L’industria delle olive in Palestina

Da secoli gli ulivi fanno parte della tradizione, della cultura e soprattutto dell’economia palestinese. La maggioranza dei contadini palestinesi dipendono quasi completamente dalla coltivazione delle piante di olive che, a sua volta, ha un grosso impatto sul reddito nazionale. 

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(Foto: EAPPI)

Quasi il 45% di terra agricola nei Territori Occupati è coltivata ad ulivi, con almeno 12milioni di alberi, la maggior parte presenti in Cisgiordania. Si stima che in un anno di buona stagione si possono produrre 34,000 tonnellate, l’equivalente di 160-190 milioni di dollari, circa il 15-19% della resa di tutta la produzione agricola. Si capisce che rappresenta una variabile importante all’interno dell’economia palestinese,  poiché l’industria dell’olio d’oliva garantisce all’incirca un quarto del reddito lordo nazionale nel settore agricolo. Approssimativamente il 95% del raccolto è destinato alla produzione di olio del quale, seppure con molte difficoltà, una percentuale molto alta viene esportato in tutto il mondo; il restante 5% di divide tra lavorazione del legno e fabbricazione di saponi.

Mentre molte statistiche affermano che il settore dell’olio d’oliva potrebbe contribuire molto di più sulla sicurezza economica e generare reddito e occupazione, diversi ostacoli ne limitano la produzione. Ad affondare l’economia della Palestina agiscono molti fattori causati dall’occupazione. Terre confiscate; barriere che dividono i campi di lavoro dai contadini; attacchi personali e alle proprietà da parte dei coloni. La piaga dell’occupazione ha effetti devastanti a livello fisico, logistico e amministrativo.

La costruzione del muro, che per il 62,3% è ormai completato, taglia le risorse idriche, isola i contadini dalle loro terre; in un rapporto del 2004 si evince che l’86% delle terre confiscate per costruire il muro erano ad uso agricolo. Così come le colonie rubano terreni di proprietà palestinesi per erigere interi quartieri. E il processo continua ad andare avanti: se si pensa che il 28,6% di muro è in programma di attuazione, ed il continuo espandersi delle colonie procede con velocità aritmetiche. Secondo una stima delle Nazioni Unite, una volta terminato il muro, una cifra come 1 milione di piante di ulivo (che ammonterebbe all’incirca al 10% del totale degli ulivi nei Territori Occupati) andrebbe a cadere nella Seam Zone.

Le zone designate come insediamenti israeliani e basi militari hanno imposto divieti off-limits per i palestinesi, dove non hanno il permesso di entrarvi. Molte barriere di separazione che dividono la Cisgiordania da Israele sono aperte solamente durante la raccolta delle olive, impedendo la regolare manutenzione delle piante durante tutto l’anno, andando così ad incidere sulla qualità del raccolto.  Questo meccanismo costringe i contadini palestinesi a dipendere da permessi richiesti alle autorità israeliane per raggiungere le proprie terre, ai quali non è sempre assicurato il passaggio. Lo scorso anno, circa il 40% delle richieste sono state rifiutate durante tutto il periodo del raccolto. Inoltre, nelle vicinanze di colonie israeliane, l’accesso alle terre è limitato in un lasso di tempo ristretto, con orari e giorni stabiliti.

Il problema nasce non solo dalle barrire fisiche, ma anche dalle persistenti intimidazione da parte dei coloni. La maggior parte degli atti di violenza diretta contro i palestinesi si verifica proprio in aree agricole o di pascolo e si concentrano soprattutto in questo periodo dell’anno, in cui la stagione del raccolto ha inizio. Tutto ciò negli anni ha indotto gli agricoltori ad anticipare la raccolta delle olive, per evitare danneggiamenti o addirittura furti al proprio raccolto, il che va ad incidere molto sia sulla qualità del prodotto finale, che sulla resa. Seguendo l’inizio ufficiale della stagione della raccolta di questo anno, più di mille alberi di ulivo sono stati distrutti per mano dei coloni, nel solo mese di Ottobre.

