Ma non è un film

Gerusalemme, giugno 1993.
Gli occhi lucidi dell’anziana donna che ha dedicato tutta la vita ad accogliere i bambini profughi, brillano e si gonfiano di gioia, mentre la sua giovane studentessa Miral balbetta commossa: “Ci siamo! La pace è arrivata insieme alla giustizia: avremo un nostro stato, finalmente, almeno sul 22% della nostra terra!”. E, quasi portando in sé l’attesa di tutto il suo popolo, la vecchia maestra si lascia andare stupita: “Mai avrei pensato di riuscire a sentire questa straordinaria notizia prima di morire!”.

In sala qualche spettatore si unisce alla commozione dell’attrice ma per i presenti è accaduto qualcosa di unico, ben più potente di una pur forte emozione. Stasera, in centinaia di cinema, gli spettatori non sono stati catturati da una trama intrigante, ma sono diventati partecipi di una “storia vera” che sistematicamente continua a restare sconosciuta: la storia del popolo palestinese. Una storia che la trama di Miral ha finalmente liberato dalla vergognosa cappa di censura che da decenni tenta di nascondere la verità sulle responsabilità israeliane. A costo di archiviare alcuni giudizi negativi dei critici sulla qualità della pellicola -certamente dovuti anche ai numerosi inserti originali in bianco e nero sulla Nakba e il 1967- il regista ha scelto coraggiosamente di svelare ciò che tutti cercano di accuratamente di evitare: le responsabilità di Israele nella sistematica opera di distruzione della Palestina.
Se Il Giardino di Limoni aveva aperto la strada, ora Miral ricorda a tutti che una tragedia così unica può e deve esser chiamata col suo nome: occupazione. Paradossalmente la finzione del cinema ha superato il preteso realismo dell’informazione televisiva. Tutti i Claudio Pagliara abituati sistematicamente ad evitare di mostrare sul piccolo schermo gli effetti dell’occupazione sulla vita dei palestinesi, ora si trovano spiazzati da chi sul grande schermo finalmente fa vedere che razza di follia sono le colonie e tutte le vessazioni messe in atto da anni.
Per la prima volta in assoluto a migliaia di persone qualsiasi non viene censurata la verità sul “conflitto”. E così vediamo stupiti le immagini sul furto dell’acqua, sulle demolizioni delle case, sugli arresti, su tutto quello che gli esperti di marketing certamente sconsiglierebbero per un film di successo.

Al regista Julian Schnabel vorremmo arrivasse il nostro ancor stupito ringraziamento. Ma la migliore dimostrazione della bontà del suo lavoro sono paradossalmente le numerosissime critiche israeliane. “Il film è così scontato da non emettere alcun suono”. Fiamma Nirenstein, irritata dall’inaspettata novità, arrabbiata dal non esser riuscita anche stavolta a bloccare tutto con la sua solita lobby che sbandiera un consunto e inesistente antisemitismo, tenta affannosamente di togliere il suono e la voce alla denuncia di Miral. Addirittura “scontato” sarebbe questo drammatico appello a non dimenticare… E visto che ormai il film è stato presentato a Venezia e diffuso senza censura in tutta Italia, non le resta che condannarlo per l’unica vera sua colpa: si è permesso di raccontare la storia della Palestina, che per lei è “palestinismo, cioè una notevole componente della confusione contemporanea”

Il film sta per finire. A lieto fine? Purtroppo sappiamo fin troppo bene che le migliaia di Miral palestinesi, domattina dovranno amaramente constatare, ancora una volta, che quell’annuncio non era vero. Che la pace, ad Oslo nel 1993 come a Sharm El Sheik in queste ore, sembra sempre più lontana.
La colonna sonora dei titoli di coda viene coperta da un caldo applauso degli spettatori, ma chi è a casa sta già subendo la disinformazione dei media sul secondo round di negoziati: i comunicati parlano di “volontà di arrivare ad un accordo”, “serio discutere”, ma al di là dell’apparenza si scopre che se la Clinton aveva chiesto a Netanyahu di estendere la moratoria – che scade il 26 settembre – sulla colonizzazione in Cisgiordania, Israele ha chiaramente detto l’ennesimo NO. “Israele non accetta ‘precondizioni’ sulla questione degli insediamenti e quindi non prolungherà la moratoria” sulle costruzioni. (Portavoce Ofir Gendelman). D’altra parte Netanyahu sembra tragicamente interpretare la volontà dei suoi cittadini: il 51% degli israeliani si dichiara oggi a favore della ripresa delle costruzioni nelle colonie in Cisgiordania (Yédiot Aharonot).

