“L’ULTIMA GENERAZIONE”: COME L’OCCUPAZIONE STA SPINGENDO I CRISTIANI FUORI DALLA PALESTINA

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tratto da: INVICTA PALESTINA

I pellegrini accorrono a Betlemme per celebrare il Natale, ma i cristiani palestinesi temono per la sopravvivenza della propria comunità nella terra di Gesù.

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Peter Oborne – 24 dicembre 2019

Una settimana prima di Natale. Sono in Manger Square e osservo i pellegrini scendere dagli autobus e dirigersi verso la Chiesa della Natività, edificata per la prima volta nel quarto secolo nel luogo in cui, secondo la tradizione cristiana, nacque Gesù bambino.

All’interno della chiesa mi unisco a un gruppo  di pellegrini spagnoli. Ci fermiamo a cantare inni natalizi accanto al presepe di Gesù. Non  ho dubbi sulla sincerità o sulla devozione di coloro che ogni anno compiono il pellegrinaggio a Betlemme. Per me, un cristiano anglicano, è un’esperienza profondamente commovente.

Ma quanto sanno questi pellegrini della piccola e  minacciata comunità cristiana palestinese che sopravvive a quasi 2000 anni dalla morte di Gesù?

Situata all’interno della Cisgiordania occupata da Israele, la moderna Betlemme è un luogo difficile, con due campi profughi all’interno dei confini della città e con insediamenti israeliani che continuano a svilupparsi attorno ad essa.

Il muro di separazione corre come una cicatrice attraverso la città. Ogni pellegrino deve attraversarlo per raggiungere Manger Square. Li disturba? Lo notano?

 “Per la maggior parte dei turisti, è come se la storia si fosse fermata nel 70 d.C. Visitano la Terra Santa dove Gesù compì i suoi miracoli, ma ignorano la realtà ‘- Pastore Munther Isaac

Qui il cristianesimo sopravvisse alla persecuzione dei suoi primi convertiti sotto il dominio romano. Fiorì sotto l’impero bizantino, sopportò i primi califfati islamici e godette di un risveglio sotto l’impero ottomano prima che nel 1917 il territorio della Palestina moderna passasse sotto il  controllo britannico

Eppure, ogni cristiano palestinese con cui ho parlato pensa che presto non ci sarà più una significativa presenza cristiana nella terra dove il fondatore del cristianesimo nacque, predicò il suo vangelo e morì.

Con poche eccezioni, mi  hanno detto che erano l’ultima generazione di cristiani palestinesi.

Solo una manciata potrebbe essere necessaria per occuparsi dei luoghi santi, soprattutto della Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, che si dice sia stata costruita sia sul luogo della crocifissione di Gesù che sulla tomba da cui è risorto, così come della Chiesa della Natività.

Pellegrini a Betlemme

Pellegrini cristiani pregano nella Chiesa della Natività, il luogo in cui i cristiani credono che Gesù sia nato, nella città santa di Betlemme in Cisgiordania. (AFP)

Questi luoghi santi attraggono milioni di pellegrini, e tra l’altro rendono una fortuna agli ordini religiosi che li controllano. Ma questi ordini hanno sede all’estero e spesso sono gestiti da clero straniero, all’interno del quale non tutti parlano arabo.

I cristiani palestinesi distinguono tra quelle che chiamano “pietre morte”, ovvero i santuari e le chiese che sul paesaggio hanno lasciato il segno di quasi 2000 anni di continuo culto cristiano, e le “pietre vive”, le persone che continuano a praticare la fede cristiana nella culla della religione. Qui i numeri sono chiari.

Secondo i dati pubblicati dalla stampa del Patriarcato Latino, il loro numero sta diminuendo e oggi si stima che ci siano solo 40.000 cristiani in Cisgiordania e solo 11.000 a Gerusalemme, appena l’uno per cento della popolazione totale dei territori palestinesi occupati della Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est.

Secondo un’indagine sui cristiani palestinesi che vivono in Israele e nei territori palestinesi, la percentuale della popolazione identificata come cristiana è scesa dal 7,4 per cento del 1947, prima della creazione dello stato di Israele, a solo il due per cento del 2007.