Finora, dall’inizio del 2013, l’OCHA ha registrato il danneggiamento e la distruzione di oltre 8.300 alberi e alberelli, rispetto ai poco più di 8.500 contati in tutto il 2012, ma la stagione deve ancora finire. Tale violenza sembra avere lo scopo di diffondere la paura tra i palestinesi che, sentendosi in pericolo, potrebbero abbandonare le loro terre ‘spontaneamente’.

Il 3 ottobre, un gruppo di coloni israeliani dell’insediamento Neve Daniyel si sono riuniti, circondando due contadini palestinesi che lavorano sulla loro terra ad Al Khader (Betlemme), adiacente all’insediamento. I proprietari terrieri sono stati verbalmente aggrediti e gli è stato impedito di lavorare sulla loro terra. Le forze israeliane giunte sul posto, hanno arrestato i due contadini e sequestrato un trattore e altro attrezzi agricoli appartenenti a questi, con l’accusa di trovarsi su una terra dichiarata “terra di stato”.

Solo nel distretto di Bethlehem, circa 790 ettari di terra è stata occupata per erigere 20 colonie, senza contare gli avamposti costruiti illegalmente che circondano i villaggi, sottraendo terre coltivabili. La maggior parte di queste vengono confiscate illegalmente, altre invece comprate a cifre allettanti. Come il caso di Mohammad Abdeh, a Beit Fag’ar, uno dei villaggi di fronte alla colonia di Gush Etzion. Il proprietario delle terre dove è avvenuta la raccolta Domenica mattina, insieme ad un gruppo di internazionali, ci racconta che il governo israeliano ha offerto di comprare la sua terra per 15 milioni di dollari, ma lui ha sempre rifiutato. Una cifra allettante, alla quale però suo cugino non ha saputo dire di no, vendendo il suo appezzamento e destinandolo così alla costruzione di un avamposto illegale, dove tutt’ora vivono più di sessanta coloni.

La mancanza di sicurezza e protezione da parte delle autorità, continuano a mettere a rischio la già precaria situazione economica palestinese. A tale proposito, molte ONG organizzano campi di solidarietà e turismo alternativo nel periodo della raccolta invitando internazionali ad aiutare, ma soprattutto ad assistere, i contadini durante la raccolta. Una grossa percentuale di manodopera ha risposto all’invito della JAI (Joint Advocacy Initiative), una delle tante organizzazioni attive su questo campo, che durante i 10 giorni di permanenza hanno supportato i contadini. Ma ciò non basta.

Quanto riportato dall’agenzia stampa Ma’an, il Primo Ministro Rami Hamdallah, Sabato 26 ottobre in un discorso tenuto in Manger Square, a Bethlehem, ha annunciato che  l’Autorità Palestinese, per limitare gli ostacoli imposti dall’occupazione, compenserà il suo popolo dai danni subiti dagli attacchi dei coloni israeliani, con una semina di 750.000 alberi di ulivo in tutta la Cisgiordania. Ma qualcuno dovrebbe far notare al Primo Ministro che i contadini non hanno bisogno di nuovi alberi -che potrebbero essere presto ritagliati- bensì di protezione a quanti già sono in piedi.

Melica Rochi

Alternative Information Center

Inviato da aicitaliano il Gio, 07/11/2013 – 09:09

http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/aic/lindustria-delle-olive-palestina

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ARTICOLO ORIGINALE

http://www.alternativenews.org/english/index.php/features/economy-of-the-occupation/7315-the-olive-industry-in-palestine

The olive industry in Palestine

 Published on 05 November 2013

Written by Melica Rochi for the Alternative Information Center (AIC)

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Palestinian olives after harvest / Photo: EAPPI

For centuries olive trees have been a vital component of Palestinian tradition, culture and economy. The majority of Palestinian farmers depend almost entirely on the cultivation of olives, which are a major contributor to the national income. Nearly 45% of agricultural land in the occupied territories is planted with olive trees, with at least 12 million trees, predominantly in the West Bank. It is estimated that in a year of good weather, the land can yield 34,000 tonnes of olive produce, the equivalent of 160 million to 190 million dollars, or 15-19%, of all agricultural output – about one quarter of the gross national income in the agricultural sector. Approximately 95% of the harvest is intended for the production of oil, of which, albeit with many difficulties, a very high percentage is exported worldwide. The remaining 5% of produce is divided between wood processing and the manufacturing of soaps.

