L’infanzia rubata: la vita dopo la prigione dei minori palestinesi

9 marzo 2018

Israeli border guards detain a Palestinian youth during a demonstration outside the Lions Gate, a main entrance to Al-Aqsa mosque compound, due to newly-implemented security measures by Israeli authorities which include metal detectors and cameras, in Jerusalem’s Old City on July 17, 2017.
Israel reopened the ultra-sensitive holy site, after it was closed following an attack by Arab Israeli men in which two Israeli policemen were killed. / AFP PHOTO / AHMAD GHARABLI

 

I bambini palestinesi incarcerati da Israele affrontano il trauma e le sfide di cercare di riconquistare la loro infanzia.

Di Chloé Benoist
6 marzo 2018

Cisgiordania Occupata – A volte, il 18enne Mohammad sogna di tornare nella prigione militare di Ofer.

“Ricordo i miei amici in prigione. Sento che sono di nuovo là”, il giovane palestinese ha detto sommessamente, guardando in basso, mentre rammenta gli otto mesi che ha trascorso imprigionato da Israele tra il 2016 e il 2017.

Mohammad, che ha preferito non menzionare il suo vero nome per ragioni di sicurezza, è stato detenuto quando aveva solo 16 anni.

Secondo il gruppo palestinese per i diritti dei prigionieri Addameer, 330 minori palestinesi sono stati imprigionati da Israele in gennaio.

Tra loro Ahed Tamimi, la ragazza 17enne il cui caso ha fatto i titoli mondiali da quando è stata detenuta a dicembre.

Sì, sono orgoglioso. Sì, lei è forte“, ha detto il padre di Ahed e attivista politico Bassem Tamimi. “Ma è cresciuta più grande della sua età. Ha perso la sua infanzia per qualcosa di cui noi – il mondo, gli adulti – siamo responsabili“.

Violenza fisica

Secondo Carol Zoughbi-Janineh, supervisore amministrativo del programma di riabilitazione dell’YMCA a Gerusalemme Est per ex prigionieri bambini, i numero di bambini palestinesi detenuti dalle forze israeliane è stabilmente cresciuto dall’anno 2000.

Quando abbiamo iniziato il programma [nel 2008], avevamo tra 500 e 700 bambini detenuti annualmente. L’anno scorso abbiamo avuto 1467 bambini detenuti“, ha detto a MEE. “È molto allarmante“.

Mentre la stragrande maggioranza di minori imprigionati sono ragazzi, Zoughbi -Janineh ha detto che la detenzione delle ragazze è aumentata nei tre anni passati, con più di 60 ragazze detenute nel 2017, un brusco aumento da uno o due anni precedenti al 2015.

Numerose organizzazioni per i diritti hanno denunciato le condizioni di carcerazione dei minori palestinesi durante gli anni – sottolineando la sistematica processuale davanti a tribunali militari, con un tasso di condanna vicino al 100 per cento.

Secondo Defense for Children International Palestine (DCIP), tre su quattro minori sono soggetti a violenza fisica durante l’arresto o l’interrogatorio.

Rapporti da Human Rights Watch (HRW) e dai gruppi per i diritti B’Tselem e HaMoked hanno trovato che le forze israeliane usano una forza non necessaria mentre detengono i bambini e “di routine” li interrogano senza la presenza di un genitore o di un avvocato. È stato riportato che parecchi minori sono stati schiaffeggiati, presi a calci, colpiti e bendati durante il loro arresto o interrogatorio.

Secondo i gruppi per i diritti, ai minori vengono spesso fatti firmare documenti scritti in ebraico malgrado non comprendano la lingua. In più, i bambini sono di solito detenuti insieme agli adulti.

Il Servizio Carcerario Israeliano ( IPS) non ha risposto ad una richiesta di MEE di un commento sulle condizioni detentive e sulle riportate violazioni sui minori palestinesi, o su quali servizi psicosociali, se mai ci fossero, erano disponibili per i prigionieri bambini al momento della pubblicazione.

Quasi la metà dei palestinesi nel territorio occupato sono sotto l’età di 18 anni. Per Mohammad, Ahed, e molti altri giovani palestinesi che sono stati detenuti da Israele, il disagio non smette con l’essere rilasciati dalla prigione. Questi bambini devono imparare come riconquistare la loro infanzia dopo un’esperienza così traumatica.

Elogiati come eroi

Mohammad è stato detenuto dalle forze israeliane nel tardo 2016 con molti altri suoi amici, mentre stavano gironzolando vicino ad un centro per la gioventù locale. Secondo Mohammad, è stato picchiato duramente durante il suo arresto e mentre era in custodia israeliana, e accusato di lancio di pietre, che è un’accusa comune contro i minori palestinesi.