Secondo le informazioni pubblicate questa settimana dal Central Bureau of Statistics di Israele, ci sono 177.000 cristiani che vivono in Israele, ovvero circa il due percento della popolazione totale del Paese.

Per capire questa minaccia mortale, ho visitato Gaza, Gerusalemme, la Cisgiordania e lo stesso Israele durante due viaggi, uno l’estate scorsa e l’altro durante il periodo che precede il Natale.

A Betlemme, invece  che pregare nella chiesa della Natività, mi sono unito a 200 fedeli nella chiesa luterana.

I luterani hanno cantato meravigliosamente con un coro locale. In un servizio celebrato in arabo il pastore, Munther Isaac, ha dedicato il suo sermone  alla condanna dell’omicidio di una donna vicino a Betlemme, uccisa  dai suoi stessi parenti, dicendo alla congregazione: “Dire alle donne che il loro posto è in casa, è il primo passo verso la violenza contro di loro“.

 ‘Dietro le luci e le celebrazioni, sentiamo che Betlemme è una grande prigione, circondata da insediamenti e divisa da un muro’- Pastore Munther Isaac

Più tardi mi ha detto che “dietro le luci e le celebrazioni, sentiamo che Betlemme è una grande prigione, circondata da insediamenti e divisa da un muro”.

Ha aggiunto  che i  turisti vengono solo per “visitare vecchie chiese e soggiornare in hotel convenienti. A loro importa davvero dei palestinesi?

Per la maggior parte dei turisti, è come se la storia si fosse fermata nel 70 d.C. Visitano la Terra Santa dove Gesù compì i suoi miracoli, ma ignorano la realtà.

“Sinceramente sento che il peso della storia è nell’essere l’ultima generazione cristiana a rimanere in questa terra. Guardo la mia congregazione. Siamo 160 membri. Molti di loro hanno 50 anni e oltre.

“Abbiamo esaminato i registri della chiesa. Abbiamo scoperto che abbiamo migliaia di membri che vivono fuori dalla Palestina.

Le forze di sicurezza fanno la guardia sul tetto della Chiesa della Natività mentre i cristiani si riuniscono per le celebrazioni natalizie nella città di Betlemme in Cisgiordania. (AFP)

Vessazioni nei confronti dei coniugi

La maggior parte  se ne va per sfuggire alla discriminazione da parte di Israele, che è il destino comune di tutti i palestinesi, cristiani e musulmani.

Altri emigrano per ottenere lavori che non sono disponibili in Cisgiordania. E poi ci sono le pressioni più insidiose.

Elaine Zoughbi, una corista, mi ha raccontato una tipica storia di vessazioni  da parte delle autorità israeliane.

Elaine, cittadina americana, deve affrontare ostacoli burocratici e legali che hanno reso progressivamente più difficile vivere con il marito palestinese e i loro quattro figli.

Il problema iniziò quando Elaine arrivò all’aeroporto Ben Gurion dagli Stati Uniti per partecipare al matrimonio di suo figlio. Nonostante avesse fatto lo stesso viaggio innumerevoli volte in passato, le fu negato l’ingresso in Israele, le venne sequestrato  il passaporto e venne trattenuta per 12 ore.

Alla fine, quasi a mezzanotte, fu messa su un aereo che lasciava Israele. Quando chiese una spiegazione, le fu risposto che era “sposata con un palestinese”.

Elaine è sposata con Zoughbi Zoughbi, un rispettato leader cristiano, e ha vissuto con lui a Betlemme per quasi 30 anni.

Elaine e suo marito Zoughbi Zoughbi a Betlemme. (Peter Oborne)

Dopo una battaglia burocratica da incubo, ottenne da Israele il permesso di entrare in Palestina attraverso il ponte di Allenby – il confine terrestre tra Giordania e Cisgiordania, e l’unico  modo per i palestinesi della Cisgiordania di andare all’estero.

Il nuovo visto di Elaine le concedeva un soggiorno di tre mesi e stabiliva che doveva rimanere confinata nei territori controllati dai palestinesi in Cisgiordania.

Dovette anche pagare una garanzia di 70.000 shekel ( 20.000 dollari) per assicurare che seguisse le restrizioni del visto. La sua famiglia dovette prendere in prestito questi soldi da amici.