While many statistics show that the olive oil sector could contribute more to economic security and the generation of income and employment, several obstacles limit production. A number of factors directly attributable to the Israeli occupation negatively impact possibilities for increased or sustainable production: land confiscation; barriers dividing farmers from their lands; and violent settler attacks on Palestinian farmers, properties, and the vandalism of their trees.

The construction of the Wall, which is now 62.3% complete, cuts farmers’ access to their lands and necessary water resources. A 2004 report revealed that 86% of the lands confiscated during the construction of the Separation Wall were used for agriculture. This is compounded further by the ongoing confiscation of Palestinian lands for the expansion of Israeli settlements, a process that continues unabated. According to UN estimates, once the wall is completed, up to one million olive trees (approximately 10% of the total number of olive trees in the occupied territories) will fall into the Seam Zone, inaccessible to Palestinians.

Furthermore, areas designated as Israeli settlements and military bases have imposed bans, prohibiting access to Palestinians. Many of the imposed barriers separating Israel from the West Bank are only open during the olive season, preventing the regular maintenance of the trees throughout the year and reducing the quality and yield of the harvest. This mechanism forces Palestinian farmers to depend on receiving permits from the Israeli authorities to reach their land, which are never guaranteed: in 2012 around 40% of permit requests were rejected during the entire harvest period. Additionally, access to lands adjacent to Israeli settlements is severely limited, with farmers given only certain days and hours to gather olives.

A number of issues stem not only from physical barriers, but also from the persistent harassment and intimidation perpetrated by settlers. The majority of acts of violence directed against Palestinians occur during agricultural or grazing activities and peak during harvest season. Over the years, farmers have had to adapt in order to prevent the damage, or even theft, of their crops. Following the official start of the harvest season of this year, settlers destroyed over one thousand olive trees in October alone.

Since the beginning of 2013, the UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA) has recorded the damage and destruction of more than 8,300 trees and saplings, compared to just over 8,500 counted in 2012, however the season has yet to finish. Such violence seems designed to instil fear among Palestinians in hopes that they will abandon their lands.

On October 3, a group of Israeli settlers from Neve Daniyel settlement surrounded two Palestinian farmers working in the nearby area of Al Khader (Bethlehem), verbally abusing them and preventing them from working the land. When Israeli forces arrived on the scene they arrested the farmers and seized their tractor and other farm equipment, declaring the land “State land”.

In the district of Bethlehem alone, approximately 790 hectares have been seized for the construction of over 20 settlement neighbourhoods and outposts. The vast majority of these lands were confiscated illegally, while those purchased legally carry high price tags. One farmer, Mohammad Abdeh from Beit Fag’ar village, near the Gush Etzion settlement bloc, has on a number of occasions been offered up to $15 million to sell his land to the Israeli government – offers which he has categorically refused. Not all farmers can refuse such offers however, with one of Abdeh’s cousins selling his land for the construction of an outpost settlement that still houses over 60 settlers.

The lack of security and protection provided by authorities continues to jeopardize the already precarious economic situation in Palestine, and to fill this void, a number of NGOs organize annual solidarity camps and alternative tourism during the olive-picking season to assist farmers in the harvest. A large percentage of the agricultural workforce has responded to the Joint Advocacy Initiative (JAI), one of the many organizations active in this field. Ultimately however, it is not enough.

As reported by Ma’an press agency, Palestinian Prime Minister Rami Hamdallah announced during a speech on October 26 in Bethlehem’s Manger Square that the Palestinian Authority would compensates farmers for damages caused by Israeli settlers by planting of 750,000 olive trees throughout the West Bank. Someone should however point out to the Prime Minister that farmers do not need new trees -they can easily be destroyed – but protection for those already standing.

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