Se condannato, questo può portare fino a 20 anni di prigione, ma Mohammad è stato rilasciato otto mesi dopo senza essere stato condannato per alcuna malefatta.

Quando sono stato rilasciato, ho provato sorpresa“, ha detto Mohammad, ricordando l’accaduto quasi un anno dopo. “La liberazione dopo essere stato detenuto per otto mesi, dopo che mi era stato detto che non ero colpevole di niente, mi sono sentito felice e stordito allo stesso tempo, perché non mi aspettavo di essere rilasciato“.

Mentre i rilasci dei prigionieri sono accolti con grandi festeggiamenti nel territorio palestinese occupato, successivamente gli ex prigionieri sono spesso lasciati ad un corpo a corpo con pensieri ed emozioni difficili, mentre la vita torna alla normalità – un processo complesso, che è molto più difficoltoso per i bambini.

I bambini ne sono più colpiti degli adulti perché i loro meccanismi di difesa sono più deboli, in quanto il loro cervello è ancora in fase di sviluppo“, la psichiatra e psicoterapeuta palestinese Samah Jabr ha avvertito. “Un’esperienza come questa può rompere il tessuto sociale intorno al bambino, le sue relazioni sociali con la famiglia e la società“.

I prigionieri tenuti da Israele sono elogiati come eroi nella società palestinese, un ruolo che può fare pressione sui minori a non esibire segni di debolezza.

Talvolta quel ruolo mette le persone in una camicia di forza. Non possono esprimere la sofferenza; non possono cercare aiuto; non possono mostrare le loro vulnerabilità“, ha detto Jabr.

Sia Jabr che Zoughbi -Janineh hanno elencato una pletora di sintomi psicologici sperimentati dai bambini dopo essere stati rilasciati dalla prigione, tra cui depressione, ansia, messa a fuoco dei problemi, introversione, o comportamento aggressivo.

Se sono con i miei amici o la mia famiglia, non mi sento triste. Ma se sono da solo a casa, comincio a pensare alla prigione e a ogni cosa. Comincio a sentirmi triste“, ha detto Mohammad, aggiungendo che passa molto del suo tempo fuori con gli amici per non restare solo con i suoi pensieri.

Mentre Jabr ha detto che molti dei sintomi mostrati da ex prigionieri bambini potrebbero cadere sotto l’ombrello del disordine da stress post-traumatico ( PTSD), il trauma perdurante causato da 70 anni di occupazione israeliana ha reso difficile approcciare tali questioni nel tempo passato.

Raramente diagnostico questi bambini con lo PTSD. Penso che ciò che accade è una più sottile distruzione della loro personalità. Non è un solo evento traumatico e quindi le persone dopo vivono in pace“, ha detto Jabr, che ha scritto ‘Dérriere les fronts‘ (Dietro le linee del fronte) , che getta uno sguardo sull’impatto psicologico dell’occupazione. Il libro dovrebbe uscire il mese prossimo.

‘Impotenti a proteggere i loro figli’

Dal momento dell’arresto – che spesso accade a casa nel mezzo della notte – i prigionieri bambini sono spaventati da “stordenti immagini di impotenza, debolezza, e mancanza di aiuto dei genitori”, incapaci di proteggere i loro figli, ha detto Jabr.

Zoughbi ha messo in luce una battaglia ancora più grande per le famiglie nell’annessa Gerusalemme Est, dove molti bambini sono condannati agli arresti domiciliari invece della prigione.
All’inizio puoi pensare ‘mio figlio non è in prigione’, ma stare a casa è più psicologicamente devastante perché ai genitori è chiesto di tenere prigioniero il loro stesso figlio“, ha detto. “Non puoi più a lungo guardare ai tuoi genitori come i tuoi genitori. Li vedi come guardie carcerarie“.

Dopo il rilascio, le famiglie spesso lottano per ricostruire il legame della fiducia tra genitore e figlio, poiché i bambini si ribellano all’autorità genitoriale.

Molti bambini lottano per riadattarsi alla scuola, soffrendo di problemi psicologici e restando indietro nelle classi dopo avere trascorso lunghi periodi di tempo in prigione, con un minimo accesso all’istruzione. Come risultato, ex prigionieri bambini come Mohammad spesso restano fuori dalla scuola. Mohammad ha lasciato la scuola superiore ed ora fa due lavori part-time.

Anche l’amicizia finisce per essere influenzata, in quanto i bambini ex detenuti lottano per riferirsi ai loro pari e mostrano segni di isolamento.

Prima della prigione ero estroverso, parlavo ad alta voce, ma ora sono più silenzioso“, ha detto Mohammad, aggiungendo che sentiva una più forte affinità con gli amici che erano in carcere con lui piuttosto che con quelli che non erano mai stati detenuti “perché quelli fuori non hanno mai passato quello che ho passato io“.