 “Se sei un palestinese, devi scegliere tra vivere la tua vita qui con un coniuge “part-time” o vivere tutto l’anno in esilio con coniuge e figli”- Elaine Zoughbi

Le fu detto che queste dure misure erano dovute al “sospetto di attività di insediamento illegale nell’area”.

Ho chiesto cosa significasse. Lei ha risposto che non ne aveva idea: “Come puoi  svolgere un’attività di insediamento illegale quando stai semplicemente cercando di vivere con tuo marito nella terra ancestrale della sua famiglia?

Ha continuato: “Sin dal nostro matrimonio, nel 1990, abbiamo chiesto alle autorità israeliane di concedermi lo status di residenza permanente affinché io potessi vivere con mio marito a Betlemme.

“Le nostre domande sono state continuamente respinte cosi che, negli ultimi 30 anni, per vivere con mio marito ho dovuto dipendere dalla “generosità” delle autorità israeliane nell’estendere i miei visti turistici. Ora quella generosità sembra essere finita.

Ha rivelato che altri membri della famiglia sono stati ugualmente presi di mira. Anche la nipote di suo marito è sposata con un cittadino americano e anche lui è stato deportato all’arrivo all’aeroporto di Ben Gurion.

Un altro cugino ha sposato una donna olandese a cui è stato rifiutato lo status di residenza permanente. La famiglia ora vive all’estero.

Elaine ha dichiarato: “Conosco molti coniugi internazionali che si trovano nella stessa situazione. Laddove un coniuge è palestinese e l’altro coniuge proviene dalla Germania, dalla Grecia o dagli Stati Uniti o da altrove.

“Se sei un palestinese, devi fare una scelta tra vivere la tua vita qui con un coniuge ”part-time” o vivere tutto l’anno in esilio con coniuge e figli”.

Ha aggiunto che “anche se Gerusalemme è a meno di cinque miglia di distanza, non mi è permesso visitare la famiglia lì o rischiamo di perdere  i 70.000 shekel di  garanzia bancarie  alle autorità israeliane”.

Ancora e ancora mi sono imbattuto in cristiani palestinesi che affrontano questa stessa difficoltà. La moglie di un pastore palestinese dipende da un visto turistico da 19 anni. Recentemente le è stato detto che il visto sarebbe durato solo un mese.

Un cristiano, che mi ha chiesto di non nominarlo per paura delle autorità, ha dovuto aspettare più di un anno prima che sua moglie, nata all’estero, fosse  autorizzata ad andare a Gerusalemme.

Queste continue vessazioni   uccidono  lo spirito”, ha spiegato Elaine Zoughbi.

Lo stress è emotivo e fisico. Quelli di noi che possono farlo, spesso scelgono di andarsene“.

Ha aggiunto: “Considero questo un tipo di trasferimento involontario. Molti di noi affrontano un futuro sconosciuto riguardo al fatto che non sappiamo se ci sarà permesso vivere nelle nostre case nel Paese del coniuge“.

Middle East Eye ha chiesto alle autorità israeliane di commentare le questioni sollevate da Zoughbi, ma queste hanno detto che lo avrebbero fatto solo se MEE avesse fornito i numeri ID della coppia.

Cristiani a Gaza

Solo 15 anni fa c’erano 4.000 cristiani a Gaza. Ma c’è stata una caduta vertiginosa che ha portato il numero ai 1.000 di oggi, come ho scoperto quando vi andai a luglio per portare attrezzature mediche all’ospedale anglicano Ahli Arab.

Lasciando il valico di Erez da Israele a Gaza, venni accolto dal sacerdote cattolico padre Mario Da Silva. Mi accompagnò nella sua chiesa, la Chiesa della Sacra Famiglia, in onore di Giuseppe e Maria che, secondo la tradizione cristiana, attraversarono Gaza come rifugiati con Gesù bambino mentre fuggivano dal massacro degli innocenti di Erode.

Mentre guidavamo, padre Mario mi disse che era arrivato a Gaza da Roma solo due giorni dopo la guerra del 2012.

Fu un grande shock per me. Venivo da Roma, una città molto bella. Pensavo che tutto sarebbe stato distrutto, ma passo dopo passo la situazione migliorò. Ma ora è peggio.

