L’UCCISIONE DI RAZAN AL-NAJJAR – di Amira Hass

 

di Amira Hass

8 giugno 2018

Conosciamo il suo name: Razan al-Najjar. Ma quale è il suo? Qual è il nome del soldato che l’ha uccisa venerdì scorso col fuco diretto al torace? Non lo conosciamo e probabilmente non lo conosceremo mai.

Al contrario dei Palestinesi sospettati di uccidere gli Israeliani,  l’Israeliano che ha colpito a morte Najjar, è protetto dalle rivelazioni alle telecamere e dalla dettagliata analisi della sua storia famigliare, compresa la partecipazione di suoi parenti ad attacchi regolari ai Palestinesi, come parte del loro servizio militare o della loro affiliazione politica.

Microfoni israeliani esigenti non saranno spinti sulla sua faccia con domande inquisitorie: Non hai visto che aveva un camice bianco da paramedico quando hai mirato al petto?

Non hai visto i suoi capelli coperti da un foulard? Le tue regole di ingaggio richiedono che tu spari ai paramedici, uomini e anche donne, a una distanza di circa 100 metri dalla barriera di confine? Le hai sparato alle gambe (perché?) e l’hai mancata perché sei incapace? Ti dispiace? Hai dormito bene la notte? Hai detto alla tua ragazza che sei stato tu che hai sparato a una giovane donna della sua stessa età? Najjar è stata la prima che hai ucciso?

L’anonimato dei nostri soldati che eliminano i Palestinesi è una parte inseparabile della cultura della impunità israeliana. Siamo al di sopra di tutto. Immuni da ogni cosa. Permettere a un soldato anonimo di uccidere una giovane paramedica con una pallottola che l’ha colpita al torace, e che è uscita dalla schiena, e andare avanti con la nostra vita.

Ci sono tante foto di Najjar su Internet: spiccava come una delle poche donne delle squadre di primo soccorso che lavoravano nei siti delle proteste per la “Marcia del Ritorno” fin dal 30 marzo.

Dopo due anni di tirocinio, ha scelto di lavorare come volontaria per la Società Medica Palestinese di Soccorso. Ha dato con gioia interviste al corrispondente del New York Times a Gaza, parlando della capacità delle donne di agire in condizioni difficili non meno degli uomini, e anche meglio di loro. Sapeva quanto fosse pericoloso il suo lavoro. Un paramedico era stato ucciso il 14 maggio dalla Forze di difesa israeliane, molti altri sono stati feriti e soffocati mentre correvano a soccorrere i feriti.

Najjar che aveva 21 anni quando è morta, era del villaggio di Khuza’a, a est di Khan Yunis. Nelle interviste non le hanno fatto domande sulle guerre e sugli attacchi militari israeliani durante la sua infanzia e in seguito. E’ difficile trovare le loro cicatrici sul suo piacevole viso visto sullo schermo. In ogni intervista, viene vista avvolta in un foulard di un altro colore – e ogni volta viene avvolto intorno alla sua testa con stile, meticolosamente, mostrando un investimento di tempo e pensiero. Il colore rivela un amore per la vita, nonostante tutto ciò che ha vissuto.

Non conosciamo il nome del soldato, ma sappiamo che c’è nella catena di comando che gli ordinato e che lo ha messo in grado di uccidere una paramedica di 21 anni: il capo del Commando Meridionale, Maggiore Generale Eyal Zamir. Il Capo di Stato Maggiore delle Forze di difesa Israeliane, Generale Gadi Eisenkot. L’Avvocato militare generale, Generale Sharon Afek e il Procuratore Generale Avichai Mendelblit, hanno entrambi  approvato la formulazione delle regole di ingaggio, come è stato detto ai giudici dell’Alta Corte prima che negassero delle petizioni contro le sparatorie contro i dimostranti lungo la barriera di confine.

Malgrado tutte le testimonianze circa le vittime civili e le ferite orripilanti, i giudici hanno scelto di credere a quello che è stato detto loro, a nome dei militari, da Avi Milikovsky, un legale dell’Ufficio del pubblico ministero: l’uso di forza potenzialmente letale si sceglie soltanto come ultima risorsa, in maniera proporzionata e nella minima misura richiesta.

Per favore, spiegateci in che modo questo è coerente con la morte di Najjar che stava curando un uomo ferito direttamente da una bomboletta di gas lacrimogeno. Un testimone oculare ha detto al New York Times che mentre il ferito veniva portato verso un’ambulanza, le colleghe di Najjar curavano lei che soffriva per gli effetti del gas lacrimogeno. Poi si sono sentiti degli spari e Najjar è caduta.

I giudici dell’Alta Corte Esther Hayut, Hanan Melcer e Neal Hendel hanno offerto su un piatto d’argento all’esercito l’esenzione da un’indagine,  l’esenzione dalle critiche.

Così facendo, si sono uniti alla catena di comando che ha ordinato al nostro soldato anonimo di sparare al petto di una paramedica e di ucciderla.

Amira Hass è la corrispondente di  Haaretz per i Territori Occupati.

Nata a Gerusalemme nel 1956, la Hass è entrata in Haaretz nel 1989, e dal 1993 ricopre il suo attuale incarico. In quanto corrispondente per i territori,  ha trascorso tre anni a Gaza, cosa che le è servita come base  per il suo libro ampiamente acclamato. “Drinking the Sea at Gaza.” (Bere il mare a Gaza).Vive nella città di Ramallah, in Cisgiordania, fin dal 1997.La Hass è anche autrice di altri due libri, entrambi formati da  raccolte dei suoi articoli.

Nella foto: Razan al-Najjar

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/razan-al-najjar-murder

Originale : Haaretz

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

L’UCCISIONE DI RAZAN AL-NAJJAR – di Amira Hass

http://znetitaly.altervista.org/art/25198

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