L’occupazione invisibile della Striscia di Gaza.

Martedì 04 Dicembre 2012 17:07

I droni di sorveglianza, il controllo delle falde acquifere, gli omicidi mirati, l’embargo,il blocco delle frontiere. Israele esercita ancora il suo dominio sulla vita dei palestinesi di Gaza. 

di Eyal Weizman

Gli ultimi combattimenti nella Striscia di Gaza, prima del cessate il fuoco, andrebbero visti non come l’interruzione di una quiete immaginaria, ma come il passaggio da una forma di violenza all’altra.

 

La situazione in cui è tornata la popolazione di Gaza – uno stato di occupazione, sottomissione, isolamento e assedio – non è altro che violenza esercitata con altri mezzi. Ogni tanto questa costante violenza “fredda” esplodo in una forma spettacolare di violenza “calda”. Ma è proprio questa situazione ordinaria ad avere gradualmente eroso i mezzi di sostentamento dei palestinesi e a mantenere ai minimi termini la loro possibilità di movimento, l’economia, l’assistenza sanitaria e perfino l’alimentazione. La violenza strutturale dell’occupazione è fisica e reale, e non è meno letale delle bombe e dei missili telecomandati, anche se è più difficile da identificare e misurare. E poiché è più complicata da fotografare, passa facilmente inosservata e viene contrastata di rado.

Prima dell’”evacuazione” del 2005, l’architettura del dominio israeliano su Gaza si manifestava con gli insediamenti e le strade che li collegavano. Il potere di Israele era visibile ed era esercitato con le minacce: nel 1980, Ariel Sharon, ai tempi ministro responsabile degli insediamenti, ordinò che “di notte gli arabi dovessero sempre vedere le luci ebraiche a cinquecento metri da loro”. Oggi, le forme di controllo su Gaza sono più invisibili. Gli strumenti dell’occupazione hanno compiuto una rotazione di novanta gradi: dall’orizzontale al verticale. Il controllo, che in precedenza era esercitato da posti di comando all’interno degli insediamenti e da installazioni militari situate lungo le strade, è stato mantenuto con i droni che, volando a un’altezza di circa mille metri, sono quasi invisibili, anche se a volte di giorno brillano in cielo e di notte rompono la quiete con il loro ronzio. Di fatto è stata l’abilità dell’aviazione israeliana nel mantenere una costante capacità di “sorveglianza e attacco” su Gaza (i droni possono rimanere in aria ventiquattr’ore su ventiquattro) a rendere possibile il ritiro dal territorio.

Mentre Israele controlla anche il sottosuolo di Gaza – tra cui buona parte delle falde idriche costiere – e i campi elettromagnetici, quello che resta ai palestinesi è una sottile superficie di terra chiusa a sandwich fra due strati di zone sorvegliate dallo strato ebraico. Non c’è da meravigliarsi che i palestinesi cerchino di invadere lo spazio sotto e sopra di loro con tunnel e razzi.

Per Israele l’opportunità più importante offerta da questa architettura verticale dell’occupazione sono gli omicidi mirati. Il 14 novembre l’assassinio mirato di Ahmed Labari ha dato il via a un nuovo ciclo di combattimenti. Oltre a essere uno strumento tattico, l’omicidio mirato è una componente centrale della necropolitica di Israele, il metodo d’intervento preferito nella politica palestinese, e sempre più anche nella propria. Lo dimostra la sincronia di quest’ultimo assassinio con la “campagna elettorale di fuoco” lanciata dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dal ministro della difesa Ehud Barak.

Filtri giganteschi.

La seconda componente del dominio israeliano su Gaza è la recinzione che circonda la Striscia. Anche se le sue parti – una stratificazione di sistemi di sbarramento e strade – sono simili al muro costruito in Cisgiordania, per la popolazione di Gaza la recinzione è praticamente invisibile, perché i soldati hanno l’ordine di sparare a chiunque si trovi a distanze che vanno dai 300 ai 1.500 metri dalla recinzione. Nei 62,6 chilometri quadrati di questa terra di nessuno – che equivalgono al 17% dell’area della sovraffollata Striscia di Gaza – negli ultimi sette anni l’esercito israeliano ha ucciso 213 persone, tra cui almeno 154 civili, molti dei quali bambini che si erano semplicemente allontanati troppo.

Di notte l’area della recinzione è intensamente illuminata. Vista da Israele sembra una striscia di luce bianca e brillante che contrasta con lo sfondo giallognolo e spento delle luci nei campi e nei quartieri di Gaza, dove l’elettricità scarseggia a causa dei razionamenti di Israele. La barriera è un sensore lineare, dotato di fotocamere per registrare immagini diurne e notturne e di rivelatori di movimento che ampliano i limiti della visione a occhio nudo. Le postazioni di tiro di cui è disseminata sono manovrate a chilometri di distanza. Per rafforzare questa gerarchia di visibilità, i soldati hanno l’ordine di sparare a qualsiasi palestinese colto nell’atto di osservare con binocoli o in “modo sospetto” la barriera. I palestinesi dovrebbero presumibilmente evitare di guardare gli strumenti della loro oppressione.