Accanto alla Chiesa della Sacra Famiglia si trova un rifugio gestito da suore dell’ordine di Madre Teresa. All’interno vidi la gioia, l’amore e la devozione con cui si prendevano cura dei bambini handicappati locali.

Entrammo nell’ufficio di padre Mario. “Abbiamo circa 60 o 70 persone ai nostri servizi”, mi disse. “Nel 2003 c’erano 4.500 cristiani a Gaza. Adesso ce ne sono circa 1.000. Quando sono arrivato nel 2012, c’erano 170 cristiani nelle  liste elettorali“.

Un servizio religioso a Gaza. Negli ultimi anni,la  popolazione cristiana di Gaza è diminuita a poche centinaia di persone (MEE / Adam Khalil)

Si alzò dal suo posto, si avvicinò alla sua scrivania e contò. “Ora ce ne sono 117.

Sebbene la popolazione cristiana rappresenti una piccola parte della popolazione di Gaza, fornisce un contributo sostanziale in termini di salute, benessere e istruzione.

Cinque scuole cristiane a Gaza forniscono istruzione a 3.000 bambini, tutti cristiani tranne 180 musulmani.

Oltre all’ospedale anglicano Ahli Arab, ci sono cliniche che forniscono servizi medici a decine di migliaia di abitanti di Gaza. L’ospedale oftalmico di Gerusalemme ha aperto recentemente una filiale a Gaza City. Esiste un’associazione cristiana di 500 giovani (YMCA), che offre attività sportive, culturali e sociali.

Durante l’attacco israeliano del 2014 a Gaza, l’Operazione Margine Protettivo, le chiese e l’YMCA  spalancarono le porte per ospitare gli sfollati e servire razioni di emergenza e aiuti. Dopo la fine dei combattimenti, le scuole cristiane  riaprirono  in tre settimane.

Musulmani o cristiani, la vita a Gaza è inimmaginabilmente dura.

Quest’anno i cristiani hanno subito un altro colpo devastante quando il 12 dicembre le autorità israeliane hanno annunciato che a Natale non avrebbero potuto visitare Betlemme e Gerusalemme. Un’inversione del divieto è stata annunciata il 22 dicembre, ma ormai la maggior parte delle persone non aveva più possibilità di organizzare il viaggio.

Cristiani in Israele

Ci sono molti più palestinesi cristiani all’interno di Israele che in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est messi insieme, e quasi tutti sono cittadini israeliani. Immagino che il cristianesimo sopravviverà  più a lungo all’interno di Israele stesso che nei Territori palestinesi Occupati.

In Israele i cristiani palestinesi usufruiscono dei servizi sanitari, dell’istruzione e di altri servizi che non sono disponibili per i palestinesi che vivono in Cisgiordania o a Gaza.

Quasi tutta la popolazione cristiana israeliana è  composta da famiglie palestinesi che sono rimaste nelle terre  occupate da Israele durante quella che i palestinesi chiamano Nakba, o catastrofe, quando centinaia di migliaia di persone  fuggirono o furono cacciate dalle loro terre da gruppi paramilitari ebrei durante il conflitto che seguì la spartizione della Palestina storica e portò alla creazione di Israele.

Da allora, molte chiese all’interno di Israele sono state chiuse con ordini militari. E, come tutti i cittadini palestinesi di Israele, anche i cristiani  sono soggetti a discriminazioni e hanno difficoltà nel trovare lavoro. La nuova legge  Stato Nazione chiarisce esplicitamente che gli arabi palestinesi non sono uguali cittadini nel proprio Paese.

Ci sono due membri cristiani della Knesset: Aida Touma-Suleiman e Mtanes Shehadeh.

Se tutti i cristiani lasciassero la Terra Santa, sarebbe facile per Israele sbarazzarsi di tutti noi”- Riah Abu El-Assal, ex vescovo di Gerusalemme

Per i cristiani palestinesi che vivono in Israele, la fede costituisce un altro livello di complessità, unitamente alle già delicate questioni di identità, sia auto-definite che imposte da altri.

Un leader cristiano che ho incontrato ha citato Gesù: “Devi essere saggio come i serpenti e morbido come le colombe”.

Ha aggiunto: “Siamo una minoranza in una minoranza. Per tutto il tempo devo sforzarmi di dimostrare che non sono un terrorista.