Poiché teme di essere detenuto di nuovo, Mohammad ha smesso di andare al centro giovanile locale vicino al luogo in cui era stato arrestato ed è sempre a casa al più tardi dalle 22.

Un membro della comunità ha detto a MEE che le forze israeliane avevano fatto raid nella città di residenza di Mohammad e detenuto il giovane ed un amico per alcune ore, giorni dopo l’intervista. Erano stati rilasciati senza essere informati del perché erano stati tenuti in primo luogo, confermando le paure di Mohammad.

‘Quando non hai una scelta’

Mentre le Ong come YMCA forniscono servizi di riabilitazione agli ex prigionieri bambini, Zoughbi -Janineh ha detto che l’organizzazione può solo prendere in carico 400 casi ogni anno al massimo, evidenziando che le capacità limitate impediscono seriamente di raggiungere tutti i giovani in sofferenza che necessitano di supporto.

Nel frattempo, Bassem Tamimi ha ammonito che molte famiglie, particolarmente in posti politicamente attivi come il villaggio di Nabi Saleh in Cisgiordania, sono sfiduciate delle Ong incaricate di fornire servizi psicologici. Sono diffidenti che tali organizzazioni potrebbero scoraggiare i bambini dall’impegnarsi in attività di resistenza.

Lanciare pietre è parte del trauma? Qualcuno potrebbe valutarlo così, sì“, ha detto. “O è un trattamento per il nervosismo interiore? Potrebbe guarire i bambini stessi dal non essere vittime“.

Bassem ha detto che gli abitanti di Nabi Saleh, dove vive la famiglia Tamimi, avevano escogitato un loro proprio modo di aiutare i bambini ad affrontare la minaccia della detenzione. Ha detto che lui si sforza sempre di spiegare ai suoi figli la situazione fin dalla giovane età invece di fare loro da scudo.

Se spavento i miei figli e li metto da una parte, allora saranno spezzati dentro, e questo è peggio per loro dello spezzare le loro mani“, ha detto.

Bassem ha sostenuto che il villaggio ha organizzato numerose sessioni durante le quali ai bambini è stato detto cosa li aspetta durante la detenzione, un interrogatorio e un processo, tra cui dimostrazioni in cui i minori erano stati bendati e ammanettati. Manal Tamimi, la zia di Ahed, ha commentato una di queste sessioni di addestramento su Facebook in febbraio dicendo: “Sì, non è normale mettere questi giovani bambini in un simile addestramento, ma questa è la nostra realtà e la nostra vita, e quei minori dovrebbero essere pronti ad ogni cosa che potrebbe accadere“.

Da parte sua, Jabr ha espresso riserve su tali sessioni di addestramento. “Preferisco un approccio più generale e meno provocante ansietà“, ha detto. “Un approccio in cui promuoviamo la resilienza, la forza delle persone, i loro modelli sociali, l’assertivitá, le tecniche di relazione“, ha detto.

Jabr ha detto che lavorava con consulenti scolastici, insegnanti, organizzatori di comunità e allenatori per creare reti comunitarie di adulti sensibilizzati ai bisogni psicosociali dei bambini. È un approccio che lei ha detto potrebbe bypassare lo stigma legato alla ricerca di aiuto psicologico.

Per Jabr, l’incarcerazione dei bambini ha segnato una consapevole politica israeliana di mirare la gioventù palestinese.

Penso che sia un’azione molto deliberata per intimidire la comunità palestinese“, ha detto. “Quando le persone la sperimentano in un’età molto precoce, penso che sia un tentativo di mettere in ginocchio la comunità. Gli israeliani si augurano che i palestinesi diventino le ombre di quello che sono“.

Bassem ha respinto queste percezioni, diffuse da ufficiali israeliani, che i palestinesi si prendono poca cura del benessere dei loro figli.

“A volte ci accusano di usare i nostri figli, di metterli in pericolo”, ha detto Tamimi. “Se qualcuno ci avesse dato un posto sicuro in Palestina, metteremmo là i nostri figli. Ma lei ( Ahed) non è in una posizione che le permette di vivere una vita normale. La nostra situazione è un trattamento: mettere fine all’occupazione“, ha aggiunto. “Quando non hai una possibilità, che dovresti fare? Dobbiamo addestrare noi stessi ad avere a che fare con questa situazione, ad essere forti abbastanza per affrontarla, a crescere i nostri figli in un modo diverso“.

Stolen childhood: Life after prison for Palestinian minors

Palestinian children jailed by Israel face trauma and the challenges of trying to regain their childhood

MIDDLEEASTEYE.NET

Tratto da:  Il Popolo Che Non Esiste

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