Ma non doveva restare ai palestinesi quella misteriosa “Area C”?

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di Robert Fisk, The Independent

L’espressione Area C non ha un suono sinistro. Partorita da quel fallimento che fu l’Accordo di Oslo, delle cui macerie fa parte, indica una terra di colline grigie cosparse di pietre e di verdi valli gentili, e costituisce il 60% della Cisgiordania occupata da Israele, che sarebbe dovuta ritornare ai suoi abitanti palestinesi secondo quell’Accordo.

Ma se si guardano le statistiche e si sfogliano gli ordini di demolizione che si ammucchiano sul tavolo davanti a Abed Kasab, sindaco di Jiftlik, la questione assume l’aspetto di una pulizia etnica per via burocratica. La parola per definire il lavoro amministrativo in questione potrebbe essere “perversione”, quella per definirne i risultati “oscenità”.

Case palestinesi che non hanno il permesso di rimanere in piedi, tetti che si devono tirar giù, pozzi chiusi, fognature demolite; in un villaggio ho persino visto un primitivo sistema elettrico nel quale i Palestinesi hanno dovuto piantare i pali dell’elettricità cementati in blocchi di cemento che si alzano sulla superficie della strada sterrata. Sei i pali fossero piantati direttamente nella terra verrebbero distrutti – nessun Palestinese è autorizzato a scavare un buco ad una profondità maggiore di 40 cm.

Ma torniamo alla burocrazia. “Ro’i” – se è il nome giusto del funzionario israeliano, perché è difficile da decifrare – ha firmato lo scorso dicembre un’infornata di ordini di demolizione per Jiftlik, tutti debitamente recapitati, in Arabo e in Ebraico, al sig. Kasab. Ce ne sono 21, che vanno – non in ordine- dal numero 143912 fino al 145059, e tutti provengono dalla “Sottocommissione dell’Amministrazione Civile per le Zone di Giudea e Samaria dell’Alto Consiglio Urbanistico di Controllo (sic)”.

La Giudea e Samaria – per la gente qualunque- sono la Cisgiordania Occupata. La prima comunicazione porta la data dell’8 dicembre 2009, l’ultima quella del 17 dicembre. E come spiega il sig. Kasab, questo è l’ultimo dei suoi problemi. Quando i Palestinesi chiedono il permesso di costruire delle case, le loro richieste vengono trattenute per anni o respinte, le case costruite senza autorizzazione abbattute senza pietà, i tetti in lamiera ondulata si devono mascherare con fogli di plastica nella speranza che l’”Amministrazione Civile” non li consideri un piano aggiuntivo, nel qual caso gli uomini di “Ro’i” arriverebbero a strapparli dalle case.

Nell’Area C ci sono 150.000 Palestinesi e 300.000 coloni ebrei che vivono –illegalmente per la legge internazionale – in 120 colonie ufficiali e 100 insediamenti “non riconosciuti”, ovvero, nel linguaggio che dobbiamo usare in questi giorni, “avamposti illegali”; illegali sia per la legge israeliana sia per quella internazionale, per distinguerli dalle 120 colonie che sono legali per la legge israeliana ma illegali per quella internazionale. I coloni ebrei, inutile dirlo, non hanno alcun problema ad ottenere le licenze edilizie.

I raggi ardenti del sole invernale entrano dalla porta dell’ufficio del sig. Kasab ed il fumo di sigaretta si sparge per la stanza mentre gli uomini di Jiftlik urlano con rabbia le proprie lamentele. “Stampi pure il mio nome, sono così arrabbiato che non mi importa delle conseguenze,” dice. “L’unico permesso che non dobbiamo ancora chiedere, per ora almeno, è quello di respirare!” La retorica è un po’ logora, ma la rabbia è reale. “Edifici, strade nuove, serbatoi, è da tre anni che aspettiamo le autorizzazioni. Non riusciamo ad ottenere il permesso per costruire un nuovo ambulatorio. Scarseggia l’acqua sia per uso umano sia agricolo. Ottenere l’autorizzazione per ripristinare il sistema idrico costa 70.000 shekel israeliani (circa € 16.000) – vale a dire di più dell’operazione di ripristino stessa.”

Quando si percorrono in automobile le sperdute strade dell’Area C – dalla periferia di Gerusalemme al bacino semi-umido della Valle del Giordano – si incontrano colline scure e spoglie vallate pietrose segnate da antiche caverne profonde, fino ad avvistare, più ad est, i campi dei Palestinesi, i palmeti dei coloni ebrei –questi circondati da recinzioni elettrificate- e le capanne di fango o di pietra dei pastori palestinesi.

