L’ispirazione di Nelson Mandela (riveduto)

REDAZIONE 17 DICEMBRE 2013

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di Richard Falk

14 dicembre 2013

Nota introduttiva: grazie al mio amico Nader Hashemi ho aggiunto questo importante commento sul ruolo della violenza nelle lotte per l’emancipazione per la libertà che Nelson Mandela ha articolato nel 1993, dopo il suo rilascio dalla prigione; è molto rilevante per le richieste da parte di Israele che i palestinesi rinuncino alla violenza, intanto che Israele sostiene una struttura di occupazione e di oppressione che include la nabka (il disastro) come processo, cioè la continua dinamica della “cacciata” e della “dispersione” degli oppressi, e della violazione dei loro restanti diritti per mezzo di insediamenti illegali, pulizia etnica, e di politiche discriminatorie. Quello che segue è un estratto di un’apparizione televisiva di Mandela al programma di interviste di Charlie Rose.

Rose: Lei, in questo momento non ha alcuna riserva o indecisione – dopo essersi consultato con i suoi colleghi – che le decisioni prese da lei e da loro sono giuste per il Sudafrica – riconoscere che  i sacrifici, il tributo, il prezzo che ha pagato, il sangue che è stato versato, era necessario, doloroso, ma necessario?

Mandela : annuisce

Rose: Si.

Mandela: Assolutamente. Siamo un’organizzazione che, fin dalla sua fondazione, si è impegnata a costruire una nazione per mezzo di una lotta pacifica, non violenta, e disciplinata. Siamo stati costretti dal regime a ricorrere alle armi, e la lezione della storia è che per le masse popolari, i metodi delle lotta politica che usano, sono determinati dall’oppressore stesso. Se l’oppressore usa mezzi pacifici, gli oppressi non ricorrerebbero mai alla violenza. E’ quando l’oppressore – oltre alle sue politiche repressive – usa la violenza, che gli oppressi non hanno alternative, se non di vendicarsi con analoghe forme di azione. E perciò i dolori, il sangue che è stato versato, e le responsabilità di questo, poggiano direttamente sulle spalle del regime.

Fonte: Intervista con Charlie Rose, 30 settembre 1993.

Quindici anni fa, ho avuto lo straordinario piacere di incontrare Nelson Mandela a Città del Capo, nella sua funzione di presidente del Sudafrica. E’ stata un’occasione strana. Ero membro della Commissione Internazionale per il Futuro degli Oceani, che teneva un incontro in Sudafrica. E’ successo che uno dei vicepresidenti della commissione fosse Kader Asmal, un caro amico e membro del primo governo di Mandela, che aveva avuto un ruolo importante nella stesura della Costituzione sudafricana. Kader aveva organizzato che Mandela desse il benvenuto nel suo paese alla Commissione e mi chiese se avrei potuto preparare delle osservazioni a nome suo, il che era per me un incarico fantastico, ma che ho intrapreso con trepidazione, non affatto fiducioso di poter trovare le parole che fossero di un qualche lieve aiuto a questo grande uomo. Per peggiorare le difficoltà della mia sfida personale, il vice presidente brasiliano della nostra commissione per gli oceani,  che si supponeva dovesse dare una risposta a nome della commissione, si è ammalato e mi è stato chiesto dal nostro presidente di  rispondere a Mandela a nome della commissione. Ho avuto l’eccitazione di sentire Mandela che leggeva il 90% del mio testo che anni dopo ricordo molto meglio delle mie insignificanti  parole  di risposta al presidente.

Quello che mi ha commosso di più, e che mi ha portato a fare questa introduzione piuttosto narcisistica, è stata la conversazione  dopo l’evento. Mandela mi ha ringraziato per i miei sforzi e ha poi è andato avanti a parlare con ognuno dei 40 membri della commissione, facendo un riferimento specifico alle circostanze di rilievo e  di preoccupazione in ognuna delle loro nazioni. Passava da una persona all’altra con un garbo e una compostezza che non avevo mai incontrato prima da parte di un personaggio pubblico famoso. Era soprattutto la presenzaspirituale di Mandela che creava un’impressione così forte di radiosità morale da parte di tutti noi abbastanza fortunati da essere in quella sala. Mi sono rafforzato nella mia convinzione che mi ha sempre ispirato, che la grandezza politica presuppone un orientamento spirituale verso il significato della vita, non necessariamente espresso sotto forma di impegno religioso, e che tuttavia implica il vivere con una dedizione incondizionata ai valori e alla fede che trascendono il pratico, l’immediato e il materiale.