Ha continuato : “Sono un cittadino leale. Ciò non significa essere un collaboratore. La nostra Bibbia è amore. Predico l’amore, ma predico la giustizia. Alla gente in Cisgiordania piace ascoltare sermoni nazionalisti. Noi stiamo diventando meno nazionalisti.

Il sacerdote mi disse che era “sottoposto a pressioni israeliane per fare differenziazioni tra cristiani e musulmani”. Dicono che “sei un cristiano, vieni, ti diamo un appartamento in una zona ebraica”.

foto scattata  nella città di Beit Jala, un sobborgo di Betlemme, mostra la strada israeliana e la controversa barriera di separazione tra Betlemme e Gerusalemme. (AFP)

Il governo Netanyahu tenta di corteggiare i cristiani di cultura aramaica o i maroniti.

Nel 2014, Israele ha riconosciuto ufficialmente la minoranza etnica degli aramei, invece di considerarli come arabi cristiani. Gli aramei hanno accesso all’educazione ebraica e araba. Molti scelgono di servire nell’IDF.

Sono andato a Nazaret, la città natale di Gesù, dove ho incontrato l’ex vescovo di Gerusalemme, Riah Abu El-Assal.

Mi ha raccontato come anche tutti i suoi fratelli e sorelle fossero emigrati. Anche lui ha detto “potremmo essere l’ultima generazione di cristiani palestinesi”.

Il vescovo Riah mi ha portato sul Monte delle Beatitudini dove si dice che Gesù abbia pronunciato il Discorso della Montagna. Lì il vescovo mi ha raccontato  la sua storia familiare: “La maggior parte della mia famiglia è  andato in Canada e in America. Mi hanno implorato di unirmi a loro, ma non avrei mai  lasciato la Terrasanta”.

Mentre eravamo in piedi di fronte al Mar di Galilea,  mi disse che il livello dell’acqua stava calando perché gli israeliani la stavano incanalando nella regione del deserto del Negev.

Ha detto: “Secondo me, se tutti i cristiani  lasciassero la Terra Santa, sarebbe facile per Israele sbarazzarsi di tutti noi. Trasformerebbero  la lotta in una guerra religiosa tra islam ed ebraismo. Porterebbero i Paesi cristiani dalla loro parte.

Senza il cristianesimo, il mosaico della Terra Santa cesserà di essere un mosaico”.

Una suora ortodossa prega nella chiesa della Natività, il luogo in cui i cristiani credono che Gesù sia nato,  a Betlemme in Cisgiordania. (AFP)

Numeri in calo

Perché i cristiani palestinesi stanno emigrando in così gran numero e così rapidamente? In Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme subiscono esattamente le stesse pressioni degli altri palestinesi in termini di discriminazioni e molestie.

Spesso hanno famiglie più piccole. Può darsi che sia più facile per i cristiani lasciare la Palestina rispetto ai musulmani. Nell’Occidente islamofobico, sono più benvenuti dei musulmani. Molti parlano un inglese migliore e appartengono a classi sociali più alte. Una volta partiti, raramente tornano.

I giovani cristiani palestinesi mi stanno dicendo che non siamo considerati parte della famiglia. Lo siamo solo a parole’- Salim Munayer, direttore di Musalaha

Quelli che  restano mi hanno detto che si sentono traditi dagli altri cristiani. Salim Munayer è il direttore e fondatore di Musalaha, un ministero che lavora per la riconciliazione tra cristiani israeliani e palestinesi.

Quando l’ho incontrato nel suo ufficio di Gerusalemme, mi ha detto: “I giovani cristiani palestinesi mi dicono che noi cristiani palestinesi non siamo considerati parte della famiglia. Lo siamo solo a parole. Nel cristianesimo mondiale non siamo considerati. Abbiamo molte delegazioni di chiese che vengono a visitare questa terra con dichiarazioni di sostegno, ma nessuno poi fa nulla..

Ad esempio, l’amministrazione Trump ha tagliato i finanziamenti per gli aiuti agli ospedali di Gerusalemme est. Non sentiamo le chiese degli Stati Uniti  protestare e  prendere posizione a riguardo. C’è silenzio. C’è paura di agire  a favore del popolo palestinese“.

