L’Isis in Siria si è riorganizzato, a Manbij è partita la fase due

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17/01/2019

Hanno ridistribuito le forze e ridisegnato la catena di comando, ma per Trump questi sono i segni di una disfatta

 

Hanno riorganizzato le fila. Ridistribuito le forze e ridisegnato la catena di comando militare. In Africa hanno rinsaldato i legami con i gruppi jihadisti più radicati sul territorio (come gli al-Shabaab autori del sanguinoso attacco a Nairobi) mentre in Siria sono passati alla fase 2: quella della resistenza di lungo periodo, senza l’ambizione di poter riconquistare nel breve città perdute come Raqqa, ma attrezzandosi per avere l’egemonia nel variegato arcipelago jihadista che si oppone al regime di Bashar al-Assad e a suoi decisivi alleati iraniani. È l’Isis 2.0. Una riorganizzazione che va avanti da tempo, che il presidente Usa Donald Trump (ma non i vertici del Pentagono, a cominciare da Jim Mattis, che ha fatto seguire alle critiche le sue dimissioni), ha interpretato come il segno di una avvenuta disfatta. Fino a ieri. Fino a quando, per la prima volta dall’arrivo dei soldati americani in Siria quattro anni fa e meno di un mese dall’annuncio di The Donald di voler ritirare le truppe dal Paese in guerra, un attentato suicida ha ucciso nel nord, vicino al confine con la Turchia, almeno quattro militari statunitensi assieme ad alcuni miliziani curdi e una decina di civili. L’Isis ha rivendicato l’attentato, compiuto a Manbij, città contesa tra Aleppo e l’Eufrate. L’attacco è stato portato a termine da un kamikaze nei pressi dell’affollato ristorante “al Umarà” (I principi), di fronte al quale stazionava un veicolo di una pattuglia americana, scortata da combattenti curdo-siriani.

Sarah Sanders, portavoce della Casa Bianca, ha detto che il presidente è stato informato dell’attacco terroristico: “Il presidente è stato pienamente informato e continueremo a monitorare la situazione in Siria”. E per Trump la notizia è particolarmente importante non solo per il dolore causato dalla morte di soldati americani, ma anche perché rappresenta un colpo molto duro alla strategia dell’amministrazione repubblicana, che voleva il ritiro dalla Siria in tempi brevi e che ha già iniziato a muovere i primi mezzi.

Gli Stati Uniti faranno in modo che “l’Isis non rialzi di nuovo la sua brutta testa”, proclama il vicepresidente Mike Pence, dopo la morte dei soldati statunitensi a Manbij, “Stiamo riportando le truppe a casa, l’Isis è stato sconfitto. Resteremo nella regione, resteremo in battaglia per fare in modo che l’Isis non rialzi di nuovo la sua brutta testa. Proteggeremo – ha detto – le conquiste dei nostri soldati e dei partner della coalizione”. L’Isis è stato sconfitto, ripete il vice di Trump. Ma le cose non stanno affatto così. “L’Isis è tutt’altro che finito – e c’è probabilmente una volontà di molte parti di lasciare quelli che sono rimasti (di jihadisti, ndr) in modo che possano attaccare i loro nemici per conto loro”, dice al Financial Times un esponente dell’opposizione siriana.

L’obiettivo dei jihadisti in questa fase non è “controllare le città”, spiega uno sceicco tribale dall’est del Paese. “Quello che stanno facendo è aprire strade. Devono collegare le loro rimanenti sacche e le cellule dormienti sparse in tutta la Siria – dal confine meridionale fino a Albu Kamal”, località siriana vicina al confine con l’Iraq. Per lo sceicco, queste cellule, “potrebbero fungere da nodi per Isis per spostare le forze e organizzare gli attacchi in tutta la Siria”. L’Osservatorio siriano per i diritti umani, ong con base a Londra che conta su una estesa rete di attivisti, ritiene che il controllo dell’Isis fosse passato da quasi il 50% del territorio siriano al 3% alla fine dell’anno scorso. Ma negli ultimi due mesi il controllo dell’Isis è tornato al 3,7% e il gruppo jihadista ha riconquistato 82 villaggi nel nord-ovest della Siria. L’Isis sta utilizzando la Turchia come base per riorganizzarsi e per minacciare nuovamente la sicurezza dell’Europa”, è quanto si legge nell’ultimo report sul terrorismo dei servizi di intelligence olandesi. “Lo Stato islamico”, si legge nella relazione dell’Aivd, “sta cercando di riprendersi dalle sconfitte subite nell’ultimo periodo in Siria e Iraq, riorganizzarsi e tornare nelle condizioni di riprendere la propria battaglia per il controllo della regione”.

“Per riconquistare la forza perduta hanno deciso di utilizzare come base la Turchia che, sin dallo scoppio della guerra in Siria, è stata il crocevia di numerosi foreign fighters provenienti da tutto il mondo che volevano arruolarsi nelle file del Califfato”, continua il report che evidenzia come Ankara sia più impegnata alla lotta contro i curdi turchi e siriani piuttosto che alla lotta contro il terrorismo islamico. Negli ultimi mesi, esperti e analisti avevano parlato di un “ritorno dell’Isis” raccontato anche da due documenti molto dibattuti: uno delle Nazioni Unite e l’altro del dipartimento della Difesa statunitense.