E noi, ci scuciamo la bocca e azzardiamo: Sarebbe proprio impossibile riuscire ad invitare al cinema la Segretaria di Stato americano Hillary Clinton? Chissà che effetto potrebbe produrre in lei Miral. Magari la convincerebbe almeno ad evitare le solite mezze verità: “Ci saranno sicuramente quelli che si oppongono alla causa della pace. Andranno fermati perchè stanno cercando in tutti i modi di sabotare questo processo, come già abbiamo visto questa settimana”. Trito e ritrito il riferirsi sempre e solo al “terrorismo palestinese” (in questo caso all’uccisione dei quattro coloni) e non anche alla mostruosa oppressione israeliana che con l’occupazione e la colonizzazione senz’altro “si oppone al processo di pace”!

Ci sono senz’altro, cara Hillary, quelli che “si oppongono alla pace”. Ed è un ottimo proposito dire i loro nomi e cognomi, siano singoli o interi governi.
Se tu fossi entrata con BoccheScucite una settimana fa nella prigione di Gaza, avresti visto con i tuoi occhi a che grado di disumanità si riesce a tenere schiava una popolazione, alimentando solo odio ed estremismi che certo “si oppongono alla pace”. Se tu potessi vedere la disperazione dei familiari dei tre civili (lo ha ammesso oggi anche l’esercito) ridotti in pezzi da un carro armato ieri a Gaza, certo non parleresti di Ibrahim, Hossam e Ismail come di chi “si oppone alla pace”: un pastore beduino di 91 anni, suo nipote diciassettenne Hossam e un suo amico, Ismail Abu Oda, di 16 anni.
Se tu trovassi il tempo di parlare con i genitori di Mohammad Halabiyeh, un ragazzino sedicenne “arrestato” dalla polizia israeliana nella sua città natale di Abu Dis, ti racconterebbero tutte le torture che il loro figlio ha subito e continua a subire in queste ore, solo perché vuole la libertà per il suo popolo. Gli hanno fratturato la gamba sinistra, l’hanno hanno colpito su tutto il corpo e hanno preso a calci la sua gamba ferita. Le torture ed i maltrattamenti sono proseguiti per i cinque giorni consecutivi al suo “arresto” ed hanno raggiunto il culmine all’ospedale di Hadassah, dove i soldati israeliani hanno infilato siringhe nelle mani e nelle gambe, coprendogli la bocca con un nastro adesivo, dandogli pugni in faccia, percuotendolo all’addome con un bastone e privandolo del sonno nel tentativo di dissuaderlo dal riferire dei maltrattamenti alla polizia israeliana. Attualmente, Mohammad è sottoposto al giudizio dalla corte militare israeliana per cinque capi d’accusa relativi al lancio di bottiglie Molotov e resta in prigione, forse perchè come dici tu “si oppone al processo di pace” con il solo suo esistere e testimoniare orrende pratiche di tortura.

Forse si oppone alla pace la deputata palestinese di 47 anni, Khalida Jarrar che, dopo aver scoperto di essere malata di cancro, ha ricevuto l’ordine del medico di fare esami più approfonditi che a Ramallah non sono possibili; ma, arrivata con tutti i permessi al ponte Allenby, dopo un’ora di attesa, le è stato detto che non può uscire. Vi risparmiamo la motivazione perchè è sempre quella, ripetuta con folle ossessione: “per motivi di sicurezza non può recarsi all’estero”.
Ma forse “si sono opposti alla pace” (il passato è necessario visto che sono tutti morti!) anche gli altri 500 malati palestinesi di Gaza a cui è stato proibito nei mille giorni di blocco totale, di uscire dalla gabbia della Striscia per ricevere cure mediche urgentissime.

Tutti al cinema, allora.
Ma ricordandoci che tutto quello che anche in queste ore di Summit da Sharm el Sheik a Gerusalemme, accade nei Territori occupati, ancora una volta, tragicamente, non è un film.

BoccheScucite

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