Molti cristiani palestinesi mi hanno detto di sentirsi minacciati dai movimenti della chiesa cristiana sionista, sostenuti dal governo israeliano.

Munther Isaac mi ha raccontato “dell’ironia di coloro che sono preoccupati per il futuro del cristianesimo in Medio Oriente, timori espressi  in conferenze a Washington, quando in realtà stanno consentendo l’occupazione, motivo per cui i cristiani stanno perdendo la terra”.

Gli alleati evangelici di Israele

È vero che per molti sionisti evangelici – inclusi predicatori americani estremamente popolari e potenti come John Hagee e Robert Jeffress – il futuro del cristianesimo dipende dal ritorno degli ebrei in Israele, per realizzare la Seconda Venuta di Cristo, spesso indicata come End Times.

Mimi Kirk, del think tank statunitense Al-Shabaka, The Palestinian Policy Network, scrive che, a seguito di questa convinzione, “l’occupazione israeliana e l’oppressione dei palestinesi – compresi  i cristiani – viene ignorata o percepita come  necessaria per raggiungere il risultato finale.

“In questa ottica, i sionisti cristiani considerano l’espansione di Israele nella Cisgiordania attraverso gli insediamenti illegali uno sviluppo positivo e sostengono persino l’espansione israeliana nella Westbank della Giordania.”

Molte delle persone con cui ho parlato hanno dichiarato che i cristiani palestinesi che parlano apertamente contro l’occupazione vengono puniti.

Hanno raccontato che ciò avviene attraverso metodi come la negazione dei permessi di viaggio, impedendo le visite ai luoghi santi di Gerusalemme e Betlemme. Alcuni pastori famosi che collaborano con Israele possono vedersi ricompensare con macchine diplomatiche e altri segni di approvazione ufficiale.

Alcuni evangelici raccontano una storia diversa. Dicono che i cristiani stanno emigrando a causa di una minaccia dell’Islam stesso. L’International Christian Embassy a Gerusalemme, ad esempio, afferma che la ragione dell’emigrazione cristiana di massa è la persecuzione musulmana. Quando ho chiesto di incontrare questo gruppo evangelico nel suo ufficio vicino alla Porta di Giaffa a Gerusalemme, non mi è stato concesso.

È vero che ci sono state occasionali tensioni. Ma ogni cristiano palestinese con cui ho parlato ha sottolineato che cristiani e musulmani condividono una comune identità palestinese. E quando ho viaggiato attraverso la Cisgiordania ho trovato un esempio commovente di due comunità che combattono una lotta comune e lavorano insieme.

Fedeli accendono candele nella chiesa greco-ortodossa di Santa Barbara nel villaggio di Aboud, nella Cisgiordania occupata da Israele. (AFP)

Segni di speranza

L’antico villaggio di Aboud si trova 30 chilometri a nord di Gerusalemme. È un luogo  fuori dal tempo, con alberi di fico, vecchie case di pietra, chiese in rovina e un senso di costante tranquillità.

Si dice che Gesù abbia attraversato Aboud nei suoi viaggi dalla Galilea a Gerusalemme. Alcuni sostengono che qui abbia predicato e attirato alcuni dei suoi primi seguaci.

La scorsa settimana, su invito del sacerdote greco ortodosso del villaggio, padre Emanuel, mi sono unito a centinaia di abitanti del villaggio mentre accendevano le luci dell’albero di Natale.

Un coro locale  ha cantato inni natalizi  e  fedeli della chiesa cattolica  si sono esibiti in danze.

Le festività natalizie di Aboud iniziano tradizionalmente il 16 dicembre, data del martirio di Santa Barbara, la patrona del villaggio.

Gli abitanti del villaggio mi hanno detto che Santa Barbara si convertì presto al cristianesimo. Figlia di un ricco pagano, la storia racconta che si innamorò di un cristiano e si convertì.

Quando in seguito si confidò con suo padre, lui si infuriò e cercò di ucciderla, ma Santa Barbara fuggì in una grotta in una collina che dominava la città. Lì si nascose fino a quando un pastore non la tradì e fu assassinata.

Le celebrazioni iniziano nella chiesa greco-ortodossa del villaggio, risalente all’epoca bizantina e una delle chiese più antiche del mondo ancora in uso.

