L’uomo che fece Mandela

9 DICEMBRE 2013 – 19:59

Slow news di Ugo Tramballi

Pubblico sul blog l’articolo uscito sul Sole di domenica scorsa. Ho allungato la versione cartacea con qualche episodio dei miei incontri con F.W. de Klerk. Sul giornale non scrivo mai in prima persona. Me lo aveva insegnato Montanelli: non prendere il posto della notizia, diceva. Se sai raccontare, non occorre la prima persona per spiegare al lettore che tu c’eri. Lui la usava ma lui era Montanelli. Il blog – che il Vecchio non avrebbe immaginato sarebbe mai esistito – è più informale. Il rapporto con il lettore è diretto. Per questo qui, a volte, scrivo “io”.

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“E’ un grande leader, ha dato un enorme contributo alla nostra riconciliazione nazionale”, disse F.W. de Klerk non stizzito ma nemmeno felice di rispondere a quella domanda. La domanda era se anche lui considerasse Mandela un santo. “Ma è anche un politico astuto”, concluse. “E come sa, ci sono pochi santi fra noi politici”. Era una gloriosa giornata di sole dell’inverno australe, a Cape Town, alla vigilia del Mondiale di calcio del 2010. E tutti dicevano che anche quello era merito di Nelson Mandela.

  De Klerk sta a Madiba come Salieri a Mozart. Se il suo alter ego più dotato fosse nato in un’altra epoca, la gloria sarebbe stata sua. Il caso sudafricano è più clamoroso di quello di Antonio Salieri il quale non ha avuto alcun ruolo nel successo di Mozart. Senza de Klerk, invece, Mandela non sarebbe diventato santo. O quanto meno avrebbe continuato a vivere nella sua cella due metri per due di Robben Island, raggiungendo la santità solo da morto, come martire.

   Per questo nell’intervista a Cape Town F.W. non era riuscito a celare il suo umano risentimento verso Mandela, insieme al quale aveva fatto la Storia: ma il secondo l’aveva fatta più del primo.

  Nella nostra conversazione non aveva mai rivendicato per se un ruolo egualitario. Mi disse solo che ad un certo punto in Sudafrica era diventato più difficile essere de Klerk che Mandela: senza con questo voler sminuire i 27 anni di prigione del suo partner. Nella parte molto intensa e decisiva della loro vita percorsa insieme, i due non sono mai diventati amici. Diffidando l’uno dell’altro si sono rispettati. Ma niente di più.

  Frederik Willem de Klerk, l’uomo che fece Mandela, ora ha 77 anni e fa conferenze: alla stessa età Mandela appariva più giovane. Ugonotto di origini, nato e cresciuto nell’aristocrazia politica afrikaner, non era noto per avere posizioni progressiste. Da ministro dell’Educazione sosteneva che anche i neri avessero il diritto di accedere alle università purché fossero separate dalle accademie dei bianchi. Solo nel 1989, a carriera politica avanzata e con le pressioni internazionali ormai insostenibili, F.W passò all’ala “verigte”, illuminata, del Partito nazionale.

  Quando il presidente P.W. Botha, l’ultimo ostinato e ottuso ridotto dell’apartheid, ebbe un ictus, il partito scelse lui. Presidente del Sudafrica nel settembre del 1989 e cinque mesi più tardi Mandela uscì di prigione. La trattativa politica incominciò subito, fu sanguinosa ma nel 1994 si votò. Così nacque il nuovo Sudafrica: quello di Madiba, non di F.W.

  E’ difficile dire se de Klerk avesse onestamente capito che il tempo dei bianchi era finito; che disperatamente sperasse di riformare il suo vecchio Sudafrica (come Gorbaciov con il comunismo), offrendo all’Anc un pezzo di potere e lasciandone ai bianchi la parte più importante; o che maliziosamente barasse, usando la violenza tribale degli zulu, pensando che la minaccia di una guerra civile avrebbe alla fine impedito libere elezioni.

  Alcuni importanti storici sudafricani propendono per l’ipotesi divide et impera. Ma quel che conta è che alla fine F.W ha assecondato la Storia dimostrando di avere il senso e la misura dei suoi cambiamenti.

   Nel 1994, durante la campagna elettorale, accompagnai de Klerk in un giro di comizi a Porth Elizabeth e East London, nella provincia dell’Eastern Cape sull’oceano Indiano. Era la terra di Steve Biko, torturato e assassinato nel 1977 dalla polizia, poco prima che F.W. diventasse ministro delle Poste del governo bianco che aveva avallato l’omicidio. Se non fosse stato eliminato, forse oggi celebreremmo Biko e non Mandela.

  Le apparizioni elettorali di de Klerk nell’Eastern Cape furono un calvario. Ovunque la polizia doveva tenere distante con la forza la folla che lo fischiava. La fase di transizione era terminata e tutto era stato deciso: avrebbe governato l’Anc. La speranza che i suoi comizi potessero convincere qualche nero a votare per il partito dei bianchi, era pari a zero. Ancora oggi è così in Sudafrica e così sarà per almeno un’altra generazione.

  In una pausa gli chiesi perché lo facesse. “Per rendere credibile il nuovo Sudafrica”, disse. Quello di Mandela, obiettai. “Un po’ anche il mio Sudafrica”.

Sempre secondo, un passo indietro rispetto a Mandela. Anche lui ricevette il Nobel per la pace nel 1993 ma tutti ricordano che il premiato fu Madiba. Nel 1994 a Cape Town, Johannesburg e Pretoria, alle celebrazioni del nuovo potere uscito dalle elezioni, F.W. non partecipò mai, eccetto al giuramento ufficiale. Eppure del nuovo Paese che aveva contribuito in modo essenziale a creare, era il vicepresidente, il secondo dopo Mandela. Ma era innegabile che fosse stato il settimo e ultimo presidente del Sudafrica dell’apartheid: l’ultimo uomo bianco al potere. Era un peso storico che non sopportava. Per questo nel 1996 rassegnò le dimissioni e l’anno dopo lasciò anche il Partito nazionale e la politica.

  Come capita a volte agli uomini che invecchiano, anche a quelli di forti principi, de Klerk s’innamorò di una donna più giovane, lasciando la moglie con la quale aveva vissuto per 38 anni. In fondo anche in questo come Mandela. Ma se Madiba è passato dalla prima moglie alla vulcanica Winnie, infine alla nobile Graca Machel, senza sollevare obiezioni, i calvinisti della chiesa riformata afrikaner lapidarono F.W., come si fa con i peccatori.

  “Cantiamo e danziamo per il nostro Madiba”, diceva ieri al suo popolo Jacob Zuma. E’ il modo usuale con il quale i neri del Sudafrica – e ormai tutti i giovani del Sudafrica – celebrano i vivi e i morti. Per ben tre giorni il feretro di Mandela attraverserà le strade di Pretoria, avanti e indietro dall’Union Building, il palazzo presidenziale che aveva occupato anche F.W e al quale, quando morirà, non sarà portato neanche un volta.

  Con Zuma, terzo presidente del nuovo Sudafrica, il quarto dopo de Klerk, è salita al potere la mediocrità, quando non la corruzione. Lontanissimo dagli eroi, Frederik Willem de Klerk compreso, che hanno costruito la storia senza la quale lui, Zuma, oggi non sarebbe nulla.

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