Questo non significa, però, che non ne siano colpiti. I cancelli dei muri di Gaza funzionano come filtri giganteschi che controllano il flusso di beni e servizi essenziali – elettricità, farmaci, benzina, generi alimentari – in entrata e in uscita dalla Striscia. Grazie a questi cancelli, Israele può “premiare” la quiete con le provviste o punire la resistenza inasprendo il blocco. Anche se negli ultimi anni – e ancora di più dopo il crollo del regime di Hosni Mubarak in Egitto – si è allentato, il blocco continua a essere un regime violento e arrogante che tratta i palestinesi come se meritassero solo aiuti umanitari, e non libertà e diritti politici.

Le vittime degli ultimi bombardamenti sulla Striscia di Gaza – secondo alcune stime sono 166 – sono un decimo rispetto alle morti causate dall’operazione Piombo Fuso del 2008-2009. Tuttavia la tragedia di Gaza non può essere compresa solo attraverso il calcolo delle morti violente. Rispetto ad altri conflitti in corso nel mondo, la guerra israelo-palestinese non causa un numero elevato di morti legato alle violenze.

La norma è un processo di eliminazione fisica diverso, più lento, cumulativo e sottile, basato sul degrado delle condizioni ambientali. Questo processo si realizza riducendo la quantità e danneggiando la qualità dell’acqua, distruggendo infrastrutture come gli impianti per il riciclaggio delle acque di scolo, mandando in rovina il settore agricolo – e di conseguenza un’importante fonte indipendente di cibo e vitamine – e limitando l’accesso all’assistenza sanitaria. La mortalità legata a queste cause è l’esito invisibile di un’occupazione invisibile. Anche se alcune agenzie delle Nazioni Unite cercano di valutarli e mostrarli, i dati sull’”eccesso di mortalità” sono difficili da definire, perché sono sepolti nei calcoli statistici comparativi delle tendenze nei tassi di mortalità.

Almeno per un aspetto il dominio israeliano è evidente. Anche quando non è visibile, la presenza del colonizzatore si manifesta nell’ubiquità delle rovine in ogni angolo della Striscia. Gran parte di quello che sappiamo sull’attacco israeliano a Gaza nel 2008-2009 è frutto dell’analisi delle macerie prodotte dai bombardamenti. In quell’occasione morirono 1.400 persone e furono distrutti o danneggiati quidicimila edifici. Nell’ultimo attacco c’è stata una correlazione simile tra il numero delle vittime civili e la distruzione architettonica: buona parte delle morti segnalate finora, inclusi i nove appartenenti della famiglia Al Dalu uccisi nella loro casa di Gaza, è avvenuta all’interno di abitazioni. Singoli individui e intere famiglie sono state uccise da macerie volanti, da pezzi di vetro e cemento che un tempo erano le pareti, i soffitti e le finestre delle loro case. L’ambiente costruito non è solo la scena della guerra, ma anche il suo arsenale.

Gli abitanti della Striscia di Gaza vivono in mezzo e dentro alle rovine da decenni. A volte è difficile distinguere tra i cumuli di macerie dei diversi periodi. Una testimonianza importante del precedente ciclo di devastazioni è l’archivio chiamato “libro della distruzione”, che è compilato dal ministero dei lavori pubblici e dell’edilizia abitativa del governo di Hamas e contiene migliaia di voci, ciascuna delle quali documenta la demolizione parziale e totale di ogni singolo edificio. Nella sua logica burocratica, con una pazienza da agrimensore cataloga i frammenti di cemento e di blocchi forati di calcestruzzo sulla base del modo in cui sono stati distrutti (bombardamento aereo, bulldozer, colpi di artiglieria), l’archivio aiuta a cogliere le dimensioni della devastazione. Anche se il cessate il fuoco entrato in vigore il 21 novembre durerà poco, non ci sarà calma finché non sarà smascherata, smantellata e distrutta l’architettura invisibile del dominio israeliano sui palestinesi.

mn

Eyal Weizman è un architetto israeliano. Dirige il Centre for Research Architecture al Goldsmiths college della University of London.
In Italia ha pubblicato Il male minore (Nottetempo, 2009) e Architettura dell’occupazione (Bruno Mondatori, 2009)

da “Invisible occupation”, 30.11.2012 – London Review of Books, U.K.
http://www.lrb.co.uk/blog/2012/11/30/eyal-weizman/the-invisible-occupation/ 

http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=4025:loccupazione-invisibile-della-striscia-di-gaza&catid=23:interventi&Itemid=43

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