Mi unii ai fedeli in preghiera nella  funzione celebrata da un arcivescovo della chiesa greco-ortodossa, Atallah Hanna.

Alla fine delle preghiere, andammo in processione attraverso il villaggio e su per la collina dove si ritiene che Santa Barbara sia stata martirizzata.

Ad aprire la strada c’era un gruppo di scout della chiesa cattolica romana che suonava la cornamusa e la batteria. I musulmani si unirono alla nostra processione.

Quando raggiungemmo la piccola grotta dove si dice che la santa fosse morta, entrammo in piccoli gruppi. Quando venne il mio turno, mi arrampicai, accesi una candela e pregai Santa Barbara per la pace. È stato un momento sacro.

Mentre stavo uscendo dalla grotta, il sole stava tramontando, ma c’era ancora una vista favolosa delle dolci colline verso Tel Aviv e il mare.

Un pellegrino cristiano bacia la stella d’argento a 14 punte, ritenuta il punto esatto in cui nacque Cristo, presso la grotta della Chiesa della Natività a Betlemme. (AFP)

Cristiani e musulmani

Gran parte di Aboud rientra nell’area C, direttamente sotto il dominio militare israeliano.

La terra  fu confiscata dagli abitanti del villaggio per far posto al vicino insediamento di Beit Aryeh-Ofarim. Diciassette anni fa le forze israeliane  fecero saltare in aria il santuario in cima alla collina, anche se da allora è stato restaurato.

‘Durante le nostre feste vengono da noi e si congratulano con noi, e  durante le loro andiamo e ci congratuliamo con loro. Siamo tutti esseri umani’- Rida, negoziante, Aboud

Un commerciante cristiano, Rida, mi ha detto che i circa 2.500 abitanti del villaggio sono divisi all’incirca metà e metà tra musulmani e cristiani, aggiungendo che “vivono come fratelli”.

Ha aggiunto: “Nelle nostre  feste vengono da noi e si congratulano con noi, e nelle loro feste andiamo e ci congratuliamo con loro. Siamo tutti esseri umani.

Un commerciante musulmano di una famiglia vicina, Maiser, in piedi accanto a lui, ha detto: “Posso confermare che è vero. Viviamo come fratelli.

Dopo aver pregato Santa Barbara, seguii la processione giù per la collina fino al municipio per cantare, ballare e ascoltare i discorsi. Un insegnante della scuola locale mi ha fatto da guida e da interprete.

Siamo persone che condividono le stesse circostanze e la stessa sofferenza”, mi ha detto.

Il coro cantava inni natalizi, mentre i gruppi della chiesa cattolica si esibivano in danze di giovani che  con kefiah.  Fu cantato dell’inno nazionale palestinese.

Alla fine l’arcivescovo Hanna  ha tenuto un sermone in cui ci ha detto che Santa Barbara era morta per “trasmettere il messaggio di vivere la propria fede ed essere onesti con gli altri”.

Ha quindi annunciato che saremmo andati ad accendere  l’albero di Natale “come una famiglia palestinese, cristiana e musulmana. Il messaggio del Natale per noi è darci giustizia e pace e non può esserci pace senza giustizia”.

Uscimmo in strada. L’albero di Natale fu illuminato e seguirono altri canti e fuochi d’artificio.

In molte parti del mondo il Natale è diventato una festa del consumismo piuttosto che della fede. Ma ad Aboud, le celebrazioni sono rimaste saldamente radicate nella predicazione e nelle credenze cristiane.

I cristiani credono che Gesù sia venuto nel mondo per aiutare i poveri, i deboli e coloro che soffrono per le  ingiustizie, e per i cristiani palestinesi questo è un messaggio che ancora risuona.

Quando ho lasciato Aboud, ho sentito di essere stato straordinariamente privilegiato per aver preso parte a qualcosa che rimarrà per me  un prezioso ricordo per tutta la vita. Eventi come questo mostrano che il cristianesimo palestinese illumina con una luce che non può essere lasciata morire.

 

Trad Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù”- Invictapalestina.org

 

“L’ultima generazione”: come l’occupazione sta spingendo i cristiani fuori dalla Palestina

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