L’immaginario politico che accompagna una vita di questo tipo, ha anche un’integrità che sfida le proprietà e i relativi confini del pensiero liberale convenzionale. E’ facile per quasi tutti, adesso, onorare Mandela per la sua lunga lotta contro l’apartheid sudafricana, compresi i 27 anni in carcere. E’ meno comune ricordare che giù negli anni ’80 i leader politici della Gran Bretagna e degli Stati Uniti giudicavano Mandela  come un ‘terrorista’ e ‘rivoluzionario’ che meritava di essere messo in prigione a tempo indeterminato, se non peggio. Si ricorda anche meno spesso che Mandela all’inizio della detenzione aveva rifiutato delle offerte di rilascio dal carcere, se “avesse rinunciato alla violenza’ e avesse invitato a porre fine alla ‘lotta armata’. Anche se Mandela è giustamente ammirato per il suo ruolo nel raggiungimento di una transizione non violenta a un costituzionalismo multi-razziale in Sudafrica, non è stato mai desideroso di dire che coloro che sono oppressi devono rinunciare a qualsiasi mezzo abbiano a disposizione per ottenere la libertà. In effetti Mandela come capo del Congresso Nazionale Africano, ha avallato la creazione della sua ala militare, e in una certa fase ha sostenuto la resistenza armata per ottenere la liberazione e  per  debellare i crimini di  tipo razzista che venivano commessi dal regime dell’apartheid su base massiccia e sistematica.

I palestinesi, nelle loro tribolazioni apparentemente infinite, hanno particolare motivo di stimare la vita e la solidarietà dimostrate da Mandela per la loro causa. Le parole di Mandela riflettevano una profonda intuizione che ciò che i palestinesi cercavano era una profonda affinità con la sua lotta personale: “Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi.” In un commento che ha una forte risonanza attuale, quando si dibatte se Israele non sia responsabile di ripetere il reato di apartheid con la sua occupazione della Cisgiordania, le parole di Mandela sono forti: “Mai, neanche nei giorni più bui dell’apartheid in Sudafrica, ci sono state strade separate per i neri e per i bianchi.” Nell’apartheid di Israele esiste una rete di strade separate per i coloni israeliani e i palestinesi, ed anche una struttura amministrativa legale duale discriminatoria.”

Mandela considerava Arafat come un “compagno d’armi” e lo riconosceva come “uno dei degli eccezionali combattenti per la libertà della sua generazione,” e aggiungeva  che “è una grande tristezza che il sogno di Arafat e del suo popolo di uno stato palestinese non si sia realizzato.” Citando affermazioni di Arafat, di Castro e anche di Gheddafi, Mandela faceva capire all’Occidente, in reazione alle critiche: “I nostri nemici non sono i vostri nemici.” Una voce di pace che non si era mai sottoposta alle idee liberali europee di buon comportamento, era stata pienamente apprezzata dai seguaci indiani di Gandhi che consideravano Mandela come l’erede politico naturale del loro eroe nazionale, perché Gandhi, come Mandela, sosteneva fermamente la dignità, l’indipendenza, e la fine del dominio coloniale in tutte le sue molteplici forme.

E’ rilevante anche il fatto che Marwan Barghouti prigioniero in un carcere israeliano in base a cinque condanne consecutive all’ergastolo, guardasse a Mandela per ispirazione e che gli scrivesse una lettera aperta dalla sua cella non molto tempo fa. Gli ha scritto: “E dalla prigione le dico che la nostra libertà sembra possibile perché  lei ha ottenuto la sua.” Oltre a questo salutava Mandela la cui torcia per la libertà ardeva con tale intensità da spargere una luce universale. “Lei ha portato una promessa molto oltre i limiti dei confini del suo paese, la  promessa che l’oppressione e l’ingiustizia saranno sconfitte e prepareranno la strada per la libertà e la pace. Tutti i sacrifici diventano sopportabili anche solo con la prospettiva che un giorno anche il popolo palestinese sarà in grado di godere della libertà.” Barghouti è per i palestinesi il simbolo più forte dell’identità collettiva nella resistenza e nella lotta, ed è inevitabile un paragone con il viaggio di Mandela durato una vita, compresa la chiara svolta di Barghouti verso la scelta di forme militanti di resistenza non violenta.

Credo che quando Israele sarà pronto per una pace sostenibile e giusta, lo segnalerà a se stesso, ai palestinesi e al mondo, liberando dal carcere Barghouti e trattando Hamas come un protagonista politico che ha reclami e aspirazioni genuine da esprimere e che  è necessario includere in qualsiasi diplomazia di conciliazione che meriti l’etichetta di ‘processo di pace’. Fino a quando non arriverà quel momento graditissimo, la marcia palestinese verso la vittoria nella guerra continua per la Legittimazione deve continuare con rinnovata vitalità e passione.

Il viaggio di Mandela, come quello di Gandhi, non è avvenuto senza gradi delusioni. Per ottenere la fine politica dell’apartheid, Mandela ha rinviato le sfide per l’apartheid sociale ed economica. Parte della sua eredità lasciata al Sudafrica, è di portare avanti questa missione per liberare la maggior parte del paese dai molti svantaggi e pesi della loro realtà fatta ancora di segregazione razziale,  subordinazione e umiliazioni.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/nelson-mandela-s-inspiration-revised-by-richard-falk

Originale: Richardfalk.com

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

http://znetitaly.altervista.org/art/13502

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