Entrambi i rapporti avevano già contraddetto alcune affermazioni del governo Trump sull’Isis, e avevano sostenuto che lo Stato islamico poteva ancora contare in Siria e in Iraq su 20-30mila miliziani, tra cui molti foreign fighters, i combattenti stranieri. Uno dei più grandi rischi sottolineati dagli esperti è che una minore pressione militare potrebbe permettere all’Isis di riorganizzarsi, ristrutturarsi e ritornare in breve tempo a essere quello che era prima, o qualcosa di simile. Non sarebbe la prima volta. L’Isis, o meglio, il gruppo antenato dell’Isis era stato dichiarato praticamente sconfitto anche nella seconda metà degli anni Duemila, quando una precisa strategia di counter-insurgency adottata dagli Stati Uniti in Iraq aveva spinto molte comunità sunnite locali a togliere l’appoggio al gruppo, indebolendolo moltissimo. Il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq aveva però cambiato di nuovo le cose e l’ISIS aveva trovato modi, spazi e opportunità per riorganizzarsi e diventare l’organizzazione terroristica più potente e ricca del mondo. Fonti militari e di intelligence hanno riferito a Reuters che, adesso che il sogno di creare un califfato in Medio oriente è tramontato definitivamente, l’Isis ha mutato la propria strategia, ricorrendo a una serie di offensive mirate, volte a indebolire il governo di Baghdad. I terroristi, spiegano le fonti, si stavano già riorganizzando prima che le autorità irachene decretassero la loro sconfitta militare nel Paese. In particolare, in seguito alla vittoria del leader religioso sciita Mutqada al-Sadr alle elezioni parlamentari dello scorso 12 maggio, c’è stato un aumento nel numero di attacchi e rapimenti nelle province di Kirkuk, Diyala e Salahuddin, le quali hanno fatto crescere la pressione sul governo iracheno. I militanti si stanno concentrando sulle montagne Hemrin, a nord-est del Paese, che si estendono da Diyala, al confine con l’Iran, attraversando Salahuddin a nord e Kirkuk a sud, fino ad affacciare sull’autostrada principale dell’Iraq, che porta a Baghdad. I militari hanno soprannominato tale area “il triangolo della morte”. Secondo fonti militari e di intelligence locali, in Iraq sarebbero rimasti complessivamente più di 1.000 combattenti, 500 dei quali attivi nelle aree desertiche, mentre il resto sulle montagne. Altro punto fondante dell’Isis 2.0 è quello della Jihad globalizzata. Insomma, il mondo come campo di battaglia. La sconfitta in Siraq ha costretto i comandi militari del Daesh a rivedere i propri piani, cambiando strategia e puntando ad una Jihad globale che abbia l’Occidente come teatro di battaglia. In altri termini: come trasformare una sconfitta territoriale in una minaccia che porta al cuore dell’Europa.

Lupi solitari più foreign fighters di ritorno. Ecco allora l’attivazione di cellule “dormienti”, l’indicazione ai “mujahiddin” con passaporto europeo di rientrare a casa per seminare morte e terrore nel Vecchio continente. Secondo una ricerca condotta da esperti del Centro di studi strategici Inss di Tel Aviv – di cui riferisce Haaretz – nel 2018 si sono avuti in vari Paesi al mondo 292 attacchi suicidi che hanno provocato la morte complessivamente di 2.840 persone: l’Isis, malgrado le sue sconfitte militari, è rimasto ancora il principale protagonista di questo genere di attentati avendone realizzati direttamente o indirettamente 168, ossia il 57,5 %. In Siria e in Iraq gli uomini del Califfo non controllano più intere porzioni di territorio ma continuano a scomparire e ricomparire, come un fenomeno carsico, colpendo e seminando morte e terrore. Ma nella devastata Siria si muore anche di fame e di freddo. Le gelide temperature e le dure condizioni di vita a Rukban, al confine sud occidentale della Siria con la Giordania, stanno sempre più mettendo a rischio le vite dei bambini. In solo un mese, almeno 8 piccoli – la maggior parte con meno di 4 mesi e il più piccolo nato da solo un’ora – sono morti. A lanciare l’allarme è Geert Cappelaere, direttore regionale di Unicef in Medio Oriente e in Nord Africa: “A Rukban, dove l’80% delle circa 45.000 persone sono donne e bambini, il freddo intenso e la mancanza di cure mediche per le madri prima e durante il parto e per i neonati hanno acuito le già difficili condizioni di vita per i bambini e le loro famiglie”. Allo stesso tempo, nella Siria orientale, le dure violenze ad Hajin nell’area di Deir-Ez-Zor hanno causato lo sfollamento di circa 10.000 persone dallo scorso dicembre. Un viaggio che avrebbe causato la morte di 7 bambini – molti con meno di un anno di vita. “Senza servizi di assistenza sanitaria solidi e accessibili, protezione e rifugi – avverte Cappelaere -, molti altri bambini moriranno giorno dopo giorno a Rukban, Deir-Ez-Zor e in ogni altro luogo in Siria”. Morti “che avrebbero potute essere evitate”. L’Unicef chiede pertanto a tutte le parti in conflitto e coloro che esercitano un’influenza su di loro di garantire passaggi sicuri a tutte le famiglie alla ricerca di un luogo sicuro fuori dalle aree di scontro e di facilitare l’accesso all’assistenza medica salvavita per i bambini. La richiesta, inoltre, di facilitare urgentemente l’arrivo di un convoglio umanitario a Rukban con cliniche sanitarie mobili per distribuire aiuti e servizi salvavita. Per non dimenticare mai che la Siria resta un inferno in terra. E nell’inferno, l’Isis 2.0 è a casa sua.

 

L’Isis in Siria si è riorganizzato, a Manbij è partita la fase due

https://www.huffingtonpost.it/2019/01/17/lisis-in-siria-si-e-riorganizzato-a-manbij-e-partita-la-fase-due_a_23645430/?utm_hp_ref=it-esteri

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