Anche le ONG occidentali che operano nell’Area C si trovano impedite dagli Israeliani nel loro lavoro per i Palestinesi. Questo non è un semplice “intoppo” nel “processo di pace” – qualunque cosa esso significhi –ma è uno scandalo internazionale. Oxfam, per esempio, aveva chiesto agli Israeliani il permesso di costruire un bacino sotterraneo di 300 mq di capienza insieme con 700 metri di condutture sempre sotterranee da 10 cm per le migliaia di Palestinesi che vivono intorno a Jiftlik. Permesso negato. Allora Oxfam informò che intendeva costruire un’installazione in superficie formata da due serbatoi in fibra di vetro, un condotto ed una pompa ausiliaria. Risposta: avrebbe dovuto ottenere un permesso anche se il condotto era in superficie, il quale permesso venne poi negato. Come ultima risorsa, Oxfam ora sta distribuendo serbatoi d’acqua da mettere sui tetti.

Mi sono imbattuto in un esempio ancora più scandaloso di questa forma di apartheid-via burocratica nel villaggio di Zbeidat, dove l’Ufficio per gli Aiuti Umanitari della Unione Europea aveva installato 18 impianti di trattamento delle acque di scarico per impedire che i liquami nauseabondi del villaggio finissero nei campi dopo avere attraversato gli orti e la strada principale. L’impianto, costato €92.000, era formato da una serie di pozzetti da 12 metri svuotati con regolarità da camion della spazzatura ed era stato regolarmente installato in quanto si trovava all’interno dell’Area B, dove non era richiesta alcuna autorizzazione.

Tuttavia ora gli Israeliani hanno comunicato agli operatori della UE che devono interrompere le operazioni su 6 dei 18 pozzetti – l’annuncio prelude certamente alla demolizione degli stessi, anche se sono già costruiti vicino alla strada – perché una parte del villaggio si trova nell’Area C.  Inutile dire che nessuno, né Palestinese né Israeliano, sa quale sia l’esatto confine fra Area B e C. Questo significa che circa €23.000 pagati dalla UE sono stati buttati via dalla “Amministrazione Civile” israeliana.

Ma in qualche modo questo vortice di documenti che concedono o negano autorizzazioni serve ad oscurare la terribile realtà dell’Area C. Molti attivisti israeliani ed anche molti operatori delle ONG occidentali sospettano che Israele abbia l’intenzione di costringere i Palestinesi ad abbandonare queste terre, case e villaggi per trasferirsi nelle miserabili Aree A e B. La seconda è sotto il controllo congiunto dell’autorità militare e civile israeliana e della polizia palestinese, mentre la prima è sotto la dissennata Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas. In questo modo ai Palestinesi non rimarrebbe che un misero 40% della Cisgiordania occupata da contendersi, vale a dire una esigua parte della Palestina ai tempi del Mandato britannico, la parte su cui aveva una volta sperato di governare l’altrettanto inutile Yasser Arafat. Si aggiunga a ciò la designazione del 18% dell’Area C come “zona militare chiusa” ed un ulteriore 3% definito con il termine assurdo di “riserva naturale” – sarebbe interessante sapere da quali animali sia popolata – ed il risultato è semplice: anche senza ricorrere ad ordini di demolizione ai Palestinesi è proibito edificare nel 70% dell’Area C.

Lungo una strada ho scoperto una serie di grandi blocchi di cemento eretti dall’esercito israeliano davanti a delle catapecchie palestinesi. Su ciascuno di essi era stampato in ebraico, arabo e inglese: “Pericolo – area di tiro. Divieto di ingresso”. Che cosa dovrebbero fare i Palestinesi che vivono qui? Si aggiunga che l’Area C è la più ricca fra le terre palestinesi occupate, potendo contare sia sull’allevamento sia sulla produzione di formaggio. Molti fra i 5.000 abitanti di Jiftlik sono già profughi, perché le loro famiglie fuggirono verso Gerusalemme Ovest (per l’attuale Israele) nel 1947 e 1948. La loro tragedia non è ancora finita, naturalmente. A quale prezzo, Palestina?

Zeitun, 6 Febbraio 2010 (traduzione di Stefania Fusero)

 
 
 
 
 
 
 
 

 

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