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“Ma perché ce l’hanno con noi?”

admin | September 14th, 2012 – 8:02 pm

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http://invisiblearabs.com/?p=4889 [2]

È sempre e solo una la domanda che rimbalza, soprattutto in Italia. La stessa, che ci si sintonizzi su un canale di allnews, oppure che si entri in un neg [3]ozi [3]o [3] e – visto il mio mestiere – si cominci a chiacchierare su quello che sta succedendo a Benghazi, al Cairo, a Khartoum, a San’a, a Tripoli del Libano, a Tunisi. Sempre e solo una: ‘ma allora, ora che succederà con le Primavere arabe?’. E poi, a corollario: ‘Ma perché ce l’hanno con noi (occidentali)?’

Domande legittime, soprattutto quando vengono dalla strada, dai negozi, dal pubblico. Per rispondere, però dovremmo concentrarci meno sul bersaglio, sul ‘noi’, e più sui luoghi della protesta e sui protagonisti degli assalti alle sedi diplomatiche e a agli edifici considerati occidentali (come la scuola [3] americana a Tunisi).

Cominciamo dai luoghi della protesta. Terribilmente scontato che le manifestazioni anti-americane si siano svolte a San’a e Khartoum. In Yemen, perché la presenza qaedista è evidente, tanto quanto è evidente la presenza americana che ha colpito, in questi anni, molti uomini e cellule considerati parte della rete del terrorismo legato a Bin Laden e ad Ayman al Zawahri. In Sudan perché il braccio di ferro tra le amministrazioni americane che si sono succedute e il regime di Khartoum non si è mai concluso. Più complessi, invece, gli altri luoghi delle manifestazioni di protesta. A cominciare da Tripoli del Libano. Tripoli è la città in cui, alcuni anni fa, si dispiegò la battaglia per Nahr al Bared, il campo profughi in cui si era impiantato un gruppo jihadista. Per sconfiggerlo, l’esercito libanese usò tanta forza da distruggere, in sostanza, buona parte di Nahr al Bared. È verosimile, dunque, che Tripoli non sia per nulla pacificata. Anzi.

C’è poi Tunisi, dove la presenza salafita ha già mostrato [3] la sua faccia violenta, prima che contro gli americani, contro gli stessi tunisini. Cosa significa? Che i salafiti vogliono far vedere che ci sono, che sono una forza, e che contano? Può darsi. Così come può darsi che vogliano farsi vedere al Cairo, visto che sono stati i primi a scendere in piazza contro il video anti-islamico prodotto negli Stati Uniti.

In entrambi i casi, sono proprio le Primavere arabe a rimetterci, dalle proteste di questi giorni. Non sono certo i protagonisti delle rivolte/rivoluzioni arabe a essere scesi in piazza per The Innocence of the Muslims. Ma la lettura superficiale degli eventi di questi giorni, qui da noi, ha già bollato loro – i protagonisti delle rivolte/rivoluzioni ancora in corso – come i facinorosi che distruggono le ambasciate.

Facile, dunque, che con un tratto di penna si leghi il Secondo Risveglio arabo al pericolo di un nuovo 1979. E cioè che le rivoluzioni arabe seguano lo stesso percorso della rivoluzione in Iran, prima multiforme, poi khomeinista. Prima plurale, e poi simboleggiata dalla presa degli ostaggi [3] americani.

Non è così. La storia non si ripete. Il khomeinismo non è l’islam politico arabo-sunnita. Il khomeinismo non è la Fratellanza Musulmana.

Ci sono, però, i salafiti. I salafiti che hanno preso voti e consenso in Egitto e in Tunisia. Vale la pena ricordare che i salafiti sono stati foraggiati per decenni, in Egitto ma non solo, all’ombra delle dittature con cui avevamo ottimi rapporti. E che i salafiti propagandano un tipo di messaggio molto vicino al wahabismo saudita, per nulla riformatore, e molto lontano dall’impianto ideologico della Fratellanza Musulmana. Sono loro, i salafiti, tra i protagonisti da seguire, soprattutto a Tunisi, che ancora una volta sembra essere il primo laboratorio di questa terza fase delle rivoluzioni. Prima la rivolta, poi le elezioni, poi il braccio di ferro per il potere (nella foto, presa dall’account twitter di Nawaat, si vedono appunto manifestanti salafiti tunisini).

Dunque? Dunque ci sono molti ingredienti, nel cocktail perverso che in queste ore ha dato fuoco alle polveri, e alle ambasciate americane e occidentali. Molti ingredienti, ma nessuno di questi può essere appaiato così facilmente alle richieste portate in piazza nei primi mesi del 2011, che parlavano di democrazia, inclusione, diritti.

C’è invece un ingrediente che va studiato per bene, in tutta la sua complessità, ed è l’antiamericanismo. Ma di quello mi occupo domani. Per oggi può bastare.