Lo possiamo pure chiamare “Ugo”

admin | July 4th, 2013 – 1:01 pm

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Bene, se questo fa piacere, se non rovina la gioia di decine di milioni di egiziani e alcune cancellerie occidentali e pure l’Arabia Saudita – non chiamiamolo golpe. Non chiamiamolo colpo di stato, putsch, coup d’etat. Dov’è il problema? Non chiamiamolo e basta. Parafrasando una delle scene culto di Massimo Troisi, possiamo anche chiamarlo “Ugo”. Però in qualche modo si dovrà pur definire, questo evento. A meno che definirlo, in un modo o in un altro, non ponga serie contraddizioni di ordine politico, politologico, concettuale, morale, storico.
O è un golpe o è una rivoluzione. Non è certo un passaggio democratico. Saltiamo subito l’ipotesi del golpe militare. È talmente evidente che è un golpe – nel percorso attraverso il quale si è avuta la destituzione del presidente Mohammed Morsi – che non è neanche il caso di parlarne. Allora è una rivoluzione, anzi, è la rivoluzione atto secondo, o terzo. Revolution reloaded. Ma se è una rivoluzione, perché preoccuparsi di sottolineare che la democrazia è rimasta intatta? Non è così: la democrazia non resta intatta se a un presidente democraticamente eletto (questa è la differenza con la destituzione di Mubarak) è stato detto, ancora una volta dai vertici militari, di andarsene. Che la democrazia resti intatta, però, non è una preoccupazione così rilevante, in una fase rivoluzionaria che è, di per sé, un tempo sospeso.
Ben lo sanno gli organizzatori di tamarrod, che non a caso hanno scelto un termine chiaro, netto per la loro campagna. Tamarrod, ribellione, implica una battaglia contro regole che si considerano ingiuste. È una battaglia di resistenza civile, disobbedienza civile che conosciamo bene, in Italia e in Europa.
Dunque, che problema c’è? Se è una rivoluzione reloaded, quella di ieri, non ha bisogno di democrazia. Ha bisogno, semmai, di costruirla, una seria democrazia. E qui, però, arrivano i problemi seri. Siamo sicuri che gli egiziani, in giusto tripudio perché Mohammed Morsi non è più presidente, non siano ancora una volta ostaggio, nella fattispecie delle forze armate egiziane?
Perché occorre ricordarsele, le date chiave di questi ultimi due anni, in Egitto. Ricordarsi che è stato l’esercito – anche allora, nel 2011 – a destituire Mubarak. E che sempre l’esercito, con il Consiglio supremo, ha supervisionato una transizione che conteneva già i vulnus di oggi. I militari egiziani non hanno voluto – loro – una vera, nuova costituzione. Hanno rattoppato quella precedente, evitando un dibattito costituente e mettendo in piedi una commissione per emendarla. Vi dice qualcosa? Stanno facendo lo stesso ora: una commissione per emendare la costituzione, rattoppare ciò che c’è da rattoppare. Ancora una volta senza prendere di petto la questione fondamentale: scrivere ex novo una legge fondamentale e rifondare l’Egitto in una seconda repubblica, fuori dalle regole e dagli schemi triti della repubblica militare di questi ultimi decenni, da Nasser in poi.
Perché questa non è, almeno per ora, una rivoluzione reloaded. Per ora è un vero e proprio golpe, concepito e realizzato dai militari in un momento perfetto: il momento della massima esposizione del disastro politico, amministrativo, economico di Morsi e dei vertici conservatori della Fratellanza Musulmana, e il momento della massima insoddisfazione del popolo.
Eppure sono stati gli stessi militari i protagonisti della transizione scomposta, a tratti impossibile, di questi ultimi due anni. I militari sono stati al centro di scontri pesanti con le forze rivoluzionarie, in primis quel massacro di giovani, in gran parte egiziani copti, a Maspero, proprio dalle parti della tv di stato. I militari facevano parte del sistema di pesi e contrappesi di Mubarak. I militari hanno cercato di spegnere le energie dei ragazzi di Tahrir, e hanno fatto impantanare lo schema della transizione.
I Fratelli Musulmani, dal canto loro, hanno commesso errori strategici imperdonabili, per alcuni versi anche ingenui, di occupazione del potere. A cominciare proprio dalla loro organizzazione. Il vertice conservatore, che aveva preso il controllo dell’Ikhwan prima della caduta di Mubarak, ha gestito la Fratellanza escludendo l’ala riformista e costringendola a uscire. Non solo Abdel Moneim Abul Futouh, che pur con tutte le sue contraddizioni e ambiguità si era schierato con piazza Tahrir, ma anche altri leader e militanti erano usciti o erano stati più spesso espulsi, trasformando l’Ikhwan in un blocco conservatore che ben poco aveva dello spirito della rivoluzione.
I posti di potere, poi, la Fratellanza Musulmana li ha occupati in maniera scientifica. Con vari obiettivi: dare subito una svolta islamista al sistema istituzionale, proteggere se stessa dal vecchio regime, e anche regolare un bel po’ di conti in sospeso col passato. L’Ikhwan, dunque, ha ragionato ancora come un movimento clandestino che deve proteggersi dal nemico, dall’esterno. L’ho verificato anche con Hamas, dopo la vittoria del 2006, e gli esempi possibili sarebbero tanti, anche fuori dalle dinamiche mediorientali.
Evidente, e prevedibile, la reazione di tutti gli altri attori: dai feloul, dal vecchio regime, sino all’opposizione laica, liberal, di sinistra, anch’essa – in parte – legata ai vecchi schemi prerivoluzionari. A questo punto, solo qualche riga sull’opposizione (metto assieme – in parte incautamente – gli esponenti dell’opposizione tradizionale e i ragazzi di Tahrir): Morsi ha vinto le presidenziali perché l’opposizione presentò tre candidati invece di uno. Per motivi vari, per ragioni serie, senza dubbio. Questa divisione ha però significato un vuoto in cui ha trovato un posto molto comodo Morsi, mediocre e anonimo esponente dell’Ikhwan, senza carisma e troppo arroccato per tentare di ammorbidire le relazioni con l’opposizione. L’opposizione avrebbe vinto le presidenziali, se non si fosse divisa tra partitini, candidati, e egoismi. La mia critica, dunque, è molto semplice: non si può caricare sull’Ikhwan, che di colpe ne ha infinite, anche un peccato originale dell’opposizione. Non aver trovato una sua unità profonda, e soprattutto una visione postrivoluzionaria che riuscisse a mettere assieme le varie anime. Compresa l’anima – quella sì veramente rivoluzionaria – di chi ha fatto parte della pre-Tahrir e di Tahrir.
Ecco, ancora una volta la mia speranza (razionale, estremamente razionale) risiede nella forza teorica e anagrafica dei ragazzi di Tahrir. Sanno bene – io credo – di essere ora ostaggio di chi ha preso decisioni gravi in questi giorni, simili – queste sì – all’Algeria del 1992. E stanno probabilmente già pensando a come uscire da questo tunnel e da questa trappola. Il tempo è dalla loro parte. Le rivoluzioni non durano 18 giorni, né due anni. Tempo al tempo.

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