazione della presenza di Israele”.

 “Dimostrazione” che significa, per esempio, come raccontato da un soldato, lanciare granate in strada alle tre di notte. “Qual era lo scopo?” gli viene chiesto. “Dire “Siamo qui, l’IDF è qui”. In generale, ci dicevano che se qualche terrorista avesse sentito l’IDF nel villaggio, allora sarebbe probabilmente uscito fuori a combattere. Nessuno è mai uscito fuori. Sembra che l’obiettivo fosse solo dimostrare alla popolazione locale che l’IDF era lì, e questa è una politica comune: “L’IDF è qui, nei Territori (Occupati, ndr), e renderemo la vostra vita peggiore fino a che non deciderete di porre fine al terrore”. E aggiunge: “”Sentivamo “boom” e vedevamo le persone svegliarsi. Quando tornavamo alla base ci dicevano “Grande operazione”, ma non capivamo perché. Questo succedeva ogni giorno – lo faceva ogni volta un’unità diversa della compagnia, era semplicemente parte della routine, delle nostre vite”.

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Le storie pubblicate nel libro sono catalogate secondo quattro punti che rappresenterebbero la “logica” attraverso la quale si perpetra l’occupazione. “Prevenire il terrorismo”, il che nella pratica, stando alle voci degli ex militari, significherebbe anche compiere “preventivamente” azioni di istigazione alla violenza nei villaggi palestinesi; “separare le popolazioni”, Palestinesi e Israeliani secondo la linea del ’67 e Palestinesi e coloni, varrebbe a dire assicurare sempre più territorio a questi ultimi; “preservare il tessuto vitale” della società, garantendosi di fatto il controllo su tutto il territorio; “imporre la legge”, che è tuttavia diversa per Palestinesi, sottoposti a quella militare, e Israeliani, sotto il regolare diritto civile.

I racconti si svolgono in buona parte nella Hebron delle “strade sterili”, chiuse agli arabi, come Shuhada Street, principale arteria della città dal 1994 inaccessibile ai veicoli palestinesi e dal 2000 anche ai pedoni, dei negozi abbandonati a causa del blocco, dei tetti utilizzati dagli abitanti per muoversi da una casa all’altra per via del divieto di toccare l’asfalto, dei checkpoints disseminati per la città araba (Hebron è divisa in H1, controllata dall’Autorità Palestinese, e H2, amministrata da Israele) che costringono lavoratori e studenti a una vita a singhiozzo, in cui il tempo impiegato per ogni spostamento è sempre imprevedibile e dipendente dalla durata dei fermi ai quali si sarà sottoposti.

Qui, nell’unica città della Cisgiordania che abbia delle colonie israeliane al suo interno (l’altro caso, analogo ma non paragonabile a questo, è Gerusalemme est, nella quale sempre più abitazioni vengono acquistate e abitate da coloni o momentaneamente occupate da giovani Israeliani durante la preparazione al servizio militare), la banalità del male raggiunge la sua più cocente rappresentazione: non solo per la militarizzazione di ogni suo angolo e il più massiccio numero di soldati, ma anche per la presenza dei coloni più ortodossi, estremisti e violenti che votano la loro vita a tormentare i vicini arabi, antichi residenti di Hebron-Al Khalil (questo il nome arabo), con l’obiettivo di costringerli ad abbandonarla definitivamente e lasciarla, sede sacra della tomba di Abramo, nelle mani degli ebrei. Un elemento, quello del fondamentalismo dei coloni, non trascurabile: come denunciato dai soldati, spesso le azioni dell’IDF nella città sono volte a proteggere i coloni e ad assecondarne, facendosi loro scudo, gli atti di vandalismo nei confronti delle case palestinesi, le provocazioni verbali o fisiche, l’odio fine a se stesso; i militari israeliani devono obbedire tanto agli ordini dei loro superiori quanto all’arroganza di questi civili: in entrambi i casi i comandi sono di norma ingiustificati, nel secondo, in aggiunta, il potere in teoria indebito è legittimato tacitamente e accettato all’unanimità anche dalle alte sfere che ad esso vincolano le proprie decisioni.

Nell’epoca del governo della destra forse più estrema nella storia di Israele, questo gioco di forze tra esercito e coloni, d’altronde, non è che lo specchio e al tempo stesso il braccio della politica del Paese, né sembra lontano dal sentimento comune della società israeliana. “Credo che la maggioranza dei soldati credano in quello che fanno”, afferma Amira Hass, “Credono che ciò che fanno sia giusto, e questo è un sentimento condiviso. Nelle colonie l’esercito ha la funzione di difendere i coloni, ma questo per molti Israeliani è assolutamente normale, perché non erano ancora nemmeno nati quando i Palestinesi erano liberi di muoversi da una città a un’altra, di spostarsi persino in Israele per lavorare”.

 Il libro non assolve i soldati che denunciano le azioni commesse, che peraltro rappresentano un’esigua minoranza dei più che durante e dopo il servizio di leva continuano ad obbedire alla legge del silenzio e a non mettere in discussione le modalità d’azione dell’esercito nel quale hanno servito; né giustifica il loro operato come la risultante dell’estremismo dei coloni e delle scelte del governo. E’ un testo che sconvolge per la sua immediatezza e la sua sincerità. Non parla di Palestina, ma di Israele. Lo fa al di fuori da ogni retorica, con testimonianze “crude”, taglienti, spogliate da ogni intento di restare nel solco del “politicamente corretto”. Gli occhi e le voci sono di Israeliani in divisa, la realtà nuda che essi raccontano, snocciolano in una successione di episodi, sviscerano senza la necessità di apporre commenti morali, è inevitabilmente indenne da qualsiasi accusa di parzialità, lontana da recriminazioni di tendenzioso attivismo. Per questo, come già succede in Israele, la sua lettura potrebbe essere preziosa per scatenare un dibattito all’interno dell’opinione pubblica anche in altri Paesi, e primariamente per smuovere gli indecisi o i fedeli a un certo tipo di narrazioni che si servono, per rappresentare la questione israelo-palestinese, del lessico del terrorismo e della difesa dell’unica democrazia del Medio Oriente, senza mai metterne in luce le insite contraddizioni. E’ un libro che indigna e ferisce chi conosce o ha già percorso le strade fantasma e attraversato i checkpoints, ma è anche una lettura estremamente consigliata a chi ha sempre teso le orecchie ai racconti israeliani: qui, gli Israeliani non si fanno sconti, la violenza con la quale squarciano il silenzio diventa per tutti “una buona occasione”, un nuovo punto di partenza, per smascherare e ridefinire equilibri forse fin troppo vacillanti. Nena News

 

 

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