L’Islam e la sindrome del “compagno che sbaglia”

8 FEBBRAIO 2013 – 12:08

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Slow news di Ugo Tramballi

Se i paragoni sono possibili – e la storia spesso li richiede per spiegarsi meglio – i Fratelli musulmani stanno al radicalismo islamico come negli anni Settanta in Italia il Pci stava alle Brigate Rosse, quando apparve il fenomeno terroristico. E’ la sindrome dei “compagni che sbagliano”. L’omicidio politico in Tunisia, apparentemente il più equilibrato dei Paesi in transizione sull’altra sponda del Mediterraneo, è un caso evidente del rischio d’implosione che corrono le Primavere arabe a causa di questa malattia.

  Ennahda in Tunisia e i Fratelli musulmani in Egitto non sono solo riluttanti a distanziarsi dall’estremismo della loro stessa parte: in autunno, quando furono prese d’assalto le ambasciate a Tunisi e al Cairo, i due governi non furono tempestivi nella difesa delle sedi diplomatiche né nella condanna politica. Anche all’interno stesso dei movimenti islamici legittimati dal voto e ufficialmente moderati, continuano a persistere preoccupanti rigidità religiose al vertice, e frange di assolutismo islamico alla base.

  Per la prima volta nella storia moderna dell’Egitto, il 25 dicembre non è stato un giorno di festa nazionale. I regimi precedenti avevano sempre riconosciuto alla celebrazione religiosa della minoranza copta, un valore per tutti. Non lo scorso Natale: il presidente Mohamed Morsi e Khairat el Shater, la mente politica dei Fratelli musulmani, quel giorno sono andati al lavoro, evitando anche di fare gli auguri ai concittadini cristiani.  Qualche mese prima, quando si era insediato il nuovo Papa dei cristiani egiziani, Teodoro, diversamente dai suoi predecessori illiberali, Morsi aveva deciso di non partecipare alla cerimonia.

   In Siria Moaz al-Khatib, islamista moderato, non riuscirà mai ad essere il leader convincente dell’opposizione al regime di Bashar Assad, fino a che non dimostrerà di avere in pugno – possibilmente di avere la forza di eliminare – quelle milizie che combattono la guerra con una loro agenda religiosa e settaria. Non avrà legittimità né le armi necessarie per arrivare a Damasco, se non dimostrerà di farlo.

  Altrove, come in Libia e nello Yemen, le fratellanze islamiche non sono al potere ma territori interi di quei Paesi sono controllati da tribù e milizie qaidiste. Hamas palestinese è un’altra storia ma non così diversa. L’emanazione di Gaza dei Fratelli musulmani egiziani è ancora lontana da una scelta di governo democratico nella striscia e dall’abbandono della lotta armata d’ispirazione islamica come strumento per raggiungere la sovranità nazionale palestinese.

 I laici tunisini in piazza accusano il Qatar di finanziare l’estremismo religioso tunisino. Come in Egitto, in Siria, a Gaza l’emirato del Golfo, sempre più protagonista delle rivolte arabe, effettivamente sostiene le fratellanze islamiche. Lo scopo, nel tempo, è trasformare di quei movimenti in partiti moderati di governo. Ma se questo è il vero obiettivo, lungo la strada non è del tutto chiaro dove vada a finire una parte cospicua dei soldi e delle armi del ricchissimo Qatar.

   Il modello politico di un Islam moderno e democratico non sarà mai raggiunto se l’emiro al-Thani, se Ennahda, se il partito Libertà e giustizia della fratellanza egiziana non affronteranno e sconfiggeranno l’estremismo religioso. Qual è l’Islam vero: quello del premier egiziano Hisham Qandil a Davos, fra i ministri delle finanze del World Economic Forum o dei salafiti che vogliono tornare alle leggi dei califfati medievali? L’Islam dei cantieri della modernizzazione e delle università di Doha o quello della sharia come sola fonte del diritto? Solo loro possono dare le risposte.  Solo l’Islam può salvare l’Islam.

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