L’ultima macchina fotografica di Hebron

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Badee Dwaik è il responsabile di un’organizzazione che insegna ai  giovani a utilizzare  le videocamere  per documentare  il particolare “apartheid” della città palestinese.

Foto: Badee Dwaik, Difensore dei diritti umani a Hebron  Inaki  Makazaga

Inaki  Makazaga – Hebrón –  21 Agosto 2018

Badee Dwaik (Hebron, 1973) è stato arrestato più di dieci volte nella sua città, anche tre volte nello stesso giorno. La prima volta aveva 19 anni. Fu torturato e incarcerato  per tre anni. Le successive sono state detenzioni amministrative, senza che conoscesse le accuse, né potesse presentare ricorso. “Sono riusciti  a farmi camminare con la paura, dormire con la paura e sentire la mia città come una prigione all’aperto”. Per quattro anni ha promosso Human Rights Defenders, un’organizzazione che formava studenti  e famiglie palestinesi di Hebron per filmare le azioni dell’esercito e difendere il loro diritto a vivere in pace sulla loro terra. Più di 800.000 Palestinesi vivono assediati da diversi insediamenti di coloni con oltre 100 posti di blocco, oltre a diverse barriere che isolano le principali arterie della città vecchia. Dwaik ha deciso di rimanere, registrare e resistere.

Oggi le quattro videocamere che tiene a casa sono nascoste nel soggiorno, dietro una foto di famiglia. Le mostra come se la sua vita, quella della sua famiglia e dei suoi vicini dipendesse da loro. In silenzio, ne scarta una, poi un’altra e così via fino alla quarta. “Sono piccole, riprendono in HD e pesano poco”. Israele sta preparando una nuova legge bavaglio che punirà con sanzioni da cinque a dieci anni chi filmerà o fotograferà l’esercito. La legge si applicherà sia ai giornalisti che alle persone attive nei social network ed entrerà in vigore non appena sarà approvata dal Parlamento. “Ora non solo filmiamo con paura, ma nascondiamo con angoscia anche l’attrezzatura “.

Il 24 marzo 2016, il suo collega Imad Abu Shamsyeh filmò con una delle sue macchine fotografiche come l’ufficiale dell’esercito israeliano, Elor Azari, sparò a un Palestinese ferito mentre era a terra. Il video divenne virale, il soldato fu processato e condannato a nove mesi di prigione. Imad fu picchiato dall’esercito insieme alla sua famiglia e nei mesi successivi minacciato continuamente di morte. Ma anche lui ha scelto di resistere.

Lo scorso 5 luglio, il soldato è tornato Hebron. Nel primo pomeriggio, il profilo Facebook di Dwaik ha mostrato com’era stato ricevuto, tra bandiere israeliane, applausi e abbracci. Mostrava anche come un gruppo di coloni adolescenti attendesse il proprio turno per farsi fotografare con lui. Nella strada dove ha sparato a distanza ravvicinata, nessuno passa più. Nei muri, ci sono ancora i fori di proiettile. E l’esercito ha espropriato un edificio palestinese per farlo diventare la casa dei soldati, dove ogni giorno viene loro servito del cibo.

Passeremo da una prigione all’aria aperta a un’altra tra le mura, ma non smetteremo mai di denunciare questi abusi.

“In questa città, in qualsiasi momento ti possono fermare senza sapere cosa ti aspetta più tardi.” Per questo motivo, Dwaik tiene sempre la batteria del cellulare carica: non sa quando potrebbe dover registrare qualche abuso. In parallelo, i coloni contano sulla sicurezza di mille soldati dell’esercito e sull’accesso limitato ai loro quartieri tra sentinelle, filo spinato e strade private. Il silenzio ha conquistato la città.

Dwaik va una volta al mese nelle scuole palestinesi per addestrare i giovani all’uso di macchine fotografiche e videocamere. Ugualmente, va dalle dodici famiglie che hanno le apparecchiature di registrazione per copiare il contenuto delle macchine fotografiche. “Qui, restare a casa è la migliore forma di resistenza. E per evitare di cadere in provocazioni violente, incoraggio l’uso di telecamere, così che il mondo conosca l’indegna situazione in cui viviamo e i giovani trovino un modo per resistere pacificamente “.

Le tensioni con i coloni sono quotidiane. Il mercato della carne è oggi il migliore esempio della situazione sofferta dai Palestinesi a Hebron. All’inizio degli anni ’90 il passaggio fu chiuso con lastre di cemento armato. Le bancarelle sono ora sigillate e contrassegnate con stelle di David. “Quello che era il cuore della città ora è uno scheletro di oltre 1.200 banchi chiusi”. Silenzio. Dall’altro lato di quel muro, un pezzo del mercato continua la sua vita. Con la complicazione che la fine di una delle sue strade è presa di mira dai coloni residenti ai piani superiori. “Ci buttano olio bollente, urina e spazzatura”, dice Dwaik. Una griglia metallica protegge i commercianti. Anche così, dodici hanno già abbandonato l’attività e i Palestinesi che lo frequentano parlano quasi sussurrando.

I Palestinesi devono attraversare giornalmente i
chekpoints per accedere alle aree designate da Israele. In ogni controllo possono essere perquisiti,può essere loro negato  l’ingresso o l’uscita o essere arrestati.

Hebron fu la prima città in cui i coloni iniziarono a vivere al suo interno. Nel 1997, la città fu divisa in due in modo che una delle metà fosse amministrata da Israele e l’altra dall’Autorità palestinese. Oggi l’esercito israeliano la controlla completamente con più di 100 posti militarizzati nel centro della città. Anche la Tomba dei Patriarchi, un luogo sacro per Ebrei e Musulmani,ha il suo apartheid in termini di culto.Nel 1994, un colono ortodosso sparò contro i Palestinesi che pregavano all’interno: 29 morti, 124 feriti. Oggi i resti del colono sono sepolti in un parco vicino e la tomba è coperta da fiori e candele. “La parte peggiore della punizione è toccata ai Palestinesi: hanno iniziato a costruire muri, a limitare l’accesso alla moschea e ad applicare il coprifuoco”.

Ai 200.000 Palestinesi residenti in città è vietato l’accesso alle aree occupate dai coloni. Inaki Makazaga

La casa di Dwaik è un esempio di questo apartheid. La strada principale è delimitata da due checkpoint che non possono essere attraversati senza il permesso di Israele. Nella parte posteriore, le sue finestre danno sulla colonia a cui non può accedere ma nella quale i coloni circolano liberamente. “Non ci resta altro da fare che sopportare e resistere”

E quando entrerà in vigore la nuova legge bavaglio ? “Passeremo da una prigione all’aria aperta ad un’altra tra le mura, ma non smetteremo mai di denunciare questi abusi”.

L’organizzazione deve chiudere, ma le telecamere rimarranno nascoste dietro il quadro nel salotto di casa sua, pronte a continuare le riprese.

 

Trad: Grazia Parolari  “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invictapalestina.org

Fonte:https://elpais.com/elpais/2018/08/06/planeta_futuro/1533562015_903180.html

 

 

 

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